Videocut

 

numpu
Foto: https://scriverecreativo.wordpress.com

Numpu si svegliò e tutto le sembrò maledettamente normale. La piccola stanza seminterrata era la sua tomba. La porta inchiavardata, la spia della webcam costantemente accesa e il suo corpicino nudo in primo piano per gli utenti connessi. Il diavolo sa cosa facesse quella gente quando la spiavano. Riconobbe il Natale dalle mutandine nere con una cometa disegnata sul sedere trovate sul comodino. Poco distante semplici istruzioni: “mostra la fica alla cam mentre le indossi”, firmato il tuo vecchio, dolce, rapitore. Numpu eseguì gli ordini pensando a qualche mese fa, quando poteva essere bambina, quando poteva farsi benedire dal sole.

 


Il racconto nasce da un esercizio di stile proposto dal sito: Scrivere creativo. Le regole del gioco erano abbastanza semplici: partire dalla foto dell’articolo e narrare del futuro di quella bambina che ha le braccia aperte e lo sguardo verso il cielo. L’unico vincolo stava nel numero di parole da usare nel racconto: esattamente 100. Ne è uscita una storia triste, mi dispiace e mi dispiace ancora di più per le tante, piccole, Numpu che un esercito di porci pervertiti mercifica sin dalla nascita.

Breve memoriale di un condannato al patibolo [Jan Van Batenburg]

Salire al patibolo e sentire il tuo odore che marcisce sottoterra. Un condannato a morte è un poeta, scalino, dopo scalino, con le tue ombre e i tuoi fantasmi che stavolta hanno vinto, ti stringono i polsi, ti segano la pelle, bruciano sotto le tue ferite. Sei stato schiacciato dai tuoi incubi, Jan, ed ora ti aspettano. La verità è che se c’è vita dopo la morte, sta nel disgregarsi del tuo corpo ricoperto dal suolo, diventerai concime – merda -, oppure le tracce di te se le porteranno nel ventre i vermi che si sono cibati della tua decomposizione. Jan di Batenburg, anabattista, hai ammazzato, stuprato, versato sangue ed ora, questo pubblico non vede l’ora di vederti penzolare e benedire la tua carcassa con un segno della croce. La verità è che non c’è croce. Ho ammazzato in nome di Dio solo per essere nato dalla parte sbagliata del mondo. Lutero, le gilde tedesche, Papa Paolo III – che è più potente del re di Inghilterra -, non hanno bisogno di sporcare le loro lame con il sangue; non hanno bisogno di portarla una spada: loro hanno il mondo e nessuno potrà giammai levarglielo di mano. Io ho sgozzato gente, tre anni fa, nel monastero di Oldeklooster, correva l’anno 1535. Di lì, in poi, per tre anni, io e i miei pezzenti vivemmo come lupi nei boschi. Sul corpo, tatuata, la spada che avrebbe ammazzato tutti coloro che si sarebbero opposti alla nostra religione. Ricordo il rumore del ferro e del fiotto di sangue, l’agonia negli occhi di tutti coloro che non volevano appartenere alla nostra Gerusalemme, al mio regno. Jan Matthys, Jan di Leida, Knipperdolling, Hans Krechting sono tutti nomi che avremmo vendicato. Tutte le urla dei ribelli: attaccati ad un palo con un collare di ferro, straziati per un ora con pinze incandescenti e uccisi con un colpo di daga al cuore dovevano essere vendicati. Tutte le gocce di sole che avrebbero bruciato il corpo esposto nelle gabbie della cattedrale di San Lamberto, sarebbero state vendicate. La gente di Münster non guarda più il cielo perché quelle gabbie con i loro corpi a marcire restano ancora appesi davanti alla cattedrale. E solo Dio sa ancora per quanto tempo. Ma non c’è più tempo per Dio, i miei attimi si sgretolano ma questa agonia sembra durare un’eternità. Ammazzeranno Jan di Batenburg, ma presto ci saranno i batenburghesi e poi ancora altri ed altri, fino forse alla fine di questo mondo, si esalteranno credendosi nuovi profeti ma ciò che vorranno è solo un regno perché la vita li ha messi nella parte sbagliata del mondo (o forse come nel mio caso di nobile ad un passo dal potere ma mai troppo potente per poter dominare). Ecco. Sputo. Una guardia mi colpisce e cado a terra, la gente urla contenta per il gesto della guardia, mi alzo, li guardo, zittiscono, qualcuno mi lega una corda al collo. Jan di Batenburg, figlio illegittimo di un nobile di Gelderland, sindaco di Overijssel, nuovo David, catturato a Villvoorde nel 1538, sta per morire, altri seguiranno il suo esempio, perché a nessuno serve il regno dei cieli ma tutti bramano una corona in terra.

Amore Lusitano

“il verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”
(Giovanni 1,1-18)

Anversa 1534

Ho visto la mia terra spaccarsi e mostrarmi le viscere. Lo zampillio del sangue nelle vene. Onde di mare innalzarsi nei suoi occhi, fuoco divampare dai nostri baci insaziabili che non si risparmiavano un lembo di pelle. Sono stato Joao Rodriguez, il figlio di Chabib, ora potete chiamarmi Amato… Amato Lusitano: dottore, giovane raccoglitore di veleni.
Il profumo di Elle mi raggiungerà ovunque, anche qui, nella città più ricca d’Europa che dorme perennemente sotto un cielo di nubi nere. I miei molti nomi e le città che mi porto dietro direbbero di me che potrei essere un trasformista, un viandante, eppure in me dormono soltanto tantissimi uomini: ognuno con un suo Dio diverso da adorare, l’unica certezza sono le labbra di Elle, poi proprio come voi, potrei essere chiunque all’occorrenza: soltanto l’amore, le mie carni nude, potrebbero svelare a chi vorrà saziarsene il nucleo primordiale dove il sangue si mescola con le sensazioni.
Anversa: voci di marinai si fanno più rumorose del canto dei gabbiani. Ricchi mercanti e donne agghindate, guardano facchini spaccarsi la schiena per caricare le navi. Sono arrivato da poco, il mio giovane uomo: alto, biondo, con robusti baffi, mi ha prelevato dal cargo di arance battente bandiera lusitana.
“Dottore”, mi ha detto, “sono Hans, benvenuto ad Anversa”
“Ciao Hans e grazie di tutto”, gli ho detto e insieme, discorrendo, ci siamo incuneati nei vicoli della città più ricca d’Europa
“Non ringraziatemi dottore, speriamo solo che tutto possa migliorare”
“Per noi ebrei, Hans, la vita è diventata difficile, prima in Spagna, ora in Portogallo, i re cattolici ci chiamano nuovi convertiti, il popolino usa un termine più affettuoso, ci dicono marrani, porci, davvero carini, no?”
“Qui ad Anversa, dottore, i cattolici sono sempre di meno, se la cosa può consolarvi”.
Sorrido, faccio per dire qualcosa, ma il mio nuovo amico mi interrompe bruscamente: “non so però quanto effettivamente possa davvero consolarvi… Quella che Lutero ci aveva promesso come una grande riforma, una protesta contro le simonie, sembra essere soltanto una base logistica per arricchire i principi tedeschi e tutti quei ricconi del nord che ci sono anche qui”
Nel frattempo, camminando e camminando, siamo arrivati a casa di Hans, sono stanco: è sera, sua moglie ci sta preparando una zuppa, una bile amara percorre il mio sangue, ma almeno qui, per un po’, non avrò gli occhi delle spie cristiane che mi sorvegliano per vedere se dico le preghiere ebraiche, se faccio stregonerie (come pensano loro), se bestemmio, pregando il mio Dio. Almeno qui, per un po’, la gente del posto vorrà farsi curare da un dottore laureatosi a Salamanca. A Lisbona i cristiani, preferivano la peste o tutte le epidemie del mondo: un cristiano non poteva essere curato dal medico dei marrani.
Ciotola, zuppa, Hans riprende il discorso sui luterani, dice che è stato a Frankenhausen. A sentire quel nome resto di sasso. Lo guardo, sembra che una lacrima gli sgorga dagli occhi…
“Di sicuro avrete sentito, dottore, quel che Lutero disse per quella battaglia. Io se ancora ci penso i nervi mi prendono tutto il corpo, sembro collassare”.
“So tutto, Hans: Lutero vi ha chiamato saccheggiatori scelerati, rapinatori di castelli e conventi che non appartenevano a voi. Ha detto anche che vi siete meritati la morte del copro e dell’anima, che siete una banda di assassini”

Hans scaraventò un bicchiere a terra: “Eravamo solo dei contadini, stanchi di sopportare i soprusi dei potenti principi di Germania. Negli occhi di Magister Thomas, nella sua vita, nella sua morte, riecheggerà per sempre la coscienza di un popolo che ha provato a ribaltare le logiche del potere forte. Anche a Münster ci hanno provato gli anabattisti a prendersi la città, ma quei due Jan, hanno fatto diventare un inferno il sogno di libertà che il popolo si portava con sé. Ora dicono che ce ne sia un altro, si chiama Jan van Batenburg, è un brigante vero e proprio, si aggira per le contrade di Münster e saccheggia, stupra, ammazza tutti quelli che non sono di fede anabattista. Dottore, ma lei davvero crede che valga la pena curare questa razza di uomini di merda che siamo tutti?”
Non dissi niente, ascoltai attonito.

Dopo cena mi ritirai nella mia stanza. Ripensai al discorso di Hans, alla fame dei contadini e alle loro rivolte soppresse con il sangue; alla persecuzione degli ebrei che venivano scacciati via, senza più una patria, avrebbero viaggiato lungo un percorso lontano dalle proprie terre. L’editto parlava chiaro, abbandonare il Portogallo, portandosi dietro, in una sacca, anche le ossa dei parenti morti. Pensai alla riforma di Lutero, una religione che andava contro i poteri forti per farsi anch’essa potere forte; pensai a quello che era accaduto a Münster: un manipolo di uomini aveva combattuto per instaurare il primo governo socialista e teocratico ma, arrivati al potere,  i liberatori  si sarebbero trasformati nei più feroci oppressori. Pensai alle parole di Hans e dormii. Lisbona mi apparve in sogno con gli occhi di Elle. La prima immagine che ho di lei è sempre un sorriso e poi, nascoste, le nostre labbra che si sfiorano: la sua lingua, la mia, intrecciate. Un bacio, un sovrapporsi di lingue che sembrano nascondere parole come “accoglimi”… “riscaldami”… “dimmi che in questo momento non morirò mai”… “dimmi che in questo momento posso essere totalmente me stesso”… “dimmi che in questo momento posso essere totalmente me stessa”… poi un abbraccio, a questo punto a parlare sono le nostre carni: nudità; io che mi fondo entrando dentro di lei, io che le dono tutto me stesso nel suo corpo; lei che, accogliendomi, dona se stessa… anche così, di nascosto, nei meandri di un sogno. Nella notte. Anche se durante quella notte Lisbona trema. La terra si spacca insieme alle nostre carni. Sono stato Joao Rodriguez, il figlio di Cahib, Amato, il dottore, eppure in quel momento di amore io non ho un nome; sono puro spirito nella carne. In quel momento lì siamo un sogno, non ci sono distanze, mi aggrappo ai suoi seni e sembro succhiare il suo latte come per nutrirmi del suo amore. Lisbona trema insieme a noi, in un unico grande fremito che sembra scoprire i nostri nervi, i nostri brividi, le anime, l’unico mondo di vita possibile.

La favola dell’amore alla fine dell’amore

Un bottone, poi un altro, poi un altro ancora. Era l’unica cosa che poteva fare e si sfilò via la camicia. Poi si sedette su un masso, slacciò la cintura, tiro giù la zip, prese i jeans con tutte e due le mani e se li tolse. Da quella posizione mise un piede dietro l’altro e tirò via una scarpa, per l’altra dovette aiutarsi con le mani. Lo stesso per i calzini, le mutande. Si alzò. I vestiti restavano appallottolati vicino a lui, nel campo. Lì per lì gli venne voglia di pisciare e gli pisciò su. Poi prese un accendino, una bottiglia di birra. Beveva, rideva. Beveva. E poi ancora fumava e beveva e cantava e danzava. Prese un flacone d’alcool e lo scolò sui vestiti appallottolati. Poi ci lanciò un cerino su, era l’unica cosa che poteva fare in quel momento.

La fece. Si sedette, guardò le fiamme e ripensò a quella giornata che era cominciata con un’alba limpida. Pulita. Uno di quei giorni silenziosi dove senti solo il silenzio della provincia e ogni tanto qualche scia che scivola sull’asfalto. Ad un certo punto però una scia venne interrotta e si sentì come un botto fortissimo.

– Oh Madonna!
– Che cazzo sarà successo, Pa?
– E che cazzo ne so io, Carl, scendi e vai a vedere
– Dici che dovrei?
– …
– …
– Puoi attendere e leggere domani la notizia sul giornale.

Era facile da capire, un auto si era schiantata lì, in quel posto maledetto da Dio, dove non c’era niente, tranne la sua casa per chilometri e chilometri e chilometri. Ci vivevano Carl e Pa, due uomini, il primo giovane, caruccio, un po’ strano; l’altro vecchio, orrendo, sulla sedie a rotelle. Dimenticatevi tutte quelle cose moderne che conoscete tipo connessioni a Internet ecc, non c’era niente. Cioè tranne questa strada, questa fattoria, questi alberi lungo la strada, non c’era proprio un cazzo di niente. Carl percorse lentamente la strada, ci trovò una macchina semidistrutta. Si affacciò, c’era una donna, le gambe bianche schizzate di sangue, il volto tumefatto, le lacrime. – Aiuto -, disse debolmente. – Aiuto -.

Carl pensò bene di fare una cosa romantica in quel momento. Tornò a casa, prese il trattore e trainò quella macchina alla fattoria. La donna piangeva, voleva un medico. Carl era invece contento, sembrava un bambino che ha ricevuto un dono dal cielo. Aveva pregato tutte le notti, tutte le mattine per un amore, mentre Pa, sulla sua sedia a rotelle lo scudisciava, lui pregava. Sapeva tutte le preghiere a memoria, anche in latino qualcuna. Lasciarono la macchina lì, l’uomo si sarebbe preso cura della donna. Pa li avrebbe osservati dalla finestra. Di tanto in tanto Carl le avrebbe portato da mangiare e qualche bacio. Avrebbero detto le preghiere insieme alla sera. In nome dell’amore notturno.

Budapest ending

“E al di là di tutto, e finché mi sarà permesso, cercherò sempre di conoscerti”, disse il Sognatore
“Nessuno te l’ha mai vietato”, rispose Edina mentre si allontanava sul ponte delle Catene. Lui, la lasciò andare, aspettò un attimo, si accese una sigaretta e la seguì solo con lo sguardo, restò muto con l’ultimo sorriso, cacciò di tasca lo smartphone e fece su e giù diverse volte sulla start screen, poi prese a seguirla, facendo slalom fra le scarpe di Pauer, sulla riva del Danubio, lato Pest. Ormai però c’era la nebbia e non ci si vedeva più. Un fitto muro di nebbia e il freddo di quella città che si ficcava dentro la carne e faceva vibrare le ossa. Le urla di qualcuno in una lingua sconosciuta. La musica notturna e frusciante del fiume che sa ascoltare solo chi ci abita vicino… al fiume.

Budapest era diversa da Vienna e assomigliava molto ad Edina. Aveva letto la descrizione di quella città la notte di Natale, su Wikipedia e in quelle parole aveva subito ritrovato il carattere di quella donna. Budapest: la più bella città del Danubio; una sapiente auto-messinscena, come Vienna, ma con una robusta sostanza e una vitalità sconosciute alla rivale austriaca. Lo scriveva Claudio Magris, uno forte, scrittore, critico, germanista, triestino, uno che su Wikipedia ci ha la sua pagina personale. Uno che se ti dice che Budapest dà la sensazione fisica della capitale è così, punto: ci devi credere.

Il Sognatore, quando non dormiva, percorreva distanze inimmaginabili per andare a trovare Edina nella sua città. Rinunciava a tutto.
Si armava di parole, immagini, qualche battuta per vederla sorridere e partiva. Non si sa da dove, ma lo si poteva vedere passeggiare, pescando una foto qui, alle torri sul Bastione dei Pescatori, una frase rubata altrove, una sigaretta fumata di nascosto vicino alla statua equestre di Santo Stefano, il primo re ungherese.  Per un attimo si erano anche sfiorati: labbra che accarezzano le labbra e mani che si percorrono. Aveva pensato come poteva essere il suo corpo bianco, fra le lenzuola e le candele e le persiane un po’ socchiuse. Com’era il suo respiro quando si spezzava.

Poi quel muro. La nebbia sempre più densa. Le forze piano a piano mancavano anche solo per pronunciare qualche parole. Budapest, quella notte, sembrava un locale chiuso. Alla fine si sentì da lontano qualcosa di impercettibile, delicato, sul fiume, come una melodia di carillon, la nebbia cominciò a diradarsi, Edina era totalmente scomparsa, ma il Sognatore si svegliò, fra uno scintillio di colori, donne che avanzavano verso il mercato e per il cielo, libri, non gabbiani. Parole svolazzanti sopra un nuovo foglio da descrivere.

 

Tre rose rosse e una bottiglia di Hennessy

Oggi, chiamatemi Porpora. E’ il 19 Gennaio. Ho tre rose e una bottiglia di Hennessy, un ottimo cognac, dei più pregiati. Ha detto Sam che quest’anno sarei stato io Porpora. Una telefonata sbrigativa di qualche giorno fa, giusto il tempo per avvisarmi, poche parole, più un onore che una proposta. Squillo, squillo, squillo, risposta. 
– Ciao Sam 
– Ciao. Quest’anno tocca a te. 
– Grazie mille Sam. 
Click. Telefono chiuso.  
Ogni 19 gennaio qualcuno si cancella il viso e va al cimitero. Nessuno sa chi ci è andato gli anni scorsi e nessuno sa chi ci andrà quest’anno. Per la città di Baltimora oggi sarò semplicemente The Toaster: un vestito scuro, un ombrello, un cappello a falda larga e una sciarpa bianca. Poi tre rose rosse: una per il defunto, l’altra per la madre e un’altra ancora per la moglie e l’Hennessy in una bottiglia pregiata. Appuntamento nella chiesa Presbiteriana di Westminister, prima dell’alba, al 519 di West Fayette Street. Destinazione ufficiale: la tomba di Edgar Allan Poe.  
Baltimora ha dato la vita a Poe, Baltimora brinda furtivamente a lui ogni anno, ma Baltimora lo ha anche ammazzato.  Nella maniera più atroce lo ha fatto. 
Non si sa ancora bene perché sia morto. Oddio il perché si sa di ognuno di noi, quello che manca è il percome. Si narra che fosse partito da Richmond, Virginia, su un piroscafo, destinazione New York. Si dice che fece tappa a Baltimora e che scelse questa città per morire. Forse morì per rabbia, forse per complicazioni dovute al troppo alcool. Lo trovò lo stampatore Giuseppe Walker davanti la taverna Gunner’s Hall. 
– Accorrete subito! -, scrisse lo stampatore allo zio di Poe, – C’è vostro nipote strafatto di alcool. E’ in profondo stato di angoscia. -. Gli abiti logori, si dirà che lo avevano forzato a bere e che lo avevano cambiato di identità non si sa quante volte per farlo votare. Cooping questa cosa qui si chiamava cooping. Finì al Washington College Hospital, fra le urla e le pareti strette degli alcolizzati. Fu il dottore John J. Morgan colui che lo vide negli ultimi giorni della sua vita. Scrisse di lui che era in un totale stato di angoscia e che aveva cominciato a prendere una vacua conversazione con oggetti spettrali ed immaginati sui muri.   
– Fanculo Edgar! L’inferno ti si è ripreso, falli bere bene i tuoi spettri stasera.