Videocut

 

numpu
Foto: https://scriverecreativo.wordpress.com

Numpu si svegliò e tutto le sembrò maledettamente normale. La piccola stanza seminterrata era la sua tomba. La porta inchiavardata, la spia della webcam costantemente accesa e il suo corpicino nudo in primo piano per gli utenti connessi. Il diavolo sa cosa facesse quella gente quando la spiavano. Riconobbe il Natale dalle mutandine nere con una cometa disegnata sul sedere trovate sul comodino. Poco distante semplici istruzioni: “mostra la fica alla cam mentre le indossi”, firmato il tuo vecchio, dolce, rapitore. Numpu eseguì gli ordini pensando a qualche mese fa, quando poteva essere bambina, quando poteva farsi benedire dal sole.

 


Il racconto nasce da un esercizio di stile proposto dal sito: Scrivere creativo. Le regole del gioco erano abbastanza semplici: partire dalla foto dell’articolo e narrare del futuro di quella bambina che ha le braccia aperte e lo sguardo verso il cielo. L’unico vincolo stava nel numero di parole da usare nel racconto: esattamente 100. Ne è uscita una storia triste, mi dispiace e mi dispiace ancora di più per le tante, piccole, Numpu che un esercito di porci pervertiti mercifica sin dalla nascita.

Breve memoriale di un condannato al patibolo [Jan Van Batenburg]

Salire al patibolo e sentire il tuo odore che marcisce sottoterra. Un condannato a morte è un poeta, scalino, dopo scalino, con le tue ombre e i tuoi fantasmi che stavolta hanno vinto, ti stringono i polsi, ti segano la pelle, bruciano sotto le tue ferite. Sei stato schiacciato dai tuoi incubi, Jan, ed ora ti aspettano. La verità è che se c’è vita dopo la morte, sta nel disgregarsi del tuo corpo ricoperto dal suolo, diventerai concime – merda -, oppure le tracce di te se le porteranno nel ventre i vermi che si sono cibati della tua decomposizione. Jan di Batenburg, anabattista, hai ammazzato, stuprato, versato sangue ed ora, questo pubblico non vede l’ora di vederti penzolare e benedire la tua carcassa con un segno della croce. La verità è che non c’è croce. Ho ammazzato in nome di Dio solo per essere nato dalla parte sbagliata del mondo. Lutero, le gilde tedesche, Papa Paolo III – che è più potente del re di Inghilterra -, non hanno bisogno di sporcare le loro lame con il sangue; non hanno bisogno di portarla una spada: loro hanno il mondo e nessuno potrà giammai levarglielo di mano. Io ho sgozzato gente, tre anni fa, nel monastero di Oldeklooster, correva l’anno 1535. Di lì, in poi, per tre anni, io e i miei pezzenti vivemmo come lupi nei boschi. Sul corpo, tatuata, la spada che avrebbe ammazzato tutti coloro che si sarebbero opposti alla nostra religione. Ricordo il rumore del ferro e del fiotto di sangue, l’agonia negli occhi di tutti coloro che non volevano appartenere alla nostra Gerusalemme, al mio regno. Jan Matthys, Jan di Leida, Knipperdolling, Hans Krechting sono tutti nomi che avremmo vendicato. Tutte le urla dei ribelli: attaccati ad un palo con un collare di ferro, straziati per un ora con pinze incandescenti e uccisi con un colpo di daga al cuore dovevano essere vendicati. Tutte le gocce di sole che avrebbero bruciato il corpo esposto nelle gabbie della cattedrale di San Lamberto, sarebbero state vendicate. La gente di Münster non guarda più il cielo perché quelle gabbie con i loro corpi a marcire restano ancora appesi davanti alla cattedrale. E solo Dio sa ancora per quanto tempo. Ma non c’è più tempo per Dio, i miei attimi si sgretolano ma questa agonia sembra durare un’eternità. Ammazzeranno Jan di Batenburg, ma presto ci saranno i batenburghesi e poi ancora altri ed altri, fino forse alla fine di questo mondo, si esalteranno credendosi nuovi profeti ma ciò che vorranno è solo un regno perché la vita li ha messi nella parte sbagliata del mondo (o forse come nel mio caso di nobile ad un passo dal potere ma mai troppo potente per poter dominare). Ecco. Sputo. Una guardia mi colpisce e cado a terra, la gente urla contenta per il gesto della guardia, mi alzo, li guardo, zittiscono, qualcuno mi lega una corda al collo. Jan di Batenburg, figlio illegittimo di un nobile di Gelderland, sindaco di Overijssel, nuovo David, catturato a Villvoorde nel 1538, sta per morire, altri seguiranno il suo esempio, perché a nessuno serve il regno dei cieli ma tutti bramano una corona in terra.

Amore Lusitano

“il verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”
(Giovanni 1,1-18)

Anversa 1534

Ho visto la mia terra spaccarsi e mostrarmi le viscere. Lo zampillio del sangue nelle vene. Onde di mare innalzarsi nei suoi occhi, fuoco divampare dai nostri baci insaziabili che non si risparmiavano un lembo di pelle. Sono stato Joao Rodriguez, il figlio di Chabib, ora potete chiamarmi Amato… Amato Lusitano: dottore, giovane raccoglitore di veleni.
Il profumo di Elle mi raggiungerà ovunque, anche qui, nella città più ricca d’Europa che dorme perennemente sotto un cielo di nubi nere. I miei molti nomi e le città che mi porto dietro direbbero di me che potrei essere un trasformista, un viandante, eppure in me dormono soltanto tantissimi uomini: ognuno con un suo Dio diverso da adorare, l’unica certezza sono le labbra di Elle, poi proprio come voi, potrei essere chiunque all’occorrenza: soltanto l’amore, le mie carni nude, potrebbero svelare a chi vorrà saziarsene il nucleo primordiale dove il sangue si mescola con le sensazioni.
Anversa: voci di marinai si fanno più rumorose del canto dei gabbiani. Ricchi mercanti e donne agghindate, guardano facchini spaccarsi la schiena per caricare le navi. Sono arrivato da poco, il mio giovane uomo: alto, biondo, con robusti baffi, mi ha prelevato dal cargo di arance battente bandiera lusitana.
“Dottore”, mi ha detto, “sono Hans, benvenuto ad Anversa”
“Ciao Hans e grazie di tutto”, gli ho detto e insieme, discorrendo, ci siamo incuneati nei vicoli della città più ricca d’Europa
“Non ringraziatemi dottore, speriamo solo che tutto possa migliorare”
“Per noi ebrei, Hans, la vita è diventata difficile, prima in Spagna, ora in Portogallo, i re cattolici ci chiamano nuovi convertiti, il popolino usa un termine più affettuoso, ci dicono marrani, porci, davvero carini, no?”
“Qui ad Anversa, dottore, i cattolici sono sempre di meno, se la cosa può consolarvi”.
Sorrido, faccio per dire qualcosa, ma il mio nuovo amico mi interrompe bruscamente: “non so però quanto effettivamente possa davvero consolarvi… Quella che Lutero ci aveva promesso come una grande riforma, una protesta contro le simonie, sembra essere soltanto una base logistica per arricchire i principi tedeschi e tutti quei ricconi del nord che ci sono anche qui”
Nel frattempo, camminando e camminando, siamo arrivati a casa di Hans, sono stanco: è sera, sua moglie ci sta preparando una zuppa, una bile amara percorre il mio sangue, ma almeno qui, per un po’, non avrò gli occhi delle spie cristiane che mi sorvegliano per vedere se dico le preghiere ebraiche, se faccio stregonerie (come pensano loro), se bestemmio, pregando il mio Dio. Almeno qui, per un po’, la gente del posto vorrà farsi curare da un dottore laureatosi a Salamanca. A Lisbona i cristiani, preferivano la peste o tutte le epidemie del mondo: un cristiano non poteva essere curato dal medico dei marrani.
Ciotola, zuppa, Hans riprende il discorso sui luterani, dice che è stato a Frankenhausen. A sentire quel nome resto di sasso. Lo guardo, sembra che una lacrima gli sgorga dagli occhi…
“Di sicuro avrete sentito, dottore, quel che Lutero disse per quella battaglia. Io se ancora ci penso i nervi mi prendono tutto il corpo, sembro collassare”.
“So tutto, Hans: Lutero vi ha chiamato saccheggiatori scelerati, rapinatori di castelli e conventi che non appartenevano a voi. Ha detto anche che vi siete meritati la morte del copro e dell’anima, che siete una banda di assassini”

Hans scaraventò un bicchiere a terra: “Eravamo solo dei contadini, stanchi di sopportare i soprusi dei potenti principi di Germania. Negli occhi di Magister Thomas, nella sua vita, nella sua morte, riecheggerà per sempre la coscienza di un popolo che ha provato a ribaltare le logiche del potere forte. Anche a Münster ci hanno provato gli anabattisti a prendersi la città, ma quei due Jan, hanno fatto diventare un inferno il sogno di libertà che il popolo si portava con sé. Ora dicono che ce ne sia un altro, si chiama Jan van Batenburg, è un brigante vero e proprio, si aggira per le contrade di Münster e saccheggia, stupra, ammazza tutti quelli che non sono di fede anabattista. Dottore, ma lei davvero crede che valga la pena curare questa razza di uomini di merda che siamo tutti?”
Non dissi niente, ascoltai attonito.

Dopo cena mi ritirai nella mia stanza. Ripensai al discorso di Hans, alla fame dei contadini e alle loro rivolte soppresse con il sangue; alla persecuzione degli ebrei che venivano scacciati via, senza più una patria, avrebbero viaggiato lungo un percorso lontano dalle proprie terre. L’editto parlava chiaro, abbandonare il Portogallo, portandosi dietro, in una sacca, anche le ossa dei parenti morti. Pensai alla riforma di Lutero, una religione che andava contro i poteri forti per farsi anch’essa potere forte; pensai a quello che era accaduto a Münster: un manipolo di uomini aveva combattuto per instaurare il primo governo socialista e teocratico ma, arrivati al potere,  i liberatori  si sarebbero trasformati nei più feroci oppressori. Pensai alle parole di Hans e dormii. Lisbona mi apparve in sogno con gli occhi di Elle. La prima immagine che ho di lei è sempre un sorriso e poi, nascoste, le nostre labbra che si sfiorano: la sua lingua, la mia, intrecciate. Un bacio, un sovrapporsi di lingue che sembrano nascondere parole come “accoglimi”… “riscaldami”… “dimmi che in questo momento non morirò mai”… “dimmi che in questo momento posso essere totalmente me stesso”… “dimmi che in questo momento posso essere totalmente me stessa”… poi un abbraccio, a questo punto a parlare sono le nostre carni: nudità; io che mi fondo entrando dentro di lei, io che le dono tutto me stesso nel suo corpo; lei che, accogliendomi, dona se stessa… anche così, di nascosto, nei meandri di un sogno. Nella notte. Anche se durante quella notte Lisbona trema. La terra si spacca insieme alle nostre carni. Sono stato Joao Rodriguez, il figlio di Cahib, Amato, il dottore, eppure in quel momento di amore io non ho un nome; sono puro spirito nella carne. In quel momento lì siamo un sogno, non ci sono distanze, mi aggrappo ai suoi seni e sembro succhiare il suo latte come per nutrirmi del suo amore. Lisbona trema insieme a noi, in un unico grande fremito che sembra scoprire i nostri nervi, i nostri brividi, le anime, l’unico mondo di vita possibile.

I cenci di Beatrice

In nome del popolo Italiano, la corte di Assise di Roma, all’udienza dell’11 settembre 2015, nel processo instaurato nei confronti di Dei Cenci Beatrice, mediante la lettura del dispositivo ha emesso la seguente sentenza: visti gli articoli 575 e 577 del codice di procedura penale, dichiara l’imputata colpevole di parricidio nei confronti di Dei Cenci Francesco, senatore della Repubblica Italiana e la condanna alla pena dell’ergastolo con isolamento diurno di anni 1. L’udienza è sciolta.

Nemmeno in quel momento il volto di Beatrice si piegò al dolore. Algida e a modo suo determinata, attese le guardie che la portarono via dall’aula: una donna aveva sfidato la Repubblica e i suoi uomini.
Uscii dal palazzaccio di giustizia e andai al bar di fronte. Presi un caffè e un cornetto alla crema di nocciola, mi piaceva quel posto perché non aveva le solite paste di cartone pressato e i camerieri erano gentili e sorridenti. Diedi un’occhiata al quotidiano che suonava alquanto beffardo: “Il governo approva la proposta dell’ala progressista: più zone rosa per facilitare le manovre di parcheggio alle donne”.

Il caso di Beatrice lo seguii tutti i giorni. Andavo al palazzaccio dopo il lavoro, da quando mi ero lasciato con la mia ex avevo dato più spazio al mio hobby preferito: scrivere racconti. Non voglio essere uno scrittore, preferisco scrivere quando e come mi piace. Lavoro come consulente software, mi occupo di altri linguaggi: ASP.NET, C#, HTML e diverse sigle strane. Scrivo perché sento l’esigenza di immaginare costruendo degli arabeschi di suono intorno al mio scoreggiante mondo interiore.
I giorni dunque li passavo cercando storie e quella volta, entrato nell’aula, il racconto di questa donna bellissima, dai lineamenti dolci e dall’elegante posa rinascimentale, mi si impresse, così alla mente, che potrei riscriverlo a memoria. Io non credo che fu il tran-tran mediatico che un omicidio di un senatore della Repubblica aveva giustamente scatenato nell’opinione a farmi avvicinare al caso. Ero interessato più come una cosa umana. Cominciai a rivivermi Beatrice e le sue parole:

“Mi chiamo Dei Cenci Beatrice, vostro onore, e sono nata a Petrella Salto (La Petrèlla, come la chiamavamo da bambini), il 6 febbraio del 1977. Ho vissuto in questo paesino, in provincia di Rieti, fino a 10 anni, quando con la famiglia mi sono trasferita a Roma, in un palazzo con un’architettura del primo Novecento progettato dal Setti in stile eclettico, qui vicino, in via Crescenzio. Papà non c’era mai, aveva i suoi obblighi di politica e quando c’era, stava sempre con quelle persone che contano: i calabresi, di cui non mi diceva niente. Ho passato più tempo a guardarlo in TV mio padre che non a casa. L’unico momento di consolazione ce l’avevo sui marciapiedi di Roma, quando attraversavo ponte Sant’Angelo, con le sue statue che immaginavo mi dicessero, “Buona passeggiata, Bice” mentre camminavo per poi prendere Lungotevere Tor di Nona, passando davanti alle vecchie carceri, per andarmene a leggere e a studiare nella piccola biblioteca privata su via Tomacelli, al civico 15″.
“Potrebbe smetterla di raccontarci tutta la sua vita, signorina”, la interruppe l’avvocato dell’accusa
“Signor avvocato, lasci parlare l’imputata”, lo bloccò il giudice. E Beatrice continuò così, dopo aver ringraziato a vostro onore.
“Chiedo scusa all’avvocato, passerò alla narrazione di fatti più concreti, ma con il mio nome, con il mio cognome, ho spesso pensato che 500 anni fa, in quelle carceri, siano stati rinchiusi i miei fratelli… tornando a cose più concrete… abbandonai Roma nel 1990. Papà mi iscrisse in un college all’estero, a Sherborne, una cittadina inglese non troppo distante da Oxford. Prima però accadde che giunsero i carabinieri a casa. Venni mandata in fretta e furia nella mia camera da mia madre. L’indomani avevo un biglietto per l’aeroporto di Gatwick e l’iscrizione per uno dei più esclusivi istituiti europei”.

Dopo questa confessione proseguirono altre testimonianze, tesi e fu deciso che Beatrice doveva ripresentarsi una settimana dopo. Passando per via Crescenzio, con il mio motorino per tornarmene a casa, vidi diverse troupe televisive assediate sotto il palazzo che ormai, per i media, era la dimora eclettica della Strega di Prati.
Tornato a casa ripresi i documenti che avevo lasciato al lavoro circa l’architettura di un software da progettare. L’applicativo doveva essere costruito su una piattaforma Microsoft e allora cominciai a pensare la base dati su SQL Server 2012, in dubbio se demandare la realizzazione a una progettazione SOA con l’utilizzo di WCF o meno. Passò poco tempo e chiamai A., per chiederle se avesse voluto mangiare una cosa con me, mi propose l’Osteria del Cavaliere a via Alba, mi ci fiondai al volo. Stavo bene con A., non mi capitava dai tempi della mia ex., ci potevo parlare di tutto e mi metteva a mio agio. Mangiai una pasta e fagioli formidabile e bevvi bicchieri e bicchieri di Genziana. Al ristorante ci immaginavamo le vite di quelli che ci stavano seduti a fianco (abbiamo dato per spacciata una coppia di vegani seduti in fondo alla sala e ci siamo inventati che quelli di fronte erano una famiglia del Molise che erano andati a trovare il figlio studente, fuori corso, pochi esami, in architettura). Dopo cena tornai di nuovo nella mia stanza e pensai a quella storia che avevo sentito al palazzaccio. Beatrice, così bella, veniva accusata di omicidio, lei che era stata spedita d’improvviso all’estero, quella notte che i Carabinieri entrarono a casa. Buttai il pacchetto di Chesterfield blu sulla piccola scrivania, andai in cucina, piano, piano, per non svegliare i coinquilini, lasciai perdere le architetture SOA, presi una Tennet’s dal frigo e mi misi a scrivere.

Beatrice. Quella storia dei carabinieri. la ragazza che abbandona il paese, la madre. Doveva avere pure qualcosa la madre e allora mi venne una data in mente: 9 settembre 1990, pensai che non andava bene, non mi piaceva che quella storia cominciasse sotto il segno della Vergine, allora cambiai, 9 luglio 90! Feci una piccola ricerca su Google per vedere se c’erano partite di calcio, non andava bene nemmeno quel giorno era infatti subito dopo la finalissima dell’Olimpico fra Argentina e Germania durante le notti magiche. Meglio prima,  meglio l’8 luglio, quando qualsiasi maschio del mondo guarda comunque la finale dei mondiali, fosse anche il più importante politico della nazione, il rutto libero,  in quel frangente, è quanto meno imprescindibile.

Allora immaginai poche frasi scritte sul diario di Lucrezia Petroni, madre di Beatrice, datate, per l’appunto, 8 luglio 1990

Il futuro ministro guarda la partita, Bea andrà via domani. Non sopporto, ma sopporto

E poi ancora altre frasi…

Dopo l’eliminazione dell’Italia contro l’Argentina, mio marito rientrò tardissimo, era mascherato e visibilmente sconvolto. Credo abbia fatto uso di cocaina tutta la notte. Entrò e disse a voce alta: “Entrate e godetene tutti, questa è la pellaccia vecchia di mia moglie offerta in sacrificio per voi”, lo seguirono cinque uomini, africani e uno che aveva l’accento calabrese. Mi legarono al letto, mi entrarono ovunque e poi vennero, uno alla volta, sul mio volto, corsi in bagno per lavarmi la faccia. Mio marito mi prese allora per i capelli e mi costrinse a guardarmi allo specchio. Ero completamente ricoperta di sperma, poi lasciò la presa, il mio volto cadde sul lavabo, lo sperma mi chiuse gli occhi. Non emisi nessun grido durante quella violenza, sopportai piangendo, perché se mi fossi messa ad urlare avrei creato scandalo. Mi sentivo come se fossi andata in sposa a Barbablù, ero ingenua quando dissi quel sì di bianco vestita, mi attirò il suo fascino, il suo potere, la foga animalesca che aveva quando facevamo l’amore.

Seguirono diverse udienze per il caso Dei Cenci e tanti testimoni si avvicendarono. Oltre a ciò che andava in atto al Palazzaccio, cominciai ad avvicinarmi alle vicende di quella nobildonna romana del Cinquecento, che si chiamava per l’appunto Beatrice Cenci e la cui anima si narra che proprio l’11 settembre, ogni notte, cammini con la testa in mano sul ponte Sant’Angelo. Lessi tutto quanto c’era da leggere: dai link su Wikipedia, alle narrazioni di Dumas, Stendhal, a quella palla di racconto storico e monumentale che ne fece il Guerrazzi. Fui stregato dal dramma crudele che ne rappresentò Antonin Artaud con il suo Les Cenci. Una notte sognai che mi tagliarono la testa, fui contento che era solo un incubo, mi lavai la faccia e andai al lavoro, alle 18 c’era un’altra udienza con Beatrice, ce l’avrei fatta ad assistere.
Entrai e Beatrice aveva da poco preso la parola “… fu lì che cominciai a vedere documenti strani che circolavano circa la costruzione di nuovi quartieri nella periferia romana, vostro onore. La cosa colpì subito il mio interesse e chiesi a mia madre.
“Non so niente figlia mia, non lo so se quelle ditte calabresi di cui dici furono davvero le stesse con cui collaborava tuo padre”, rispose mia madre.
E allora Beatrice continuò così:
La mia posizione rilevante all’interno della commissione europea, conquistata anche grazie ai soldi di mio padre, mi poneva di fronte ad atti di espropriazione e giri loschi. Mi sentivo come la sposa ingenua a cui Barbablù dà ogni ricchezza, purché non usi mai quella chiave per aprire la porticina, quella che avrebbe svelato un lago di sangue con tutti i cadaveri delle mogli a marcire.
C’era in me, una voce che diceva, Bicetta devi indagare e un’altra, quella della bimba nata sotto la protezione del senatore, che cominciava a piangere angosciata.
Il mio rientro in Italia, vostro Onore, lo conoscete bene. Mio padre aveva sentito che cominciavo ad indagare circa quelle situazioni strane di appalti e tangenti. Si mostrò comunque benevolo e mi disse di riposarmi un po’ e di scendere a Roma, saremmo stati un po’ insieme e avremmo mangiato in quel ristorante al Governo vecchio che mi piaceva tanto quando ero ragazzina e che ancora era lì a sfornare piatti e piatti della tradizione  con quella sua gustosissima pasta con cozze e pecorino.
Mi dissi che in fondo potevo tornare in Italia, che li avrei rivisti e mi piaceva l’idea di rincontrare le statue giocose di ponte Sant’Angelo, la vecchia biblioteca di casa dove avrei rovistato fra i miei libri per ricercare le lettere che mi scriveva il mio spasimante: Olimpo Calvetti. Quel ragazzo lo conobbi durante una rappresentazione scolastica che fecero alla Camilluccia, non mi piaceva fisicamente, ma il suo sguardo mi diceva che mi avrebbe seguito anche nelle più remote carceri.
Arrivai a Fiumicino, presi il trolley e mi avvicinai verso un tizio che aveva un cartello con su scritti il mio nome e il mio cognome, pensai subito che fosse un autista che mi aveva mandato mio padre. Le nostre presentazioni mi rassicurarono:
“salve, signora Beatrice, suo padre non è potuto venire a prenderla perché impegnato con il lavoro”
“Sì, immagino sia molto occupato”, risposi
“Non si preoccupi, si libererà per cena, la porteremo noi a casa, siamo i suoi autisti privati, ci segua pure”
Erano in due, sembravano una scorta, vestiti di nero, muscolosi, facevano una fatica assurda sia a darmi del lei che a parlare in italiano corretto, ma non erano stranieri e la cosa mi faceva ridere. A un certo punto però non ricordo più niente. Non so per quanto avevo dormito e non so dove potevo essere, mi alzai con una puzza di sangue che mi diede subito alla nausea. Vostro onore avete creduto di apprendere tutto dalla TV, da Internet e dalla radio circa quel rapimento in Calabria, ma ci sono cose che ancora non ho la forza di ricordare”, disse Beatrice il cui volto era ormai imploso orribilmente in una maschera di angoscia
“Va bene così”, disse il giudice impietosito.
“Essendo però questo evento, anche se traumatico, molto importante ci riserviamo per ora di sospenderlo, lo riprenderemo in un secondo momento”
“grazie, vostro onore”, disse Beatrice con un filo di voce che si faceva spazio fra i suoi singhiozzi
A quel punto immaginai che venne chiamata a deporre la madre di Beatrice, Lucrezia Petroni, la quale esordì dicendo:
“vostro onore, anche per me è difficile ricordare quanto ascoltai da Beatrice durante il suo esilio nella Locride, voglio leggervi però le torture che mia figlia dovette subire da questi esaltati sequestratori, che ce la tornarono in vita, ma profondamente ferita nell’animo, perché come diceva mia figlia, fino a quando il senatore non avrebbe pagato la ricompensa, loro le avrebbero fatto vivere le torture sacre, quelle papali, perché un prigioniero di alto rango doveva avere un trattamento adatto. E su queste parole, vado a leggervi, se mi consentite quanto mi raccontò mia figlia e quanto io, tracciai sul mio diario privato:

La tortura dei fischietti

Ho aspettato diverso tempo prima di chiedere a Beatrice maggiori spiegazioni circa le strane foto che ci inviavano i rapitori. La prima mostrava le sue dita martoriate, piene di grumi di sangue rappreso. Lei mi disse che quella foto rappresentava solo l’inizio delle tremende torture che subì. Quel giorno arrivarono, mi raccontò,  delle persone incappucciate, bruciarono un santino e iniziarono a recitare un salmo dedicato ai tre cavalieri sacri alle cosche mafiose: Osso, Malosso e Carcagnosso. Uno di loro prese a intagliare un giunco da cui ricavò delle piccole striscioline simili a fischietti, gliele conficcarono fra le unghie e la pelle e lasciarono la mia piccola bambina con quelle cose che le dilaniavano le carni non si sa per quanto tempo…

La tortura del fuoco

In un’altra foto vidi la pelle di mia figlia con fortissime escoriazioni di bruciature, quello che mi raccontò Beatrice ha del raccapricciante, il cui solo pensiero di scriverlo, mi attanaglia lo stomaco come una lama che sventra le mie carni. Dopo il rituale del santino e del salmo votivo, uno dei tre uomini accese un piccolo braciere, avvicinarono i piedi di mia figlia alla distanza giusta per farle sentire dapprima un forte calore che si faceva sempre più infuocato fino a bruciarne la pelle. Beatrice ricorda che mentre facevano questa pratica, in quella macelleria dismessa, vicino a tutte quelle bestie appese qualcuno la scherniva dicendo che quella sera l’avrebbero mangiata servita con patate novelle. Non contenti di ciò, prima la semi denudarono, poi le spensero dei mozziconi di sigarette accesi sul seno e sulle mani.

La tortura della veglia

In un’altra foto Beatrice ci si mostrò con gli occhi scavati e un’espressione del volto che sembrava scoprire dei nervi tesi come se avessero steso al sole le sue vene. Pensai subito che non riusciva più nemmeno a vivere e quello che mi raccontò si rivelò ancora più atroce di ogni mia possibile immaginazione. Questa tortura a differenza delle altre non cominciò con il solito rituale ma Beatrice, da come mi disse, si ritrovò immersa durante il sonno in un secchio di acqua gelata. Continuò così per svariate ore, ogni volta che provava a chiudere gli occhi perché stremata e bisognosa di sonno, proprio quando stava per dormire però era costretta a risvegliarsi perché la sua testa veniva immersa in un secchio di acqua gelata.

La tortura della corda

Fra tutte le torture, nell’antica Roma papalina, questa della corda era la più temuta. Dolorosa fino all’inverosimile, gli sventurati che si sottoponevano a questa tortura, anche se innocenti confessavano la propria colpevolezza perché la morte al confronto poteva apparirgli come una pagana benedizione. La foto che ci arrivò è quella che mai nessun giornale, mai nessun sito web, mai nessuno insomma, ha avuto la forza di pubblicare. Una donna, mia figlia, se ne rimaneva incatenata, semi nuda, con i lividi ovunque, in una pozza di vomito, sangue e rassegnazione. Anche la più femminile delle qualità dell’essere umano, l’anima, era stata stuprata. Beatrice mi disse soltanto: “mamma, sono rimasta appesa a un gancio, con la bocca coperta da un nastro isolante, vicino alla carcassa di animali squartati ed ormai, quasi, in putrefazione”

Dopo il racconto della madre tornai a casa e decisi di finirla questa storia, se fossimo stati ad Hollywood un produttore mi avrebbe imposto un happy ending, credo che lo stesso avrebbe fatto un editore se io fossi stato uno scrittore professionista. Ho comunque la fortuna e il portafogli vuoto (oltre che lo stile) di un dilettante e posso dunque concedermi anche il diletto di infrangere le regole del gioco, limitando a dirvi che ci fu un dettaglio importantissimo grazie al quale Beatrice scoprì la connessione fra il padre ed il suo rapimento in Calabria. La ragazza e i suoi nervi non ressero a questa rivelazione e, con l’aiuto della madre, mentre il padre dormiva rescisse di netto, con un colpo di mannaia la testa dell’uomo. Ho disseminato questo dettaglio lungo il racconto, forse, oppure vi chiedo di inventarvelo voi, lettori, perché se un lettore è tale, mentre legge con la fantasia scrive anche una sua versione della storia. Beatrice fu condannata all’ergastolo, la madre a trent’anni di carcere. Ancora oggi l’omicidio è giustamente un reato penale, ancora oggi, duemila e passa anni dopo la nascita di Cristo i potenti sono legittimati a fare i potenti e le donne, purtroppo, alla sopportazione eterna.

Memoriale di un’alzata di tacchi

Non ci fu un giorno dopo, capito? Bastava chiederselo il mattino prima e quei due non avrebbero voluto nient’altro che vedersi. Non ci avrebbero creduto nemmeno loro, forse. Non ci fu un giorno dopo. 
Eppure non era mancato quasi niente: la voglia di sentire che sapore avesse la loro pelle, il bisogno necessario di rubarsi baci davanti a tutti o semplicemente di nascosto. In ascensore. Le risa. La musica. Le prese in giro, il dirsi le cose che sentivano. L’aprirsi il cuore e le sensazioni. Eppure. Proprio quando nessuno, manco loro se l’aspettavano, il loro quadro è caduto.
Quella storia del quadro che cade quando meno te l’aspetti ce l’aveva raccontata proprio bene Danny. Danny Boodman. T.D. Lemon. Novecento. A loro era capitato così. Non c’era un pianista grandissimo e non c’erano le note dell’oceano. C’era il resto di una metropoli e il resto poteva anche sparire se loro si baciavano. Bastava poco per fargli sentire a tutti e due la voglia di ficcarsi nella carne, bastava una tenda immaginaria, una capotte, un sedile, poi si poteva anche stare in una delle strade più trafficate della città. Non sarebbe esistito nient’altro: solo i loro respiri.
Solo in quel momento. La crudeltà sembrava poter essere sconfitta.
E invece
Finì che fu lei ad alzare i tacchi. Lui un po’ se l’aspettava e un po’ la richiamò. Ma più la richiamava e più quel sipario si era chiuso. Non c’era tempo nemmeno per gli applausi. Gli stessi che si erano goduti all’inizio in un teatro che non ti immagini in una Roma spersa fra i vicoli. Con il teatrino che era continuato dal Giappo, lei non c’era mai stata e lui ce la portò e parlarono per tutta la serata in inglese con un cameriere e in italiano con un altro. Poi non ci fu più il tempo nemmeno per un finale di partita. Ci fu un’alzata di tacchi. La crudeltà si prese il suo spazio per narrare un’altra storia. Una nebbia che non ti aspetti risucchiò la primavera.