Breve memoriale di un condannato al patibolo [Jan Van Batenburg]

Salire al patibolo e sentire il tuo odore che marcisce sottoterra. Un condannato a morte è un poeta, scalino, dopo scalino, con le tue ombre e i tuoi fantasmi che stavolta hanno vinto, ti stringono i polsi, ti segano la pelle, bruciano sotto le tue ferite. Sei stato schiacciato dai tuoi incubi, Jan, ed ora ti aspettano. La verità è che se c’è vita dopo la morte, sta nel disgregarsi del tuo corpo ricoperto dal suolo, diventerai concime – merda -, oppure le tracce di te se le porteranno nel ventre i vermi che si sono cibati della tua decomposizione. Jan di Batenburg, anabattista, hai ammazzato, stuprato, versato sangue ed ora, questo pubblico non vede l’ora di vederti penzolare e benedire la tua carcassa con un segno della croce. La verità è che non c’è croce. Ho ammazzato in nome di Dio solo per essere nato dalla parte sbagliata del mondo. Lutero, le gilde tedesche, Papa Paolo III – che è più potente del re di Inghilterra -, non hanno bisogno di sporcare le loro lame con il sangue; non hanno bisogno di portarla una spada: loro hanno il mondo e nessuno potrà giammai levarglielo di mano. Io ho sgozzato gente, tre anni fa, nel monastero di Oldeklooster, correva l’anno 1535. Di lì, in poi, per tre anni, io e i miei pezzenti vivemmo come lupi nei boschi. Sul corpo, tatuata, la spada che avrebbe ammazzato tutti coloro che si sarebbero opposti alla nostra religione. Ricordo il rumore del ferro e del fiotto di sangue, l’agonia negli occhi di tutti coloro che non volevano appartenere alla nostra Gerusalemme, al mio regno. Jan Matthys, Jan di Leida, Knipperdolling, Hans Krechting sono tutti nomi che avremmo vendicato. Tutte le urla dei ribelli: attaccati ad un palo con un collare di ferro, straziati per un ora con pinze incandescenti e uccisi con un colpo di daga al cuore dovevano essere vendicati. Tutte le gocce di sole che avrebbero bruciato il corpo esposto nelle gabbie della cattedrale di San Lamberto, sarebbero state vendicate. La gente di Münster non guarda più il cielo perché quelle gabbie con i loro corpi a marcire restano ancora appesi davanti alla cattedrale. E solo Dio sa ancora per quanto tempo. Ma non c’è più tempo per Dio, i miei attimi si sgretolano ma questa agonia sembra durare un’eternità. Ammazzeranno Jan di Batenburg, ma presto ci saranno i batenburghesi e poi ancora altri ed altri, fino forse alla fine di questo mondo, si esalteranno credendosi nuovi profeti ma ciò che vorranno è solo un regno perché la vita li ha messi nella parte sbagliata del mondo (o forse come nel mio caso di nobile ad un passo dal potere ma mai troppo potente per poter dominare). Ecco. Sputo. Una guardia mi colpisce e cado a terra, la gente urla contenta per il gesto della guardia, mi alzo, li guardo, zittiscono, qualcuno mi lega una corda al collo. Jan di Batenburg, figlio illegittimo di un nobile di Gelderland, sindaco di Overijssel, nuovo David, catturato a Villvoorde nel 1538, sta per morire, altri seguiranno il suo esempio, perché a nessuno serve il regno dei cieli ma tutti bramano una corona in terra.

Tre rose rosse e una bottiglia di Hennessy

Oggi, chiamatemi Porpora. E’ il 19 Gennaio. Ho tre rose e una bottiglia di Hennessy, un ottimo cognac, dei più pregiati. Ha detto Sam che quest’anno sarei stato io Porpora. Una telefonata sbrigativa di qualche giorno fa, giusto il tempo per avvisarmi, poche parole, più un onore che una proposta. Squillo, squillo, squillo, risposta. 
– Ciao Sam 
– Ciao. Quest’anno tocca a te. 
– Grazie mille Sam. 
Click. Telefono chiuso.  
Ogni 19 gennaio qualcuno si cancella il viso e va al cimitero. Nessuno sa chi ci è andato gli anni scorsi e nessuno sa chi ci andrà quest’anno. Per la città di Baltimora oggi sarò semplicemente The Toaster: un vestito scuro, un ombrello, un cappello a falda larga e una sciarpa bianca. Poi tre rose rosse: una per il defunto, l’altra per la madre e un’altra ancora per la moglie e l’Hennessy in una bottiglia pregiata. Appuntamento nella chiesa Presbiteriana di Westminister, prima dell’alba, al 519 di West Fayette Street. Destinazione ufficiale: la tomba di Edgar Allan Poe.  
Baltimora ha dato la vita a Poe, Baltimora brinda furtivamente a lui ogni anno, ma Baltimora lo ha anche ammazzato.  Nella maniera più atroce lo ha fatto. 
Non si sa ancora bene perché sia morto. Oddio il perché si sa di ognuno di noi, quello che manca è il percome. Si narra che fosse partito da Richmond, Virginia, su un piroscafo, destinazione New York. Si dice che fece tappa a Baltimora e che scelse questa città per morire. Forse morì per rabbia, forse per complicazioni dovute al troppo alcool. Lo trovò lo stampatore Giuseppe Walker davanti la taverna Gunner’s Hall. 
– Accorrete subito! -, scrisse lo stampatore allo zio di Poe, – C’è vostro nipote strafatto di alcool. E’ in profondo stato di angoscia. -. Gli abiti logori, si dirà che lo avevano forzato a bere e che lo avevano cambiato di identità non si sa quante volte per farlo votare. Cooping questa cosa qui si chiamava cooping. Finì al Washington College Hospital, fra le urla e le pareti strette degli alcolizzati. Fu il dottore John J. Morgan colui che lo vide negli ultimi giorni della sua vita. Scrisse di lui che era in un totale stato di angoscia e che aveva cominciato a prendere una vacua conversazione con oggetti spettrali ed immaginati sui muri.   
– Fanculo Edgar! L’inferno ti si è ripreso, falli bere bene i tuoi spettri stasera.