Videocut

 

numpu
Foto: https://scriverecreativo.wordpress.com

Numpu si svegliò e tutto le sembrò maledettamente normale. La piccola stanza seminterrata era la sua tomba. La porta inchiavardata, la spia della webcam costantemente accesa e il suo corpicino nudo in primo piano per gli utenti connessi. Il diavolo sa cosa facesse quella gente quando la spiavano. Riconobbe il Natale dalle mutandine nere con una cometa disegnata sul sedere trovate sul comodino. Poco distante semplici istruzioni: “mostra la fica alla cam mentre le indossi”, firmato il tuo vecchio, dolce, rapitore. Numpu eseguì gli ordini pensando a qualche mese fa, quando poteva essere bambina, quando poteva farsi benedire dal sole.

 


Il racconto nasce da un esercizio di stile proposto dal sito: Scrivere creativo. Le regole del gioco erano abbastanza semplici: partire dalla foto dell’articolo e narrare del futuro di quella bambina che ha le braccia aperte e lo sguardo verso il cielo. L’unico vincolo stava nel numero di parole da usare nel racconto: esattamente 100. Ne è uscita una storia triste, mi dispiace e mi dispiace ancora di più per le tante, piccole, Numpu che un esercito di porci pervertiti mercifica sin dalla nascita.

Body rental. Storie in affitto.

Un piovoso giorno d’estate un uomo che viveva a Roma, abbronzato e con una barba incolta, sfruttando un po’ di magone che si portava per la fine del contratto che lo aveva occupato come sistemista per sei mesi, decise che quella sera si sarebbe rilassato con venti sigarette, qualche drink e un po’ di musica. Aveva quasi quarant’anni, era single e le serate con qualche amico al pub lo facevano evadere da quella generazione che avrebbe ignorato la noia del posto fisso. Aveva scelto questo rituale di ritorno momentaneo all’adolescenza, quasi come se fosse una fiaba in cui, evitando di crescere sul serio, non avrebbe rischiato di pensare alla sua condizione di equilibrista sopra un’esistenza in disfacimento come la pelle dei serpenti.

L’uomo si chiamava Giovanni detto Brando, s’era messo a studiare appena sveglio dei manuali in inglese per una certificazione tecnica, aveva cucinato un galletto con degli spinaci, inviato diversi curricula su internet, fatto pesi, whatsappato e, giunta la sera, sarebbe andato al Nowhere Pub. Era annoiato già prima di uscire di casa, triste e un po’ sbruffone come quei bei ragazzoni che non hanno certezze ma conservano un senso etico-estetico e qualche residuo di giovinezza. Arrivò al Nowhere poco prima delle dieci, ebbe la fortuna di trovare il parcheggio lì vicino, passò davanti a una vecchia locandina appesa anch’essa in bilico sul muro ed entrò nel locale. Davanti a lui, leggermente avvampata da una luce al neon si spalancava una sala gremita di gente; avrebbero suonato i Disorder, una band del quartiere devota ai Joy Division, nel frattempo si conversava e si beveva; il DJ passava da Voglio andare ad Alghero, ai brani di Mannarino, ai Pearl Jam; Giovanni detto Brando ordinò un Moscow mule. Sorseggiava il cocktail e anagrammava le parole che lo colpivano; in quel gioco era abbastanza bravo e quelle lettere spostate, decostruite e ricomposte gli davano l’idea di proiettarsi in una realtà diversa, ancora una volta, più sopportabile; Levi’s allora divenne lise e partì l’associazione con le sue camicie che aveva indossato ai primi colloqui; poi gli venne in mente quella rima gozzaniana con Nietzsche, i tempi dell’università, Bice Laurenti e infine si scoprì in un piccolo sorriso quando tornò al suo anagramma iniziale: Levi’s – Elvis: il CD che aveva regalato proprio a quella compagna di studi e che iniziava con Love me tender.

Il Cobrador raggiunse Brando dopo una mezz’oretta, i due si salutarono e si sedettero uno accanto all’altro; davano le spalle al bancone, lo sguardo si incuneava in profondità al centro della pista, i piedi penzolanti dagli alti sgabelli; quando la band salì sul palco, quando le luci si accesero, quando gli amici dei Disorder li accolsero con i soliti piccoli gemiti, al primo accenno di un accordo metallico; il Cobrador fece calare leggermente la t-shirt per scolarsi l’ultima goccia di birra e Brando notò una cicatrice che gli lambiva il collo.

“Quando verrò a trovarti a Parigi mi aspetterai al Montparnasse o ti riserveranno un posto d’onore al Père-Lachais?”,

“Preferisco che la mia pellaccia riposi vicino a quella di Gainsbourg, i pellegrini che visitano la tomba di Jim mi innervosirebbero”, rispose il Cobrador e continuò a guardare fisso davanti a lui; Brando, in fondo, non aveva bisogno di  un racconto dettagliato, sapeva che il suo amico era partito dal sud Italia da almeno cinque anni e del lavoro pericolosissimo che svolgeva in Francia: era una sorta di strozzino al contrario; le aziende o i privati che dovevano ancora incassare diversi soldi, lo chiamavano, lui rispondeva  e partiva alla ricerca dei debitori. Il Cobrador sapeva come farsi pagare, era maestro di arti marziali, non portava con sé nessun tipo di arma; c’erano solo lui e i suoi metodi di convincimento.

La vita del Cobrador a Brando però un po’ lo metteva in ansia; gli voleva bene al suo amico e alla vista di quella cicatrice si allontanò dal locale e si andò a fumare una sigaretta; quell’atteggiamento di scappare, fuggire, estraniarsi ce l’aveva con tutte le sofferenze che si attaccavano alla vita delle persone a cui voleva bene; aveva cominciato con la malattia della madre (non voleva nemmeno sentirne parlare).

Fumata la sigaretta tornò nel locale e trovò il Cobrador al solito posto, intorno a lui c’erano tre ragazze, sembravano sorridere a vicenda, oscillando il corpo a tempo di musica. Il Cobrador presentò le ragazze a Brando, se ne stettero un po’ a parlare della band, del locale e fecero qualche commento scherzoso sul cantante che si atteggiava a fare il Morrison di periferia. Brando era un bel uomo, dimostrava meno anni di quelli che aveva, ma era molto timido con le donne, quasi impacciato, le ragazze erano giovani e carine, meno una. Si azzardò a chiedere: “Venite spesso qui?”.
“Più o meno una volta al mese”
“Volete una birra?”, chiese il Cobrador
“Io no”, rispose Brando, “mangerei però volentieri un cornetto”
“Qui vicino c’è una cornetteria notturna che ne fa di buonissimi e vende anche birre artigianali”, rispose una delle ragazze che si chiamava Luna. Le altre due si chiamavano Sabrina e Chiara. Avevano tutte e tre un bellissimo odore ed erano elegantemente semplici. Brando allora propose di andarsi a prendere un  cornetto, il Cobrador accettò volentieri, le ragazze anche ma lo fecero con l’aria di chi si aggregava solo perché quella serata rock and roll cominciava ad annoiarle.

Brando parlò parecchio con le ragazze che lo ascoltavano tirando fuori, di tanto in tanto, lo smartphone. Il Cobrador prese la sua birra ma alla fine mangiò anche un cornetto; anche le ragazze ne mangiarono e Brando notò, che lo facevano con gesti piccoli ed eleganti mentre il suo amico quasi tracannava la birra e si ingozzava con i dolci. Le ragazze avevano un posto manageriale all’interno della stessa azienda; Brando questa cosa l’aveva capita semplicemente osservandole; Luna e Sabrina erano amiche fin dai tempi del liceo mentre Francesca era la più vecchia delle tre. Sabrina non era proprio una “cozza” ma a Brando piaceva Luna, era così sorridente che la sua gioia di vivere sembrava quasi uscirle fuori.

Dopo la birra, i cornetti, le chiacchiere, tornarono a piedi al Nowhere. I ragazzi si scambiarono l’amicizia su Facebook e i numeri di telefono; Luna allora disse di voler offrire a tutti un’ultima bevuta in onore della serata piacevole che avevano passato; Brando e il Cobrador presero un Southern Comfort, i Disorder avevano smesso di suonare ed era ripartito il DJ Set mentre la gente cominciava a sfollare dal locale. Dopo quella bevuta si salutarono; Brando tornò a casa e dormì. Prese sonno tardi, a dire il vero, perché nonostante fosse già mattina, un tamarro che abitava nel suo stesso isolato cominciò a farsi i giri in macchina con l’autoradio “a palla” da cui usciva musica dance. Alla fine però vinse il sonno.

Brando fu svegliato dalla telefonata del Cobrador:
“Devo partire Brando, ieri mi ha fatto piacere rivederti”
“Anche a me” ripose,  poi si ricordò della ferita sul collo e gli disse di stare attento.
“Non preoccuparti: ho la pellaccia dura”
“Lo so, ma vedi di non finirmi scuoiato”
“Ci vediamo presto”

Brando riattaccò, mandò un Whatsapp con il buongiorno a Luna e si infilò in doccia. L’acqua fresca lo rinvigoriva, mise i REM su Spotify, fumò una sigaretta e ricevette uno smile da Luna; dopo un po’ di chat si misero d’accordo per mangiarsi una carbonara; la scelta del posto fu un po’ difficile, dapprima pensarono al Ghetto, ma poi declinarono perché quello era posto da carciofi e locali per turisti; alla fine scelsero una piccola trattoria a Prati che conosceva Luna e che non era molto distante da dove viveva. Brando decise di raggiungerla in autobus, uscì di casa e si diresse verso la fermata del 628. Durante il viaggio, pensò che a lui Luna piaceva davvero tanto, avrebbe dovuto studiare o inviare altri curricula e invece i suoi pensieri sembravano muoversi solo in direzione della ragazza, aveva voglia di passare più tempo possibile con lei e già pensava al dopo pranzo, cercando di sbirciare dai finestrini dell’autobus, all’altezza di Torre Argentina, se ci fosse uno spettacolo che potevano vedere insieme; pensò a lei, al suo sorriso, al suo profumo, durante tutto il viaggio.

Arrivato a Piazza Mazzini scese dall’autobus, aveva circa 500 metri dal luogo dell’appuntamento, era maledettamente in anticipo, si disse che andava bene così, l’ansia lo portò a fumarsi tre, quattro sigarette nel giro di una decina di minuti, camminava avanti e indietro e quando capitava una vetrina riflettente ci si specchiava, sistemandosi la camicia o spicciandosi i capelli alla bene e meglio. Luna giunse quasi puntuale all’appuntamento; Brando la riconobbe dal sorriso. Arrivarono al ristorante e ordinarono lui una carbonara, lei una cacio e pepe, dell’acqua minerale e mezzo litro di bianco della casa. Lo inteneriva la semplicità della ragazza; lei invece sembrava più femmina di quanto desse a mostrare, si appassionava e chiacchierava coinvolta ma a tratti sembrava sparire, certe volte anzi dava l’idea di aver accettato l’invito solo perché non avesse nient’altro da fare; quando Brando gli propose di andare a vedere uno spettacolo all’Argentina, Luna le disse che purtroppo si era già organizzata il pomeriggio con Sabrina e altri amici. Brando e Luna si vedettero diverse volte nei giorni a seguire, molto spesso lui l’andava a prendere in macchina e la portava al ristorante, al cinema, al teatro; alcune sere restavano a casa da lui insieme agli amici di lei e lui aveva piacere nel cucinare e fare gli onori di casa; arrivò anche la festa di San Pietro e Paolo e tutta la comitiva andò a mangiarsi le noccioline e a guardare i fuochi di artificio. Brando era timido e non aveva detto niente del suo interesse per Luna ma la ragazza lo aveva capito, si avvicinava e si allontanava da Brando quasi a farlo apposta.

L’8 di Agosto Luna gli disse che sarebbe andata a Potenza a trovare i genitori; dicendogli queste cose gli sfiorò le mani e gli baciò le labbra. Luna sarebbe partita l’indomani al mattino ma sul volto di Brando, per qualche secondo, splendeva il sorriso della ragazza; la sera si chiuse e Brando restò da solo, senza ancora un lavoro, in una città che giorno, dopo giorno si svuotava. Passava il tempo, il sole bruciava e Brando studiava e inviava curricula. Luna gli mancava al petto e alle mani e, per giunta, nessuna azienda si faceva sentire. Un mattino si decise e si mise in viaggio per Potenza, in fondo ci volevano solo quasi quattro ore di viaggio e Roma era vuota e lui aveva messo da parte ancora qualche centinaia di euro con cui poteva sostenersi durante il viaggio. L’avrebbe sorpresa, nella sua stessa città, sapeva che abitava in centro e che la sera intorno alle 21 e 30 amava farsi una passeggiata da sola. Viaggiò tutto il tempo immaginando quale colore potesse avere la pelle nascosta di Luna, come sarebbero stati i suoi occhi quando faceva l’amore; aveva l’umore a mille e si sarebbe nascosto per ore in un paese sconosciuto, fino al calare del sole, come i vampiri romantici e le storie di tanto tempo fa.

Quando arrivarono le 21 e 30 Brando uscì come si era proposto, quel piccolo paese di provincia gli sembrava il palco di una grande storia d’amore, occhi sconosciuti facevano avanti e indietro per il corso; oramai quasi vicino alla piazza principale lanciò lo sguardo in lontananza e riconobbe il piccolissimo vestito giallo senape di Luna, in un secondo il cuore gli partì a mille, ma quasi per esplodergli dal petto, Luna teneva mano nella mano un ragazzo nerovestito, di tanto in tanto si fermava e gli baciava il collo; Brando allora furtivamente svoltò in un vicolo quasi a scomparire, avrebbe voluto lanciarsi di corsa da un dirupo; a un certo punto però il suo smartphone cominciò a suonare:

“E’ il signor Giovanni Brandolotti?… Salve e mi scusi se chiamo a quest’ora, rappresento l’azienda X Informatica. Abbiamo ricevuto il suo curricula su Monster e saremmo interessati a un colloquio. Può presentarsi Lunedì mattina in via Ojetti, la commessa è per un importantissimo cliente, offriamo contratto a Partita IVA e la visibilità del lavoro dovrebbe durare 45 giorni all’inizio con ottime possibilità di rinnovo”

Breve memoriale di un condannato al patibolo [Jan Van Batenburg]

Salire al patibolo e sentire il tuo odore che marcisce sottoterra. Un condannato a morte è un poeta, scalino, dopo scalino, con le tue ombre e i tuoi fantasmi che stavolta hanno vinto, ti stringono i polsi, ti segano la pelle, bruciano sotto le tue ferite. Sei stato schiacciato dai tuoi incubi, Jan, ed ora ti aspettano. La verità è che se c’è vita dopo la morte, sta nel disgregarsi del tuo corpo ricoperto dal suolo, diventerai concime – merda -, oppure le tracce di te se le porteranno nel ventre i vermi che si sono cibati della tua decomposizione. Jan di Batenburg, anabattista, hai ammazzato, stuprato, versato sangue ed ora, questo pubblico non vede l’ora di vederti penzolare e benedire la tua carcassa con un segno della croce. La verità è che non c’è croce. Ho ammazzato in nome di Dio solo per essere nato dalla parte sbagliata del mondo. Lutero, le gilde tedesche, Papa Paolo III – che è più potente del re di Inghilterra -, non hanno bisogno di sporcare le loro lame con il sangue; non hanno bisogno di portarla una spada: loro hanno il mondo e nessuno potrà giammai levarglielo di mano. Io ho sgozzato gente, tre anni fa, nel monastero di Oldeklooster, correva l’anno 1535. Di lì, in poi, per tre anni, io e i miei pezzenti vivemmo come lupi nei boschi. Sul corpo, tatuata, la spada che avrebbe ammazzato tutti coloro che si sarebbero opposti alla nostra religione. Ricordo il rumore del ferro e del fiotto di sangue, l’agonia negli occhi di tutti coloro che non volevano appartenere alla nostra Gerusalemme, al mio regno. Jan Matthys, Jan di Leida, Knipperdolling, Hans Krechting sono tutti nomi che avremmo vendicato. Tutte le urla dei ribelli: attaccati ad un palo con un collare di ferro, straziati per un ora con pinze incandescenti e uccisi con un colpo di daga al cuore dovevano essere vendicati. Tutte le gocce di sole che avrebbero bruciato il corpo esposto nelle gabbie della cattedrale di San Lamberto, sarebbero state vendicate. La gente di Münster non guarda più il cielo perché quelle gabbie con i loro corpi a marcire restano ancora appesi davanti alla cattedrale. E solo Dio sa ancora per quanto tempo. Ma non c’è più tempo per Dio, i miei attimi si sgretolano ma questa agonia sembra durare un’eternità. Ammazzeranno Jan di Batenburg, ma presto ci saranno i batenburghesi e poi ancora altri ed altri, fino forse alla fine di questo mondo, si esalteranno credendosi nuovi profeti ma ciò che vorranno è solo un regno perché la vita li ha messi nella parte sbagliata del mondo (o forse come nel mio caso di nobile ad un passo dal potere ma mai troppo potente per poter dominare). Ecco. Sputo. Una guardia mi colpisce e cado a terra, la gente urla contenta per il gesto della guardia, mi alzo, li guardo, zittiscono, qualcuno mi lega una corda al collo. Jan di Batenburg, figlio illegittimo di un nobile di Gelderland, sindaco di Overijssel, nuovo David, catturato a Villvoorde nel 1538, sta per morire, altri seguiranno il suo esempio, perché a nessuno serve il regno dei cieli ma tutti bramano una corona in terra.

Amore Lusitano

“il verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”
(Giovanni 1,1-18)

Anversa 1534

Ho visto la mia terra spaccarsi e mostrarmi le viscere. Lo zampillio del sangue nelle vene. Onde di mare innalzarsi nei suoi occhi, fuoco divampare dai nostri baci insaziabili che non si risparmiavano un lembo di pelle. Sono stato Joao Rodriguez, il figlio di Chabib, ora potete chiamarmi Amato… Amato Lusitano: dottore, giovane raccoglitore di veleni.
Il profumo di Elle mi raggiungerà ovunque, anche qui, nella città più ricca d’Europa che dorme perennemente sotto un cielo di nubi nere. I miei molti nomi e le città che mi porto dietro direbbero di me che potrei essere un trasformista, un viandante, eppure in me dormono soltanto tantissimi uomini: ognuno con un suo Dio diverso da adorare, l’unica certezza sono le labbra di Elle, poi proprio come voi, potrei essere chiunque all’occorrenza: soltanto l’amore, le mie carni nude, potrebbero svelare a chi vorrà saziarsene il nucleo primordiale dove il sangue si mescola con le sensazioni.
Anversa: voci di marinai si fanno più rumorose del canto dei gabbiani. Ricchi mercanti e donne agghindate, guardano facchini spaccarsi la schiena per caricare le navi. Sono arrivato da poco, il mio giovane uomo: alto, biondo, con robusti baffi, mi ha prelevato dal cargo di arance battente bandiera lusitana.
“Dottore”, mi ha detto, “sono Hans, benvenuto ad Anversa”
“Ciao Hans e grazie di tutto”, gli ho detto e insieme, discorrendo, ci siamo incuneati nei vicoli della città più ricca d’Europa
“Non ringraziatemi dottore, speriamo solo che tutto possa migliorare”
“Per noi ebrei, Hans, la vita è diventata difficile, prima in Spagna, ora in Portogallo, i re cattolici ci chiamano nuovi convertiti, il popolino usa un termine più affettuoso, ci dicono marrani, porci, davvero carini, no?”
“Qui ad Anversa, dottore, i cattolici sono sempre di meno, se la cosa può consolarvi”.
Sorrido, faccio per dire qualcosa, ma il mio nuovo amico mi interrompe bruscamente: “non so però quanto effettivamente possa davvero consolarvi… Quella che Lutero ci aveva promesso come una grande riforma, una protesta contro le simonie, sembra essere soltanto una base logistica per arricchire i principi tedeschi e tutti quei ricconi del nord che ci sono anche qui”
Nel frattempo, camminando e camminando, siamo arrivati a casa di Hans, sono stanco: è sera, sua moglie ci sta preparando una zuppa, una bile amara percorre il mio sangue, ma almeno qui, per un po’, non avrò gli occhi delle spie cristiane che mi sorvegliano per vedere se dico le preghiere ebraiche, se faccio stregonerie (come pensano loro), se bestemmio, pregando il mio Dio. Almeno qui, per un po’, la gente del posto vorrà farsi curare da un dottore laureatosi a Salamanca. A Lisbona i cristiani, preferivano la peste o tutte le epidemie del mondo: un cristiano non poteva essere curato dal medico dei marrani.
Ciotola, zuppa, Hans riprende il discorso sui luterani, dice che è stato a Frankenhausen. A sentire quel nome resto di sasso. Lo guardo, sembra che una lacrima gli sgorga dagli occhi…
“Di sicuro avrete sentito, dottore, quel che Lutero disse per quella battaglia. Io se ancora ci penso i nervi mi prendono tutto il corpo, sembro collassare”.
“So tutto, Hans: Lutero vi ha chiamato saccheggiatori scelerati, rapinatori di castelli e conventi che non appartenevano a voi. Ha detto anche che vi siete meritati la morte del copro e dell’anima, che siete una banda di assassini”

Hans scaraventò un bicchiere a terra: “Eravamo solo dei contadini, stanchi di sopportare i soprusi dei potenti principi di Germania. Negli occhi di Magister Thomas, nella sua vita, nella sua morte, riecheggerà per sempre la coscienza di un popolo che ha provato a ribaltare le logiche del potere forte. Anche a Münster ci hanno provato gli anabattisti a prendersi la città, ma quei due Jan, hanno fatto diventare un inferno il sogno di libertà che il popolo si portava con sé. Ora dicono che ce ne sia un altro, si chiama Jan van Batenburg, è un brigante vero e proprio, si aggira per le contrade di Münster e saccheggia, stupra, ammazza tutti quelli che non sono di fede anabattista. Dottore, ma lei davvero crede che valga la pena curare questa razza di uomini di merda che siamo tutti?”
Non dissi niente, ascoltai attonito.

Dopo cena mi ritirai nella mia stanza. Ripensai al discorso di Hans, alla fame dei contadini e alle loro rivolte soppresse con il sangue; alla persecuzione degli ebrei che venivano scacciati via, senza più una patria, avrebbero viaggiato lungo un percorso lontano dalle proprie terre. L’editto parlava chiaro, abbandonare il Portogallo, portandosi dietro, in una sacca, anche le ossa dei parenti morti. Pensai alla riforma di Lutero, una religione che andava contro i poteri forti per farsi anch’essa potere forte; pensai a quello che era accaduto a Münster: un manipolo di uomini aveva combattuto per instaurare il primo governo socialista e teocratico ma, arrivati al potere,  i liberatori  si sarebbero trasformati nei più feroci oppressori. Pensai alle parole di Hans e dormii. Lisbona mi apparve in sogno con gli occhi di Elle. La prima immagine che ho di lei è sempre un sorriso e poi, nascoste, le nostre labbra che si sfiorano: la sua lingua, la mia, intrecciate. Un bacio, un sovrapporsi di lingue che sembrano nascondere parole come “accoglimi”… “riscaldami”… “dimmi che in questo momento non morirò mai”… “dimmi che in questo momento posso essere totalmente me stesso”… “dimmi che in questo momento posso essere totalmente me stessa”… poi un abbraccio, a questo punto a parlare sono le nostre carni: nudità; io che mi fondo entrando dentro di lei, io che le dono tutto me stesso nel suo corpo; lei che, accogliendomi, dona se stessa… anche così, di nascosto, nei meandri di un sogno. Nella notte. Anche se durante quella notte Lisbona trema. La terra si spacca insieme alle nostre carni. Sono stato Joao Rodriguez, il figlio di Cahib, Amato, il dottore, eppure in quel momento di amore io non ho un nome; sono puro spirito nella carne. In quel momento lì siamo un sogno, non ci sono distanze, mi aggrappo ai suoi seni e sembro succhiare il suo latte come per nutrirmi del suo amore. Lisbona trema insieme a noi, in un unico grande fremito che sembra scoprire i nostri nervi, i nostri brividi, le anime, l’unico mondo di vita possibile.

La mula di Parenzo

“Miech! Micheze! Fémo tardi! Fémo tardi!”
“Oh Jacheze, questo tempo non smette mai!” e con la solita scenetta, il solito giro di boa, Miech e Jakec (o Micheze e Jacheze come si chiamano fra di loro), se ne uscivano dalla torre campanaria del Municipio, facevano la loro passeggiatina da statuette di bronzo e giù! via! Doi colpi di martel alla campana e Trieste e l’Adriatico, il porto, il mare e dall’altra parte della città, su un autobus che si affacciava sul Golfo dove stavo seduto io, fra puzze di grappin evaporanti e puzzette varie, tutta quella terra si ricordava che esisteva. Il problema a Trieste non era il tempo però ma lo spazio. Da sempre ci abitavano i Visicic slavi, i Wursltemberg tedeschi, gli Schiavoni, i Veneziani, le belle mule, gli istriani che prima erano italia e ora non xè più, i matti e Nonno Fischio che saliva sull’autobus vestito ancora da marinaio, si sedeva davanti al mona di turno e gli raccontava sempre e sempre la solita storia che più o meno fa così.
“No xè più come un tempo, no!”. L’inizio era quello, tipo il C’era una volta che ti aspetti nelle fiabe, insomma, una cosa che si deve rispettare, perché quella storia lì, raccontava di una canzone popolare di cui poi attaccava più o meno, in prima persona, in questo modo:
“La mula de Parenzoooo gà messo su botegaaaa….”
“La cognossi questa, John”, gli disse Nonno Fischio (che nel frattempo era immerso nei ricordi) rivolgendosi a quello che lui considerava uno scaricatore di porto che arrivava dall’Inghilterra per scaricare nessuno sapeva cosa e nessuno sapeva dove
“Whats?” rispondeva quello e il nonno sempre allo stesso modo ma con l’aspetto da figon, bagnato dal sole del mare gli diceva che si chiamava “Walt! Walt! non Uòzz!”. Poi Rudy e quel gran mona di Sbrodolòn, prima si mettevano a ridere e poi gli chiedevano al nonno: “Che la vendeva? Che la vendeva?”
“Chi? la mula? Tutto! Tutto! Tutto la vendeva: prezzi bòni!”, e infine tutti quanti con Giòn che non capiva niente, si mettevamo a cantare quella storia della mula di Parenzo che tutto la vendeva e che tutto la vendeva e che il Nonno aveva sentito fischiettare dagli Schiavoni mariani de Venèsia che eran venuti a portar non so che e non so ben dove.
A un certo punto però, mentre il coro del Nonno e degli scaricatori, si era interrotto per fare un sorso di grappa al mirtillo che avvampa le vene sul naso, si sentì la voce di Paolin il pesciarolo che li aveva sentiti cantare e che cominciò ad urlare “non aveva il bacalà! Non aveva il bacalà! Dannato mare, perché non m’ami più?”. Nonno fischio allora pensò che in fondo ci poteva stare che la ragazza di Parenzo che vendeva tutto a prezzi boni non g’avesse il bacalà e visto che l’era bona per essere bona, pensò che il bacalà gliel’avesse potuto portare lui e allora tutti cantarono di nuovo: “La mula de Parenzo / gà messo su botega / de tutto la vendeva / fòra che il bacalà / perché non m’ami più?”. Per un po’ di tempo quella storia finì così e allora Nonno fischio scese dall’autobus, ma quel giorno, voltandosi vide un piccoletto che in bicicletta e con un giornale dietro la bici, pedalava come un indemoniato verso piazza Garibaldi. “Ah! Che ricordi”, pensò, e pensando e ripensando, gli venne in mente il giovane Karl-Gustav-Bicichlettansen che gli amichetti chiamavano KGB per risparmiare tempo e che era stato campione di ciclismo per ben 88 volte nella corsa ciclistica Trieste-Muggia. KGB era un portento, lineamenti asburgici, furbizia slava, rigore sovietico, cazzimma napoletana. I maligni pensavano che quelle gare KGB le vinceva perché la organizzava suo padre che si chiamava V (ma che i suoi amici per assaporare di più quel nome bellissimo chiamavano Vattelapeschen Gustav Karl Biclettonen). V, secondo alcuni, faceva gareggiare il figlio contro tutti gli storpi e quelli che si credevano Napoleone al manicomio di Domio, ma in verità Nonno Fischio lo sapeva: KGB vinceva perché prima di ogni gara faceva scorpacciate di fagioli con le luganiche e allora con i piedi dava gas e con il culo pure e con la voce cantava pure una marcetta tipo Radetzky di quelle che si sentivano a Piazza Garibaldi. Pronti, partenza, via e già alla prima curva sul lungo mare di Sistiana erano già tutti carbonizzati da quella nube tossica che si era alzata per via dei fagioli con luganica serviti dall’osteria della signora Marietta.

Nonno Fischio si commosse: una roba leggendaria tanto che a quella canzone della Mula di Parenzo ci andò a finire sana, sana la canzone tipo marcetta austriaca che cantava KGB: “Me piasi i bisi con le luganiche, Marietta damene per carità!”.

Da lì in poi, Nonno Fischio, quella storia di quella canzone non la racconta più: sale le scalette della piccola osmilza in centro (per chi non la conoscesse quella è un’osteria veramente di basso borgo) e si ordina le sue grappe, i vinelli e si guarda i quadri con il mare e si tiene stretta una cartolina che gli hanno spedito da Parenzo.

Ogni storia popolare, però, è una storia di tutti e allora si narra che a un certo punto agli americani quella cosa di KGB non gli piaceva proprio e allora via, raus! Censura, niente bisi, molto meglio i veneziani bigoli con la salsiccia luganega e quella storia cambiò, ma non fu l’unico cambiamento, di lì a poco divenne na Cambogia. C’era a chi piaceva la mula bionda e allora ci mise una tinta, chi voleva la polenta, chi invece la preferiva bruna e aveva per moglie una serva. Addirittura quella canzone che partiva dalla Trieste degli austriaci fino agli anni 20 del 1900 ancora la cantavano e la modificavano, perché le canzoni popolari sono come le leggende e tutto resta uguale anche se tutto cambia. Ogni autobus, un Nonno Fischio che sale e conta lu cunto della storia di Parenzo e di KGB, ogni autobus un mona, poi un’osmilza, Wurlstemberg che non capisce niente e allora prende quella storia e la modifica, tutti, gli americani ogni quarto d’ora, Micheze e Jacheze… Femo tardi! Femo tardi! Le statue di bronzo e i rintocchi da Piazza Unità.

Memoriale di un’alzata di tacchi

Non ci fu un giorno dopo, capito? Bastava chiederselo il mattino prima e quei due non avrebbero voluto nient’altro che vedersi. Non ci avrebbero creduto nemmeno loro, forse. Non ci fu un giorno dopo. 
Eppure non era mancato quasi niente: la voglia di sentire che sapore avesse la loro pelle, il bisogno necessario di rubarsi baci davanti a tutti o semplicemente di nascosto. In ascensore. Le risa. La musica. Le prese in giro, il dirsi le cose che sentivano. L’aprirsi il cuore e le sensazioni. Eppure. Proprio quando nessuno, manco loro se l’aspettavano, il loro quadro è caduto.
Quella storia del quadro che cade quando meno te l’aspetti ce l’aveva raccontata proprio bene Danny. Danny Boodman. T.D. Lemon. Novecento. A loro era capitato così. Non c’era un pianista grandissimo e non c’erano le note dell’oceano. C’era il resto di una metropoli e il resto poteva anche sparire se loro si baciavano. Bastava poco per fargli sentire a tutti e due la voglia di ficcarsi nella carne, bastava una tenda immaginaria, una capotte, un sedile, poi si poteva anche stare in una delle strade più trafficate della città. Non sarebbe esistito nient’altro: solo i loro respiri.
Solo in quel momento. La crudeltà sembrava poter essere sconfitta.
E invece
Finì che fu lei ad alzare i tacchi. Lui un po’ se l’aspettava e un po’ la richiamò. Ma più la richiamava e più quel sipario si era chiuso. Non c’era tempo nemmeno per gli applausi. Gli stessi che si erano goduti all’inizio in un teatro che non ti immagini in una Roma spersa fra i vicoli. Con il teatrino che era continuato dal Giappo, lei non c’era mai stata e lui ce la portò e parlarono per tutta la serata in inglese con un cameriere e in italiano con un altro. Poi non ci fu più il tempo nemmeno per un finale di partita. Ci fu un’alzata di tacchi. La crudeltà si prese il suo spazio per narrare un’altra storia. Una nebbia che non ti aspetti risucchiò la primavera.