Recording (racconto senza intreccio)

Ieri ho passato tutta la notte a registrare parole che mi esplodevano sulle labbra: pallottola… bolla… bobina… bacio… a questo punto mi sono fermato e ho chiuso gli occhi al caso. Avevo ormai 70 anni da quella volta in cui la mia lingua si intrecciò a quella di lei, poi mi era preso un tremito che si era trasformato in carezza, lei mi sorrise con gli occhi e restò sbigottita con le labbra. Era un’estate di un anno che non ricordo e ancora c’era qualche altra persona, oltre me, sulla faccia della terra… forse… può darsi infatti che le strade siano piene di persone ancora oggi, dovrei spegnere il registratore, scostare questa tenda e vedere se c’è la luce. Decido però di continuare a registrare come quella prima volta che cominciai, fanciullo, ancor prima della letteratura, ancor prima delle mostre di Matisse.

A vedermi potevo sembrare solo, ma c’erano già delle storie dentro di me, so che mi capite… ne avete avute diverse anche voi… quella volta mi intervistai, lo feci ancora durante il mio passato ma erano interviste inquinate, piene di zeppe di moda, cinema, letteratura e altri veleni sparsi. Il tempo passava e io mi allontanavo da me, inventavo tagli di capelli improponibili, cercavo un posto da qualche parte del mondo, perché è così che mi era stato insegnato, perché anche se a 16 anni te ne stai a cantare le canzoni dei Velvet Underground sotto la doccia, arriva la zia scema che al telefono dice: “Che sta facendo?… Sta cantando… Lo manderemo a Sanremo” e poi lì giù, risate, tante, che ti si ficcano sotto la pelle come una scarica di agopuntura al vetriolo.

Passano gli anni e la sensibilità ci accompagna, avete voglia voi a vivere come rockstar, l’oggettistica con cui vi circondate non fa niente di voi, così come tutte quelle sedute in palestra, arriva il giorno che state aspettando la metro, fuori c’è il sole ma voi non lo vedete e allora state con il vostro smartphone e l’occhio al cartellone che indica il prossimo treno. E’ un attimo. Davanti a voi c’è il treno e dietro di voi c’è quello che per tutto il tempo aveva tic strani e frasi assurde e girava e girava gli occhi, basta un attimo, una frazione, una spinta. La vidi decomporsi sotto quello sferragliare di lamiera, i miei occhi ancora bruciano.

Registrazione completata. Capitolo IV. Giornata nove.

Oggi immagino che sia una bella giornata, come quella volta a Vienna quando lo vidi per la prima volta. Era un parente lontano, un po’ dandy, guardava mio padre con occhi sconcertati – senza concerto – quando mi rimproverava e non lasciava libere di esprimere le mie passioni. Quella volta, quel tipo, prima che tornassi in stanza con i miei, mi disse: “Tieni…” e mi sorrise. Era l’Isola del Tesoro, rilegatura in brossura grecata, fogli un po’ ingialliti, gli sorrisi, capii anni e anni più tardi quel valore… Quella cosa che dalla musica un po’ puoi scappare e forse pure dal teatro, ma se vuoi raccontare una storia, devi starci tu, con tutte le scarpe e la fanghiglia che ci si è attaccata alla suola. I tuoi nervi devono stare lì, altrimenti fai quelle trame così fighe fatte di storie che si intrecciano: angeli, demoni, tre metri sopra il cielo un paio di chilometri sotto la tazza. Nelle fogne, di quelle storie, non si vede l’autore, ma in molti restano a bocca aperta sognando che sì… sognando che insomma… vogliono vivere come quei fighi lì

Ai fighi che fanno i figati inventandosi una vita che vorrebbero vivere, preferisco i bambini che guardano, oltre le stelle, i fuochi di artificio

Registrazione non so cosa, giornata quasi al termine, ogni monologo dovrebbe abbandonarsi e ripetere parole e io dovrei andare ancora più in profondità dentro quella brossura e il sole di Vienna e sotto terra fra le membra deturpate di un treno in corsa.

Ho capito questa cosa quasi a 40 anni, quando non mi andavano più i locali, gli aperitivi, i film porno. La notte in cui è esplosa Parigi. Il giorno che scoppiò la guerra. Ho cominciato a tollerare zero, le donne che cercavano una rivalsa sugli uomini criticandoli il più possibile. Le donne, quelle che pensavano solo alla loro bellezza, mi smosciavano il cazzo se non avevano niente da trasmettermi. Non valeva manco la pena pensare di trombarsele. Avevo bisogno di cose sostanziose, sentimenti veri, ricordi puri, la bulimia estetica fine a se stessa mi aveva assolutamente stufato. Potevo sentirmi incredibilmente a posto con il mio registratore e la mia stanza e i ricordi e la sostanza di qualche parola esplosa come fosse bolla… bobina… botola… bacio…

La mula di Parenzo

“Miech! Micheze! Fémo tardi! Fémo tardi!”
“Oh Jacheze, questo tempo non smette mai!” e con la solita scenetta, il solito giro di boa, Miech e Jakec (o Micheze e Jacheze come si chiamano fra di loro), se ne uscivano dalla torre campanaria del Municipio, facevano la loro passeggiatina da statuette di bronzo e giù! via! Doi colpi di martel alla campana e Trieste e l’Adriatico, il porto, il mare e dall’altra parte della città, su un autobus che si affacciava sul Golfo dove stavo seduto io, fra puzze di grappin evaporanti e puzzette varie, tutta quella terra si ricordava che esisteva. Il problema a Trieste non era il tempo però ma lo spazio. Da sempre ci abitavano i Visicic slavi, i Wursltemberg tedeschi, gli Schiavoni, i Veneziani, le belle mule, gli istriani che prima erano italia e ora non xè più, i matti e Nonno Fischio che saliva sull’autobus vestito ancora da marinaio, si sedeva davanti al mona di turno e gli raccontava sempre e sempre la solita storia che più o meno fa così.
“No xè più come un tempo, no!”. L’inizio era quello, tipo il C’era una volta che ti aspetti nelle fiabe, insomma, una cosa che si deve rispettare, perché quella storia lì, raccontava di una canzone popolare di cui poi attaccava più o meno, in prima persona, in questo modo:
“La mula de Parenzoooo gà messo su botegaaaa….”
“La cognossi questa, John”, gli disse Nonno Fischio (che nel frattempo era immerso nei ricordi) rivolgendosi a quello che lui considerava uno scaricatore di porto che arrivava dall’Inghilterra per scaricare nessuno sapeva cosa e nessuno sapeva dove
“Whats?” rispondeva quello e il nonno sempre allo stesso modo ma con l’aspetto da figon, bagnato dal sole del mare gli diceva che si chiamava “Walt! Walt! non Uòzz!”. Poi Rudy e quel gran mona di Sbrodolòn, prima si mettevano a ridere e poi gli chiedevano al nonno: “Che la vendeva? Che la vendeva?”
“Chi? la mula? Tutto! Tutto! Tutto la vendeva: prezzi bòni!”, e infine tutti quanti con Giòn che non capiva niente, si mettevamo a cantare quella storia della mula di Parenzo che tutto la vendeva e che tutto la vendeva e che il Nonno aveva sentito fischiettare dagli Schiavoni mariani de Venèsia che eran venuti a portar non so che e non so ben dove.
A un certo punto però, mentre il coro del Nonno e degli scaricatori, si era interrotto per fare un sorso di grappa al mirtillo che avvampa le vene sul naso, si sentì la voce di Paolin il pesciarolo che li aveva sentiti cantare e che cominciò ad urlare “non aveva il bacalà! Non aveva il bacalà! Dannato mare, perché non m’ami più?”. Nonno fischio allora pensò che in fondo ci poteva stare che la ragazza di Parenzo che vendeva tutto a prezzi boni non g’avesse il bacalà e visto che l’era bona per essere bona, pensò che il bacalà gliel’avesse potuto portare lui e allora tutti cantarono di nuovo: “La mula de Parenzo / gà messo su botega / de tutto la vendeva / fòra che il bacalà / perché non m’ami più?”. Per un po’ di tempo quella storia finì così e allora Nonno fischio scese dall’autobus, ma quel giorno, voltandosi vide un piccoletto che in bicicletta e con un giornale dietro la bici, pedalava come un indemoniato verso piazza Garibaldi. “Ah! Che ricordi”, pensò, e pensando e ripensando, gli venne in mente il giovane Karl-Gustav-Bicichlettansen che gli amichetti chiamavano KGB per risparmiare tempo e che era stato campione di ciclismo per ben 88 volte nella corsa ciclistica Trieste-Muggia. KGB era un portento, lineamenti asburgici, furbizia slava, rigore sovietico, cazzimma napoletana. I maligni pensavano che quelle gare KGB le vinceva perché la organizzava suo padre che si chiamava V (ma che i suoi amici per assaporare di più quel nome bellissimo chiamavano Vattelapeschen Gustav Karl Biclettonen). V, secondo alcuni, faceva gareggiare il figlio contro tutti gli storpi e quelli che si credevano Napoleone al manicomio di Domio, ma in verità Nonno Fischio lo sapeva: KGB vinceva perché prima di ogni gara faceva scorpacciate di fagioli con le luganiche e allora con i piedi dava gas e con il culo pure e con la voce cantava pure una marcetta tipo Radetzky di quelle che si sentivano a Piazza Garibaldi. Pronti, partenza, via e già alla prima curva sul lungo mare di Sistiana erano già tutti carbonizzati da quella nube tossica che si era alzata per via dei fagioli con luganica serviti dall’osteria della signora Marietta.

Nonno Fischio si commosse: una roba leggendaria tanto che a quella canzone della Mula di Parenzo ci andò a finire sana, sana la canzone tipo marcetta austriaca che cantava KGB: “Me piasi i bisi con le luganiche, Marietta damene per carità!”.

Da lì in poi, Nonno Fischio, quella storia di quella canzone non la racconta più: sale le scalette della piccola osmilza in centro (per chi non la conoscesse quella è un’osteria veramente di basso borgo) e si ordina le sue grappe, i vinelli e si guarda i quadri con il mare e si tiene stretta una cartolina che gli hanno spedito da Parenzo.

Ogni storia popolare, però, è una storia di tutti e allora si narra che a un certo punto agli americani quella cosa di KGB non gli piaceva proprio e allora via, raus! Censura, niente bisi, molto meglio i veneziani bigoli con la salsiccia luganega e quella storia cambiò, ma non fu l’unico cambiamento, di lì a poco divenne na Cambogia. C’era a chi piaceva la mula bionda e allora ci mise una tinta, chi voleva la polenta, chi invece la preferiva bruna e aveva per moglie una serva. Addirittura quella canzone che partiva dalla Trieste degli austriaci fino agli anni 20 del 1900 ancora la cantavano e la modificavano, perché le canzoni popolari sono come le leggende e tutto resta uguale anche se tutto cambia. Ogni autobus, un Nonno Fischio che sale e conta lu cunto della storia di Parenzo e di KGB, ogni autobus un mona, poi un’osmilza, Wurlstemberg che non capisce niente e allora prende quella storia e la modifica, tutti, gli americani ogni quarto d’ora, Micheze e Jacheze… Femo tardi! Femo tardi! Le statue di bronzo e i rintocchi da Piazza Unità.

La sagra delle sagre

Ciacicchie e broccoletti
Porchetta abbruciacchiata
Orchestra di ‘mbriagoni
E danza strasudata.

Alla sagra delle sagre
La notte s’arrigìra
Si gira, rigira e schiatta l’orologio
Alla sagra delle sagre
La notte s’arrigìra
Si gira, rischiatta arrigìra all’orologio.

L’organetto scaca
poi prende fiato
Na tarantella di marziani
sotto ai fari allampadati

La gonna vola via
Si vede il mondo intero
Quasi vola la voliera
All’uomo in canottiera.

“Mi conceda questo ballo
(ma che cul! ma che cul!)”
“Ma son qui col maresciallo”
(e che cul! e che cul!)
“Signorina lei ha begli occhi”
(ma anche il cul anche il cul!)
“Sì, però lei non mi tocchi!”
(porco du! porco du!)

E danza la sottana
danza la canottiera
Lei sa di muschio e timo
Lui di ciacicchie e cabernet.

“Signorina in questi anni
ma addò cazzo era ita
una donna come a lei
è una donna per la vita,
Signorina in questi anni
non l’ho proprio vista mai
e che cazzo dico io
proprio a me tutti i guai?”

“Mi conceda questo ballo
(ma che cul! ma che cul!)”
“Ma son qui col maresciallo”
(e che cul! e che cul!)
“Signorina lei ha begli occhi”
(ma anche il cul anche il cul!)
“Sì, però lei non mi tocchi!”
(porco du! porco du!)

E gli occhi fanno
sparadan-dandan-dan-pin-pin-pong
Come a un macello a un casino che non si sa
Lei che è donna d’altri tempi balla con un cafoncello
Una pezza sudata che gli sembra un violoncello

“Son contenta di ballare
(ma che è gruoss, ma che è gruoss)”
“Anche a me mi fa piacere
(e vaffanculo al maresciallo)”
“Non mi voglio più fermare!”
“Dillo a me! Dillo a me!”
“E la voglio anche baciare”
“Ecco a me! Ecco a me!”

(libera traduzione da La Balera di Van De Sfroos, il merito è ovviamente il suo io mi sono divertito)

Yanez (traduzione ciociara della canzone di Van de Sfroos)

Azzecca i cala l’acqua aglie sciume e riporta la sua mennezza
Na seggia, na ciavatta e na confezione de Dixan
Sandokàn ca sta in lista e ci ha il mojito
Sandokàn porta glie maglione e le infradito.
I la gent ch’è ita a messa tant pe’ dì ca c’è stata
ch la man arret aglie jeans glie Torelle se ratta glie cul
puzza de patatine fritte i de kebbabbe
Kammammuri t’è sessant’anne
i fa annanze i arrèt pe glie cors.

Yanez de Gomera s’arrecorda come se steua?
i adess lambrette i vuvuzela i te glie Suv pur Tremal Naik

Yanez de Gomera s’arrecorda de James Brook?
Chiglie pazzieua a pallone alla Siberia
I diceune ca steua sempr brutt.

Stuzzichini, aperitivi i n cocktail de quattr culur
palestrati, tatuati so i cafun calat da Bauc
la Pantera, gonna nera, cannottiera, cameriera
t’è glie cul che canta come a nu juke box
ma sta qua sul pe pertarte ne bicchiere.

Sandokàn assettàte in piazza con le metanne della Billabong
t’è l’artrite i t’è glie riport
i ua’ pe’ San Bastiàn coll’apetta
e glie Dayki ch la Gazzetta
nen tienne mica glie tiemp pe tagliatt la ciocca
st’anna affà a Ruzzle e a Candy Crush, tra n’amare i na meza birra.

Yanez de Gomera, la sie uista l’ata sera?
Chiù che la Perla di Labuan,
Marianna mo me pare na preta.
Yanez de Gomera a racconta a quant’era bona
So uist ca s’è refatta le sizze ma mica se poteua refà glie cor.

La sirena s’è ncazza ca nen po´ gioca’ a pallon
Pulenta i spuntatùr pe le soccole in procession
ncumenza glie happy hour, i la tigr della Malesia
finiscia all’osteria col riso in bianc i la magnesia.
Mbriachi, i pirati fann i marmitton
Barracuda co glie ray ban pare ne pappon,
Sandokàn ca strilla dentr alla pizzera,
strilla i canta Lauretta mia.

Yanez de Gomera s’arrecorda come se steua?
i adess lambrette i vuvuzela i te glie Suv pur Tremal Naik
Yanez de Gomera t’arrecuord degl colonnel Fitzgerald?
Glie so uist ncima alla postala ca ieua a Terracina colla lasagna.

Il treno per Nowhere (this must be the place)

“Chi sa dov’è che vanno i sogni degli altri?”, mi chiesi pensando a voce flebile, mentre guardavo le persone che riposavano su quei sedili impolverati e pieni di riflessi di paesaggi, tratteggiati, che affioravano dal finestrino. “Nessuno lo sa”, mi risposi, forse nemmeno io ne so dei miei, così come loro non sanno niente dei loro.

Il treno per Nowhere non aveva portato ritardo, c’eravamo in centinaia lì sopra. Se uno si fa fottere dal nome della destinazione pensa che eravamo tutti artisti, o filosofi o poeti e, invece ogni giorno per Nowhere, partivano centinaia e centinaia di persone, quasi tutte comprese più o meno, fra i 30 e i 40 anni, dei mestieri più diversi (se mai ce l’avevano un lavoro), tutti fottuti (democraticamente) da quella civiltà che aveva smesso di elargire sicurezze: sentimentali, lavorative, anche olfattive se vogliamo (basta pensare al cibo del Mc Donald’s, dove nessuna pietanza ha l’odore di quello che dovrebbe rappresentare).

Chi non parte per Nowhere, certe volte, è anche più disperato di chi lo fa. Perché almeno un viaggio noi ce l’abbiamo. Un futuro, forse, e volendo essere ottimisti anche una certezza, la certezza che questo deve essere il posto, come cantano i Talking Heads, che comunque – vuoi o non vuoi – ci stiamo lavorando su.

Ero partito per Nowhere dopo aver seguito i consigli del vecchio Syd. Un tizio che aveva fatto un video su YouTube di come salvarsi dai rapporti che ormai si erano fermati al giro di boa. Quelli che non vanno né avanti, né indietro, né su, né giù, se siete stati giovani negli anni 90 e se avete visto almeno una volta Ovo sodo, e se di quel film non ricordato soltanto la bestemmia che strilla un militare.

Syd dice se avete della rabbia, tritatela finemente, scolatevi quante più bottiglie di birra potete bere e ficcateci dentro il tritato. Prendete poi un fazzoletto, imbevetelo con qualsiasi cosa che avete di combustibile. Accendete Spotify, piazzatevi la vostra Playlist preferita negli auricolari. Alzate a tutto volume. Lo smartphone vi dirà che potrete diventare sordi, fanculo lo smartphone, quando partirà il fragore del botto, lo sentirete e come se non lo sentirete. Alla fine immaginatevi che ci siete voi, il vecchio rapporto e che quel vecchio rapporto sia una nave. Mettetevi su una collina. Se una collina non c’è immaginatevela. Accendete ogni bottiglia di birra-rabbia e lanciatela all’interno della nave, disfatevi della vostra rabbia. Fate esplodere la nave, salterà per aria e, se davvero sarà stata importante per voi e per la vostra vita, i pezzi decomposti si ricomporranno in un qualcosa di nuovo.

Godetevi lo spettacolo. Recatevi alla stazione. Fate il biglietto per Nowhere.

Fu così che mi trovai su quel treno. Carrozza 37, fila F, posto 2. Insomma i miei anni, ora, e poi quelle due F, una il mio nome, l’altra… Stemperata la rabbia cominciai a prendere sonno anche io. Il treno vagava e i miei sogni mi fecero tornare ad oltre 20 anni fa.

Rose Bowl, Pasadena, Los Angeles, Luglio 1994. Un caldo torrido. Sugli spalti prevalentemente brasiliani “macchie gialle che ricordano alla memoria la ginestra della nostra Italia”. Sugli spalti, comunque, anche tante bandiere tricolore. Sembrava non dovessimo arrivarci fin lì, poi però con la Nigeria cambiò tutto, due colpi da biliardo e io, divenni Roberrrrrrto, con me giocavano le speranze di un paese intero, perché ognuno di noi era Roberto, sin dall’inizio di quelle partite americane. Il resto ci sembrò tutto un trionfo, la Spagna, la Bulgaria, una magia dopo l’altra, poi la finale, io che non stavo nemmeno benissimo, quel dischetto, la rincorsa il tiro (A questo punto nel mio sogno sono negli anni 90 e allora si sovrappone un immagine, io che prendo una musicassetta di quelle registrate e che ci ha il nastro che se ne va abbondantemente per cazzi propri, infilo una bic in uno dei due buchi e comincio a girare. Il nastro torno apposto. Metto la cassetta nel walkman). Bruno Pizzul mi dice che lui è pronto, prima che io tirassi il rigore era andato un attimo al bar per un grappino, io il rigore lo avevo tirato alto, il Brasile era diventato campione del mondo, ma ora avevo la possibilità di ritirarlo quel rigore. Sarebbe andato lui in porta. E allora si ripartì da capo, il pallone, il dischetto, la rincorsa, il tiro, Pizzul non si mosse (non capii mai se lo fece perché si aspettasse un tiro centrale o se voleva agevolarmi). La palla finì all’incrocio dei pali. Pizzul visibilmente ubriaco, si gettò per terra ed esultò.

Il mio percorso da numero 10 poteva riprendere, destinazione sconosciuta, ma con tanti sorrisi e la felicità di poter sbagliare.

Memoriale di un’alzata di tacchi

Non ci fu un giorno dopo, capito? Bastava chiederselo il mattino prima e quei due non avrebbero voluto nient’altro che vedersi. Non ci avrebbero creduto nemmeno loro, forse. Non ci fu un giorno dopo. 
Eppure non era mancato quasi niente: la voglia di sentire che sapore avesse la loro pelle, il bisogno necessario di rubarsi baci davanti a tutti o semplicemente di nascosto. In ascensore. Le risa. La musica. Le prese in giro, il dirsi le cose che sentivano. L’aprirsi il cuore e le sensazioni. Eppure. Proprio quando nessuno, manco loro se l’aspettavano, il loro quadro è caduto.
Quella storia del quadro che cade quando meno te l’aspetti ce l’aveva raccontata proprio bene Danny. Danny Boodman. T.D. Lemon. Novecento. A loro era capitato così. Non c’era un pianista grandissimo e non c’erano le note dell’oceano. C’era il resto di una metropoli e il resto poteva anche sparire se loro si baciavano. Bastava poco per fargli sentire a tutti e due la voglia di ficcarsi nella carne, bastava una tenda immaginaria, una capotte, un sedile, poi si poteva anche stare in una delle strade più trafficate della città. Non sarebbe esistito nient’altro: solo i loro respiri.
Solo in quel momento. La crudeltà sembrava poter essere sconfitta.
E invece
Finì che fu lei ad alzare i tacchi. Lui un po’ se l’aspettava e un po’ la richiamò. Ma più la richiamava e più quel sipario si era chiuso. Non c’era tempo nemmeno per gli applausi. Gli stessi che si erano goduti all’inizio in un teatro che non ti immagini in una Roma spersa fra i vicoli. Con il teatrino che era continuato dal Giappo, lei non c’era mai stata e lui ce la portò e parlarono per tutta la serata in inglese con un cameriere e in italiano con un altro. Poi non ci fu più il tempo nemmeno per un finale di partita. Ci fu un’alzata di tacchi. La crudeltà si prese il suo spazio per narrare un’altra storia. Una nebbia che non ti aspetti risucchiò la primavera.

La favola dell’amore alla fine dell’amore

Un bottone, poi un altro, poi un altro ancora. Era l’unica cosa che poteva fare e si sfilò via la camicia. Poi si sedette su un masso, slacciò la cintura, tiro giù la zip, prese i jeans con tutte e due le mani e se li tolse. Da quella posizione mise un piede dietro l’altro e tirò via una scarpa, per l’altra dovette aiutarsi con le mani. Lo stesso per i calzini, le mutande. Si alzò. I vestiti restavano appallottolati vicino a lui, nel campo. Lì per lì gli venne voglia di pisciare e gli pisciò su. Poi prese un accendino, una bottiglia di birra. Beveva, rideva. Beveva. E poi ancora fumava e beveva e cantava e danzava. Prese un flacone d’alcool e lo scolò sui vestiti appallottolati. Poi ci lanciò un cerino su, era l’unica cosa che poteva fare in quel momento.

La fece. Si sedette, guardò le fiamme e ripensò a quella giornata che era cominciata con un’alba limpida. Pulita. Uno di quei giorni silenziosi dove senti solo il silenzio della provincia e ogni tanto qualche scia che scivola sull’asfalto. Ad un certo punto però una scia venne interrotta e si sentì come un botto fortissimo.

– Oh Madonna!
– Che cazzo sarà successo, Pa?
– E che cazzo ne so io, Carl, scendi e vai a vedere
– Dici che dovrei?
– …
– …
– Puoi attendere e leggere domani la notizia sul giornale.

Era facile da capire, un auto si era schiantata lì, in quel posto maledetto da Dio, dove non c’era niente, tranne la sua casa per chilometri e chilometri e chilometri. Ci vivevano Carl e Pa, due uomini, il primo giovane, caruccio, un po’ strano; l’altro vecchio, orrendo, sulla sedie a rotelle. Dimenticatevi tutte quelle cose moderne che conoscete tipo connessioni a Internet ecc, non c’era niente. Cioè tranne questa strada, questa fattoria, questi alberi lungo la strada, non c’era proprio un cazzo di niente. Carl percorse lentamente la strada, ci trovò una macchina semidistrutta. Si affacciò, c’era una donna, le gambe bianche schizzate di sangue, il volto tumefatto, le lacrime. – Aiuto -, disse debolmente. – Aiuto -.

Carl pensò bene di fare una cosa romantica in quel momento. Tornò a casa, prese il trattore e trainò quella macchina alla fattoria. La donna piangeva, voleva un medico. Carl era invece contento, sembrava un bambino che ha ricevuto un dono dal cielo. Aveva pregato tutte le notti, tutte le mattine per un amore, mentre Pa, sulla sua sedia a rotelle lo scudisciava, lui pregava. Sapeva tutte le preghiere a memoria, anche in latino qualcuna. Lasciarono la macchina lì, l’uomo si sarebbe preso cura della donna. Pa li avrebbe osservati dalla finestra. Di tanto in tanto Carl le avrebbe portato da mangiare e qualche bacio. Avrebbero detto le preghiere insieme alla sera. In nome dell’amore notturno.

i 50 cattivi più sexy, belli e intelligenti della Letteratura mondiale (parte 2)

Nella prima parte di questo articolo ho presentato sia i motivi che mi hanno portato a tradurre questa collezione di cattivoni sexy, eleganti e pieni di charm, sia una prima serie di personaggi. Qui e, eventualmente in altre sezioni del post (ancora sinceramente non lo so se metterò tutti i cattivi che mancano in un singolo articolo o li spezzetterò in ulteriori parti), presenterò altri belli e terribili.

George Wickham, Orgoglio e pregiudizio

George Wickham, Orgoglio e pregiudizio

Elegante, bellissimo e anche molto attraente agli occhi appassionati di Lizzy Bennet, che tende a non tollerare i folli o le persone false. Ahimè, però, egli si rivelerà un bugiardo, un farabutto e la rovina delle donzelle.

Capitan Uncino, Peter e Wendy

Capitan Uncino, Peter e Wendy

Capitan Uncino può essere “cadaverico e al tempo stesso di carnagione scura” ma anche (come ci dice Barrie nel racconto “Capitan Uncino a Eton”), “in una parola, il più bel uomo che abbia mai visto, sebbene, al tempo stesso, sebbene lievemente disgustoso”, insomma un miscuglio, una confusione, altamente sexy.

Becky Sharp, Vanity Fair

Becky Sharp, Vanity Fair

Una bella anti-eroina (che parla fluentemente sia l’inglese che il fancese), che, con una inimmaginabile eleganza, si intrattiene in tutti i salotti più chic – una romantica voce quando canta, un’abile polistrumentista -. Becky è anche una menzognera, però, oltre che una truffaldina, ladra e manipolatrice che fa di tutto per raggiungere il massimo grado della scala sociale.
Lady Jane, dice di lei che sia una “strega di donna – una madre senza cuore, una falsa moglie… la sua anima è nera e piena di vanità, prolissa e colma di ogni tipo di crimine. Io tremo quando la tocco. Io porto lontano dalla sua vista i miei bambini.”

Henry Crawford, Mansfield Park

Henry Crawford, Mansfield Park

Tanto bello, affascinate ed elegante che anche le sorelle se lo contendono, purtroppo si rivelerà essere un demoniaco dissoluto! Il più provocante degli uomini di tutti i racconti della Austen.

Helene Grayle, in Addio mia amata di Raymond Chandler

Helene Grayle, in Addio mia amata di Raymond Chandler

Helene Grayle di Chandler è un cazzotto in faccia: un’imbrogliona, un’assassina.

Alex DeLarge, il protagonista di Arancia Meccanica scritto da Anthony Burgess

Alex DeLarge, il protagonista di Arancia Meccanica scritto da Anthony Burgess

Alex è certamente un disadattato – ma c’è un qualche tipo di bizzarra sensualità in questo ragazzo che beve latte e ascolta principalmente “Ludwig Van.” E questo è essenzialmente un Nadsat alla moda.

Tom Buchanan, il Grande Gatsby. Francis Scott Fitzgerald

Tom Buchanan, il Grande Gatsby. Francis Scott Fitzgerald

La cattiva del Grande Gatsby è sicuramente la società ma, al suo fianco, c’è un altro pessimo personaggio: Tom è il sogno segreto di moltissime donne: un ex giocatore di football, famoso e supermilionario, dalla voce rauca.

La Marchesa di Merteuil. Le Relazioni pericolose

La Marchesa di Merteuil. Le Relazioni pericolose

Bella, crudele e facile ad annoiarsi, insomma: una pessima combinazione. In questo classico della letteratura epistolare, la Marchesa e il suo ex-amante il Visconte de Valmont, manipolano, seducono e raggirano tutto il mondo intorno a loro con una gran baraonda. Alla fine del romanzo la Marchesa viene punita con una deformità, chissà forse era proprio questa la sua peggior paura.

Tom Ripley, il talento di Mr. Ripley di Patricia Highsmith

Tom Ripley, il talento di Mr. Ripley di Patricia Highsmith

Cosa accade quando sei intelligente, bello e “annoiato, dannazione, dannatamente annoiato, annoiato, annoiato, annoiato”? Bene, tu cerchi ogni occasione per portare il tuo talento artistico al livello successivo. Quello di Ripley è un destino curioso: egli è il protagonista ma è completamente amorale, un cattivo nel senso assoluto, tranne per il fatto che tu ti sentirai legato a lui. Uno charm portato ai massimi livelli.

Achren, le Cronache di Prydain di Lloyd Alexander

Achren, le Cronache di Prydain di Lloyd Alexander

Achren è una strega-regina famosa per essere: “bella, ma anche veramente mortale”. Lei appare molto più giovane rispetto alla sua avanzata età.

Irene Adler, dall'opera completa delle Avventure di Sherlock Holmes di sir Arthur Conan Doyle

Irene Adler, dall’opera completa delle Avventure di Sherlock Holmes di sir Arthur Conan Doyle

Una delle sole persone che ha sempre superato Sherlock Holmes, e (se credi ai racconti di Sherlock) la sola donna che lo abbia mai incontrato. In un moderno adattamento, Adler è spesso ritratta come colma di un amorevole interesse nei confronti di Sherlock, ma nella versione originale del libro, lei molte volte si contrappone a lui – sensualissima.

Humbert Humbert, Lolita di Nabokov

Humbert Humbert, Lolita di Nabokov

Loita è un libro dove i cattivi non mancano di certo. Humbert Humbert, Quirly e, in un certo senso, Lolita stessa. Sebbene Quirly sia più nera che bianca fra i personaggi del romanzo, Humbert è sicuramente il più insidioso, forse perché si sviluppa un po’ di sentimento a leggerne le vicende, ma anche perché è bello, colto, un uomo eloquente, con un solo piccolissimo, irresistibile, difeto…

(continua)

i 50 cattivi più sexy, belli e intelligenti della Letteratura mondiale (parte 1)

Flaworwire è un sito che condivide – secondo la loro descrizione sulla pagina Facebook – notizie culturali, relazioni originali, critiche e foto di gattini perché, a detta loro, Internet  è anche questo, dopo tutto. Ho trovato molti focus estremamente interessanti e ho deciso di rispolverare il mio inglese traducendo questo articolo segnalato dall’account Facebook della Scuola Holden. L’ho fatto un po’ per gioco, un po’ per fare pratica, un po’ per ingannare il tempo di una domenica uggiosa, un po’ per tante cose e un po’ perché non credo di averlo ancora trovato tradotto in italiano da nessuna parte. L’articolo parla dei 50 personaggi più cattivi della letteratura mondiale di tutti i tempi. Non sono però cattivi comuni, sono belli, sexy, pieni di charme, terribilmente intelligenti. Insomma, come ogni buon personaggio letterario che si rispetti, rappresentano l’archetipo dell’affascinante cattiveria.

Patrick Bateman - American Psycho

Patrick Bateman, in American Psycho di Bret Easton Ellis

Patrick Bateman, in American Psycho di Bret Easton Ellis, è uno yuppie che vive e lavora a Wall Street: è ricco sfondato, ha una fidanzata attraente e superficiale, frequenta un circolo di amici come lui. Insomma, il ritratto della persona a cui non manca nulla, amante degli aspetti materiali della vita e della buona musica anni 80. La notte, però, questo ragazzo pieno di successo e dedito ai vizi e agli eccessi si trasforma in un mostro omicida, un torturatore freddo, metodico e spietato.

Draco-Malfoy-draco-malfoy-27376907-960-1280

Draco Malfoy il cattivo ragazzo della saga di Harry Potter

Leggendo le descrizioni dei personaggi della saga di Harry Potter il cattivo più affascinante del libro potrebbe essere rappresentato, attualmente, da Tom Riddle, il giovane Lord Voldemort, ma gli amanti dei romanzi della Rowling non hanno dubbi, per loro, il più cattivo resta Draco Malfoy. Egli è descritto nei libri come un ragazzo alto e slanciato, pallido, biondo e con gli occhi grigi. J. K. Rowling descrive il suo personaggio, nel settimo libro della saga, come una persona di dubbia moralità, il quale ha tutto il fascino dell’antieroe.

Foto della regina bianca

Jadis, la regina bianca delle Cronache di Narnia

La principale antagonista nell’episodio delle Cronache di Narnia: il Leone, la Stega e l’armadio è anche una mirabile visione di bellezza: una dea vestita in pelliccia (figlia di un demone e di un orribile gigante), che sembra “dieci volte più viva lei che la maggior parte dei londinesi” con una faccia “bianca come la neve o come un foglio o come lo zucchero a velo, tranne per quelle labbra, estremamente rosse. La sua, era la faccia più bella del mondo, ma anche orgogliosa e fredda e rigida e severa”. Lei può anche uccidere e ha molti poteri magici. Lei è sicuramente malvagia ma anche dannatamente sexy.

Immagine di Mrs Coulter, La bussola d'oro

Mrs Coulter, La bussola d’oro

Marisa Coulter ci viene presentata come la principale antagonista nel primo racconto del romanzo La bussola d’oro, in questo episodio lei fa cose davvero terribili. Marisa, però, è anche “bella e giovane”, con “lisci capelli neri a incorniciare le sue guance” e viene sempre accompagnata dal suo demone, un perfido scimmiotto dorato rimasto senza nome.

Dracula

Dracula, il protagonista dell’omonimo romanzo di Bram Stoker

A dire il vero, il Dracula originale, quello di Bram Stoker, non era minimamente descritto come bello – era infatti pallido, “sembrava un uomo crudele”, con un naso uncinato, orecchie appuntite, denti aguzzi e lunghi baffi bianchi. Non propriamente una personcina affascinante, dunque. Essendo però il vampirismo così strettamente legato alla sessualità, il Conte è diventato un simbolo culturale identificato da un grande (e pericoloso) sex appeal e si è affermato nelle nostre coscienze come molto bello e molto affascinante.

Carmilla

Carmilla, la vampiressa dell’omonimo romanzo di Sheridan Le Fanu

Nel mondo dei vampiri, c’è un personaggio tutt’ora originale e ancora attuale per la sua penetrante bellezza, e che ha dato il via ad una legione di storie di vampire lesbiche: Carmilla (che ha addirittura anticipato le storie del Conte Dracula) è un romanzo del 1871 scritto da Sheridan Le Fanu. “A volte dopo un’ora di apatia, la mia strana e bella compagna, aveva voglia di prendermi la mano e trattenerla a sé con una appassionata stretta, che si prolungava nel tempo e nel tempo; arrossendo delicatamente, fissava il mio volto con languidi e infocati occhi, respirando così velocemente che il suo vestito di rose cadeva via nel tumulto di quei battiti. Sembrava l’ardore di un’amante; mi imbarazzava; era odioso ma mi dominava; e con occhi fieri lei mi attirava a sé e le sue calde labbra viaggiavano come baci sulle mie guance; era come se lei volesse bisbigliarmi, quasi singhiozzando: – Tu sei mia, tu sarai mia, e tu ed io siamo un unico essere per sempre! –

un'immagine di: Cersei Barathlean, le Cronache del ghiaccio e del fuoco

Cersei Barathlean, le Cronache del ghiaccio e del fuoco

Colei che possiede il fascino dorato dei Lannister, il dolce charm dei Lannister, quel viscido (o quanto puramente egoista) cuore dei Lannister.

La Regina di Biancaneve

La Regina di Biancaneve

Solo la seconda donna più bella del reame e assolutamente pazza per la bellezza della prima.

Edmondo, Re Lear

Edmondo, Re Lear

Uno dei personaggi più cattivi di sempre e il più grande dongiovanni fra tutte i caratteri mai creati da Shakespeare. Sebbene Shakespeare non fece poi molto per descrivere le caratteristiche di questo personaggio, Edmondo sedusse però sia Goneril che Regan – due sorelle! -, questo basta a valergli la fama di un affascinante cattivo della letteratura.

Cathy Ames, la Valle dell'Eden

Cathy Ames, la Valle dell’Eden

Certamente bellissima: “una pelle delicata come quella dei fiori, i capelli d’oro, modesta, e anche quegli che occhi ammiccanti, la piccola bocca piena di dolcezza, catturava l’attenzione e l’attraeva”. Insomma un fior di dolcezza ma anche una manipolatrice, una creatura terrificante che diverte e distrugge le persone usando la sua sensualità, fino a vederli bruciare. A volte, proprio letteralmente. Steinbeck, in una lettera ad un suo amico la descrisse anche così: “la rappresentazione totale di Santa”. Eccola qui.

Hannibal Lecter, Red Dragon

Hannibal Lecter, Red Dragon

Sì, sì, Hannibal è un orrendo, psicotico, cannibale. Hannibal, però, è anche intelligente ed erudita con un sorriso diabolicamente sexy. Uccide le persone con le sue cattive maniere? Forse è ciò che abbiamo sempre cercato di fare anche noi da sempre.

Il Lupo. Cappuccetto rosso

Il Lupo. Cappuccetto rosso

Chi può essere sexy quanto il grande, vecchio, cattivo lupo? Tutto peli e virilità e simbolo del pericolo? Un seduttore che attira succulenti giovane fanciulle nel bosco e gli salta addosso per strappargli vestiti e carni? No, non credo vi sia un animale più sexy del lupo.

Crudelia Demon. La carica dei cento e uno

Crudelia Demon. La carica dei cento e uno.

La Crudelia Demon narrata dal racconto di Dodie Smith non è convenzionalmente una affascinante cattiva come i precedenti personaggi che ho presentato – lei è descritta come “una donna alta, con un vestito attillato di raso color smeraldo, diverse collane di rubini, e un mantello assolutamente bianco di visone. Lei è scura di pelle, occhi scuri con una sfumatura di rosso all’interno e un naso veramente appuntito. Ma trova la sua sensualità in un fascino altamente bizzarro.

Per proseguire la lettura della seconda parte dei belli e terribili: clicca qui

Budapest ending

“E al di là di tutto, e finché mi sarà permesso, cercherò sempre di conoscerti”, disse il Sognatore
“Nessuno te l’ha mai vietato”, rispose Edina mentre si allontanava sul ponte delle Catene. Lui, la lasciò andare, aspettò un attimo, si accese una sigaretta e la seguì solo con lo sguardo, restò muto con l’ultimo sorriso, cacciò di tasca lo smartphone e fece su e giù diverse volte sulla start screen, poi prese a seguirla, facendo slalom fra le scarpe di Pauer, sulla riva del Danubio, lato Pest. Ormai però c’era la nebbia e non ci si vedeva più. Un fitto muro di nebbia e il freddo di quella città che si ficcava dentro la carne e faceva vibrare le ossa. Le urla di qualcuno in una lingua sconosciuta. La musica notturna e frusciante del fiume che sa ascoltare solo chi ci abita vicino… al fiume.

Budapest era diversa da Vienna e assomigliava molto ad Edina. Aveva letto la descrizione di quella città la notte di Natale, su Wikipedia e in quelle parole aveva subito ritrovato il carattere di quella donna. Budapest: la più bella città del Danubio; una sapiente auto-messinscena, come Vienna, ma con una robusta sostanza e una vitalità sconosciute alla rivale austriaca. Lo scriveva Claudio Magris, uno forte, scrittore, critico, germanista, triestino, uno che su Wikipedia ci ha la sua pagina personale. Uno che se ti dice che Budapest dà la sensazione fisica della capitale è così, punto: ci devi credere.

Il Sognatore, quando non dormiva, percorreva distanze inimmaginabili per andare a trovare Edina nella sua città. Rinunciava a tutto.
Si armava di parole, immagini, qualche battuta per vederla sorridere e partiva. Non si sa da dove, ma lo si poteva vedere passeggiare, pescando una foto qui, alle torri sul Bastione dei Pescatori, una frase rubata altrove, una sigaretta fumata di nascosto vicino alla statua equestre di Santo Stefano, il primo re ungherese.  Per un attimo si erano anche sfiorati: labbra che accarezzano le labbra e mani che si percorrono. Aveva pensato come poteva essere il suo corpo bianco, fra le lenzuola e le candele e le persiane un po’ socchiuse. Com’era il suo respiro quando si spezzava.

Poi quel muro. La nebbia sempre più densa. Le forze piano a piano mancavano anche solo per pronunciare qualche parole. Budapest, quella notte, sembrava un locale chiuso. Alla fine si sentì da lontano qualcosa di impercettibile, delicato, sul fiume, come una melodia di carillon, la nebbia cominciò a diradarsi, Edina era totalmente scomparsa, ma il Sognatore si svegliò, fra uno scintillio di colori, donne che avanzavano verso il mercato e per il cielo, libri, non gabbiani. Parole svolazzanti sopra un nuovo foglio da descrivere.