Quella parte di Facebook che ha paura degli immigrati

Qualche giorno fa ho pubblicato un racconto: una semplice storia del viaggio dei migranti dell’Africa nera. Il post, pubblicizzato su Facebook a mie spese, per vedere un po’ come veniva percepito dalla gente ha avuto diversi apprezzamenti ma, soprattutto fra i commenti, si è scatenato l’odio più profondo – questo il post su Facebook  -. L’accusa principale mossa al post può suonare più o meno così: “pensiamo prima ai nostri poveri, gli altri per quanto mi riguarda sono solo dei parassiti, vengono a rubarci il lavoro, non hanno voglia di fare niente” e tante altre amenità del genere. Chi sono gli altri in questione? Gente che non ha una vita nelle terre dove vive (tipo il Sudan o l’Egitto, l’Eritra, la Nigeria, il Senegal e via discorrendo); chi ha paura di questi profughi? I nostri connazionali, viene quasi da pensare che questa paura, attinga le proprie radici ad una bassa autostima dei difensori della patria, oltre che alla paura reale di non farcela – anche quando i profughi che vengono da noi sono spesso costretti a vivere nell’ombra o sono retaggio di bande criminali -. Spesso si legge che i profughi sarebbero qui a spese nostre, che vivano in non so quali resort e che siamo noi a pagargli tutto. Inutile dire che, come nei casi precedenti, documentare notizie fondate che smentiscano queste illazioni è un gioco da ragazzi, eppure queste storie si espandono a macchia d’olio. Ad espanderle sono spesso siti web la cui violenza è spesso stata bannata anche da Facebook o di dubbia appartenenza. Internet e Facebook, poi, sono una cassa di risonanza molto forte che fa da valvola di sfogo per queste persone, ed è così che un semplice post venga preso d’assalto; un post che è poi solo un racconto di letteratura impegnata: grande detonatore da sempre la letteratura. I racconti scavano negli archetipi della gente.

Il viaggio degli angeli caduti

Chiara e l’alba, c’era da fare la colazione per i figli: un pentolino di latte di Lidl ché c’è crisi, cornetti, marmellata d’arance e la moka. Chiara Grande sognava una colazione al bar, come quella del sabato: invece niente. Si doveva risparmiare, certo se avessero vinto al SuperEnalotto allora sì!  E invece no, c’era da svegliarsi alle 5 e fare presto:  “A questo punto tanto vale prendere il Galaxy mentre la moka è sul fuoco”, si disse, “e vedere chi c’è su Facebook, postare il link di zia, che lo aveva condiviso a sua volta da Lamberto Paoli, che lo aveva preso direttamente da quel politico che, incazzatissimo, postava: vi piacerebbe una vacanza in un resort con pista da sci, piscina, solarium? Basta essere PRESUNTI PROFUGHI…

“Che schifo!”, pensò Chiara: “Dove siamo finiti!”, si disse, e condivise quel post; come darle torto, ci si fa il culo e queste scimmie con i burkini ci inquinano! AM-MAZ-ZA-NO! E noi? Con le nostre tasse gli dovremmo pagare la vacanza? Ma che ne sanno loro dei sacrifici che facciamo per mandare i figli all’università, in palestra, in Erasmus! Finì di preparare la colazione, si vestì, prese la macchina e guidò verso l’aeroporto di Caselle, dopo circa 10 km, lungo una strada a strapiombo sulla costiera ligure (perpendicolarmente in linea gravitazionale), su un incavo roccioso,  Chiara Grande sfrecciò via, inconsapevole, sopra  la grotta dove si nascondeva Abedì Pelé.

Abedì Pelé: 20 anni e un gelido agosto dentro. Si chiamava così perché quella notte, fra le onde del Mediterraneo, l’Etiope gli aveva chiesto: “Che nome avrai in Italia?”
“Il mio, J…”, gli aveva risposto; poi diverse risate: “Nessuno fa questo viaggio e conserva il nome”, disse l’Etiope, “visto che su questo gommone ci sono almeno 100 Mohammed Alì”… “101!”, urlò qualcuno sorridendo in un angolo su quella vecchia carretta inzuppata di gente. “Ecco… Vedi? Ti chiamerai Abedì Pelé!”
Quando ripensava a quel momento Abedì si sentiva nell’unico posto sicuro: era la sua buona notte. Ora il sole  lo gelava, due agenti di polizia gli stavano di fronte, lui, in quella grotta si sentiva un leone senza ruggito: “What’s your name?”, gli chiese uno dei due agenti; il ragazzo gli disse il nome e l’altro allora sorrise, ribattendo: “solo oggi, fra Ventimiglia e dintorni, abbiamo trovato Weah, Angloma ed Abedì Pelé, se ce li teniamo vinciamo l’Europa League; procedi con la solita solfa, chiedigli i documenti”. Provateci voi ad averceli i documenti quando sul vostro passaporto dovrebbe esserci scritto Eritrea. Se nascete in quel posto sarete in guerra a tempo indeterminato, l’unica salvezza che vi rimane è scappare, correre nel deserto più veloce del sole, perché quelli sono raggi che potrebbero carbonizzarvi, come è accaduto a Kidane, 18 anni, cugino di Abedì, preso e spedito a marcire in prigione, dormendo per terra in una cella talmente affollata che la carretta del mare degli scafisti è un transatlantico. Se tutto questo non bastasse sappiate che Kidane, a turno con gli altri detenuti, viene legato mani e piedi e bruciato al sole: ore, giorni. La notte, se sei uomo le guardie carcerarie ti picchiano sulla schiena con spranghe di ferro; se sei donna ti picchiano anche solo se non accetti il loro cazzo. L’unica salvezza è il viaggio, pensava sempre Abedì, l’unico incubo è il viaggio.

Il confine delle persone come Abedì è una linea che taglia in due l’inferno: da una parte l’Eritrea, poi il Sudan, al suo fianco un muro di 230 km costruito da Israele per lasciare le anime fuori dalla Promessa. Arrivò a Kassala, in Sudan, mangiando sabbia. Lo presero i poliziotti mentre dormiva in una grotta nel deserto. Lo spedirono in un campo profughi, un altro poliziotto lo vendette ad un mercante di anime e partirono con lo stomaco corroso dalla fame: destinazione Sinai, davanti al sogno più bello di tutti: il Mediterraneo.

La cosa più bella del mare, per quei ragazzi, era l’orizzonte. In un punto così lontano dove il sole danza non può mancare la  luce. Tra quel miraggio e la realtà invece vi erano le urla di Sarah, una perla d’ebano violentata tutte le notti, lasciando il telefono acceso così che i parenti potessero sentire il suo dolore e pagarle il viaggio. O la sofferenza di Alì, le cui ossa si frantumavano sotto le scudisciate dei mercanti di anime, sempre con il telefono acceso, sempre per quella cosa del riscatto. Se i parenti non avessero pagato quelle cifre potevi attraversare il mare vendendo i tuoi organi al mercato nero. “Una soluzione si trova”, dicevano gli assassini

Il resto è una grotta della costiera ligure abbandonata da poco. Una nuvola impenetrabile che avvolge il confine fra Italia e Francia. È il 24 di agosto del 2016, prima della notte che avrebbe spaccato il centro dell’Italia. Alcuni dicono che i tanti Weah, Angloma, Abedì insieme alle centinaia di Mohammed Alì, siano stati presi e condotti su un aereo, a Malpensa, anzi no a Caselle, nello stesso posto dove lavora Chiara Grande; destinazione Kathmandu, Sudan, rimpatriati all’inferno; altri invece dicono che non è vero, che noi a quella gente gli paghiamo la vacanza. Il sole continuerà a sorgere dal mare, Kidane è una bandiera di ossa consunte dai suoi raggi.