La favola dell’amore alla fine dell’amore

Un bottone, poi un altro, poi un altro ancora. Era l’unica cosa che poteva fare e si sfilò via la camicia. Poi si sedette su un masso, slacciò la cintura, tiro giù la zip, prese i jeans con tutte e due le mani e se li tolse. Da quella posizione mise un piede dietro l’altro e tirò via una scarpa, per l’altra dovette aiutarsi con le mani. Lo stesso per i calzini, le mutande. Si alzò. I vestiti restavano appallottolati vicino a lui, nel campo. Lì per lì gli venne voglia di pisciare e gli pisciò su. Poi prese un accendino, una bottiglia di birra. Beveva, rideva. Beveva. E poi ancora fumava e beveva e cantava e danzava. Prese un flacone d’alcool e lo scolò sui vestiti appallottolati. Poi ci lanciò un cerino su, era l’unica cosa che poteva fare in quel momento.

La fece. Si sedette, guardò le fiamme e ripensò a quella giornata che era cominciata con un’alba limpida. Pulita. Uno di quei giorni silenziosi dove senti solo il silenzio della provincia e ogni tanto qualche scia che scivola sull’asfalto. Ad un certo punto però una scia venne interrotta e si sentì come un botto fortissimo.

– Oh Madonna!
– Che cazzo sarà successo, Pa?
– E che cazzo ne so io, Carl, scendi e vai a vedere
– Dici che dovrei?
– …
– …
– Puoi attendere e leggere domani la notizia sul giornale.

Era facile da capire, un auto si era schiantata lì, in quel posto maledetto da Dio, dove non c’era niente, tranne la sua casa per chilometri e chilometri e chilometri. Ci vivevano Carl e Pa, due uomini, il primo giovane, caruccio, un po’ strano; l’altro vecchio, orrendo, sulla sedie a rotelle. Dimenticatevi tutte quelle cose moderne che conoscete tipo connessioni a Internet ecc, non c’era niente. Cioè tranne questa strada, questa fattoria, questi alberi lungo la strada, non c’era proprio un cazzo di niente. Carl percorse lentamente la strada, ci trovò una macchina semidistrutta. Si affacciò, c’era una donna, le gambe bianche schizzate di sangue, il volto tumefatto, le lacrime. – Aiuto -, disse debolmente. – Aiuto -.

Carl pensò bene di fare una cosa romantica in quel momento. Tornò a casa, prese il trattore e trainò quella macchina alla fattoria. La donna piangeva, voleva un medico. Carl era invece contento, sembrava un bambino che ha ricevuto un dono dal cielo. Aveva pregato tutte le notti, tutte le mattine per un amore, mentre Pa, sulla sua sedia a rotelle lo scudisciava, lui pregava. Sapeva tutte le preghiere a memoria, anche in latino qualcuna. Lasciarono la macchina lì, l’uomo si sarebbe preso cura della donna. Pa li avrebbe osservati dalla finestra. Di tanto in tanto Carl le avrebbe portato da mangiare e qualche bacio. Avrebbero detto le preghiere insieme alla sera. In nome dell’amore notturno.

Budapest ending

“E al di là di tutto, e finché mi sarà permesso, cercherò sempre di conoscerti”, disse il Sognatore
“Nessuno te l’ha mai vietato”, rispose Edina mentre si allontanava sul ponte delle Catene. Lui, la lasciò andare, aspettò un attimo, si accese una sigaretta e la seguì solo con lo sguardo, restò muto con l’ultimo sorriso, cacciò di tasca lo smartphone e fece su e giù diverse volte sulla start screen, poi prese a seguirla, facendo slalom fra le scarpe di Pauer, sulla riva del Danubio, lato Pest. Ormai però c’era la nebbia e non ci si vedeva più. Un fitto muro di nebbia e il freddo di quella città che si ficcava dentro la carne e faceva vibrare le ossa. Le urla di qualcuno in una lingua sconosciuta. La musica notturna e frusciante del fiume che sa ascoltare solo chi ci abita vicino… al fiume.

Budapest era diversa da Vienna e assomigliava molto ad Edina. Aveva letto la descrizione di quella città la notte di Natale, su Wikipedia e in quelle parole aveva subito ritrovato il carattere di quella donna. Budapest: la più bella città del Danubio; una sapiente auto-messinscena, come Vienna, ma con una robusta sostanza e una vitalità sconosciute alla rivale austriaca. Lo scriveva Claudio Magris, uno forte, scrittore, critico, germanista, triestino, uno che su Wikipedia ci ha la sua pagina personale. Uno che se ti dice che Budapest dà la sensazione fisica della capitale è così, punto: ci devi credere.

Il Sognatore, quando non dormiva, percorreva distanze inimmaginabili per andare a trovare Edina nella sua città. Rinunciava a tutto.
Si armava di parole, immagini, qualche battuta per vederla sorridere e partiva. Non si sa da dove, ma lo si poteva vedere passeggiare, pescando una foto qui, alle torri sul Bastione dei Pescatori, una frase rubata altrove, una sigaretta fumata di nascosto vicino alla statua equestre di Santo Stefano, il primo re ungherese.  Per un attimo si erano anche sfiorati: labbra che accarezzano le labbra e mani che si percorrono. Aveva pensato come poteva essere il suo corpo bianco, fra le lenzuola e le candele e le persiane un po’ socchiuse. Com’era il suo respiro quando si spezzava.

Poi quel muro. La nebbia sempre più densa. Le forze piano a piano mancavano anche solo per pronunciare qualche parole. Budapest, quella notte, sembrava un locale chiuso. Alla fine si sentì da lontano qualcosa di impercettibile, delicato, sul fiume, come una melodia di carillon, la nebbia cominciò a diradarsi, Edina era totalmente scomparsa, ma il Sognatore si svegliò, fra uno scintillio di colori, donne che avanzavano verso il mercato e per il cielo, libri, non gabbiani. Parole svolazzanti sopra un nuovo foglio da descrivere.