Memoriale di un’alzata di tacchi

Non ci fu un giorno dopo, capito? Bastava chiederselo il mattino prima e quei due non avrebbero voluto nient’altro che vedersi. Non ci avrebbero creduto nemmeno loro, forse. Non ci fu un giorno dopo. 
Eppure non era mancato quasi niente: la voglia di sentire che sapore avesse la loro pelle, il bisogno necessario di rubarsi baci davanti a tutti o semplicemente di nascosto. In ascensore. Le risa. La musica. Le prese in giro, il dirsi le cose che sentivano. L’aprirsi il cuore e le sensazioni. Eppure. Proprio quando nessuno, manco loro se l’aspettavano, il loro quadro è caduto.
Quella storia del quadro che cade quando meno te l’aspetti ce l’aveva raccontata proprio bene Danny. Danny Boodman. T.D. Lemon. Novecento. A loro era capitato così. Non c’era un pianista grandissimo e non c’erano le note dell’oceano. C’era il resto di una metropoli e il resto poteva anche sparire se loro si baciavano. Bastava poco per fargli sentire a tutti e due la voglia di ficcarsi nella carne, bastava una tenda immaginaria, una capotte, un sedile, poi si poteva anche stare in una delle strade più trafficate della città. Non sarebbe esistito nient’altro: solo i loro respiri.
Solo in quel momento. La crudeltà sembrava poter essere sconfitta.
E invece
Finì che fu lei ad alzare i tacchi. Lui un po’ se l’aspettava e un po’ la richiamò. Ma più la richiamava e più quel sipario si era chiuso. Non c’era tempo nemmeno per gli applausi. Gli stessi che si erano goduti all’inizio in un teatro che non ti immagini in una Roma spersa fra i vicoli. Con il teatrino che era continuato dal Giappo, lei non c’era mai stata e lui ce la portò e parlarono per tutta la serata in inglese con un cameriere e in italiano con un altro. Poi non ci fu più il tempo nemmeno per un finale di partita. Ci fu un’alzata di tacchi. La crudeltà si prese il suo spazio per narrare un’altra storia. Una nebbia che non ti aspetti risucchiò la primavera.

Budapest ending

“E al di là di tutto, e finché mi sarà permesso, cercherò sempre di conoscerti”, disse il Sognatore
“Nessuno te l’ha mai vietato”, rispose Edina mentre si allontanava sul ponte delle Catene. Lui, la lasciò andare, aspettò un attimo, si accese una sigaretta e la seguì solo con lo sguardo, restò muto con l’ultimo sorriso, cacciò di tasca lo smartphone e fece su e giù diverse volte sulla start screen, poi prese a seguirla, facendo slalom fra le scarpe di Pauer, sulla riva del Danubio, lato Pest. Ormai però c’era la nebbia e non ci si vedeva più. Un fitto muro di nebbia e il freddo di quella città che si ficcava dentro la carne e faceva vibrare le ossa. Le urla di qualcuno in una lingua sconosciuta. La musica notturna e frusciante del fiume che sa ascoltare solo chi ci abita vicino… al fiume.

Budapest era diversa da Vienna e assomigliava molto ad Edina. Aveva letto la descrizione di quella città la notte di Natale, su Wikipedia e in quelle parole aveva subito ritrovato il carattere di quella donna. Budapest: la più bella città del Danubio; una sapiente auto-messinscena, come Vienna, ma con una robusta sostanza e una vitalità sconosciute alla rivale austriaca. Lo scriveva Claudio Magris, uno forte, scrittore, critico, germanista, triestino, uno che su Wikipedia ci ha la sua pagina personale. Uno che se ti dice che Budapest dà la sensazione fisica della capitale è così, punto: ci devi credere.

Il Sognatore, quando non dormiva, percorreva distanze inimmaginabili per andare a trovare Edina nella sua città. Rinunciava a tutto.
Si armava di parole, immagini, qualche battuta per vederla sorridere e partiva. Non si sa da dove, ma lo si poteva vedere passeggiare, pescando una foto qui, alle torri sul Bastione dei Pescatori, una frase rubata altrove, una sigaretta fumata di nascosto vicino alla statua equestre di Santo Stefano, il primo re ungherese.  Per un attimo si erano anche sfiorati: labbra che accarezzano le labbra e mani che si percorrono. Aveva pensato come poteva essere il suo corpo bianco, fra le lenzuola e le candele e le persiane un po’ socchiuse. Com’era il suo respiro quando si spezzava.

Poi quel muro. La nebbia sempre più densa. Le forze piano a piano mancavano anche solo per pronunciare qualche parole. Budapest, quella notte, sembrava un locale chiuso. Alla fine si sentì da lontano qualcosa di impercettibile, delicato, sul fiume, come una melodia di carillon, la nebbia cominciò a diradarsi, Edina era totalmente scomparsa, ma il Sognatore si svegliò, fra uno scintillio di colori, donne che avanzavano verso il mercato e per il cielo, libri, non gabbiani. Parole svolazzanti sopra un nuovo foglio da descrivere.

 

Tre rose rosse e una bottiglia di Hennessy

Oggi, chiamatemi Porpora. E’ il 19 Gennaio. Ho tre rose e una bottiglia di Hennessy, un ottimo cognac, dei più pregiati. Ha detto Sam che quest’anno sarei stato io Porpora. Una telefonata sbrigativa di qualche giorno fa, giusto il tempo per avvisarmi, poche parole, più un onore che una proposta. Squillo, squillo, squillo, risposta. 
– Ciao Sam 
– Ciao. Quest’anno tocca a te. 
– Grazie mille Sam. 
Click. Telefono chiuso.  
Ogni 19 gennaio qualcuno si cancella il viso e va al cimitero. Nessuno sa chi ci è andato gli anni scorsi e nessuno sa chi ci andrà quest’anno. Per la città di Baltimora oggi sarò semplicemente The Toaster: un vestito scuro, un ombrello, un cappello a falda larga e una sciarpa bianca. Poi tre rose rosse: una per il defunto, l’altra per la madre e un’altra ancora per la moglie e l’Hennessy in una bottiglia pregiata. Appuntamento nella chiesa Presbiteriana di Westminister, prima dell’alba, al 519 di West Fayette Street. Destinazione ufficiale: la tomba di Edgar Allan Poe.  
Baltimora ha dato la vita a Poe, Baltimora brinda furtivamente a lui ogni anno, ma Baltimora lo ha anche ammazzato.  Nella maniera più atroce lo ha fatto. 
Non si sa ancora bene perché sia morto. Oddio il perché si sa di ognuno di noi, quello che manca è il percome. Si narra che fosse partito da Richmond, Virginia, su un piroscafo, destinazione New York. Si dice che fece tappa a Baltimora e che scelse questa città per morire. Forse morì per rabbia, forse per complicazioni dovute al troppo alcool. Lo trovò lo stampatore Giuseppe Walker davanti la taverna Gunner’s Hall. 
– Accorrete subito! -, scrisse lo stampatore allo zio di Poe, – C’è vostro nipote strafatto di alcool. E’ in profondo stato di angoscia. -. Gli abiti logori, si dirà che lo avevano forzato a bere e che lo avevano cambiato di identità non si sa quante volte per farlo votare. Cooping questa cosa qui si chiamava cooping. Finì al Washington College Hospital, fra le urla e le pareti strette degli alcolizzati. Fu il dottore John J. Morgan colui che lo vide negli ultimi giorni della sua vita. Scrisse di lui che era in un totale stato di angoscia e che aveva cominciato a prendere una vacua conversazione con oggetti spettrali ed immaginati sui muri.   
– Fanculo Edgar! L’inferno ti si è ripreso, falli bere bene i tuoi spettri stasera.