Videocut

 

numpu
Foto: https://scriverecreativo.wordpress.com

Numpu si svegliò e tutto le sembrò maledettamente normale. La piccola stanza seminterrata era la sua tomba. La porta inchiavardata, la spia della webcam costantemente accesa e il suo corpicino nudo in primo piano per gli utenti connessi. Il diavolo sa cosa facesse quella gente quando la spiavano. Riconobbe il Natale dalle mutandine nere con una cometa disegnata sul sedere trovate sul comodino. Poco distante semplici istruzioni: “mostra la fica alla cam mentre le indossi”, firmato il tuo vecchio, dolce, rapitore. Numpu eseguì gli ordini pensando a qualche mese fa, quando poteva essere bambina, quando poteva farsi benedire dal sole.

 


Il racconto nasce da un esercizio di stile proposto dal sito: Scrivere creativo. Le regole del gioco erano abbastanza semplici: partire dalla foto dell’articolo e narrare del futuro di quella bambina che ha le braccia aperte e lo sguardo verso il cielo. L’unico vincolo stava nel numero di parole da usare nel racconto: esattamente 100. Ne è uscita una storia triste, mi dispiace e mi dispiace ancora di più per le tante, piccole, Numpu che un esercito di porci pervertiti mercifica sin dalla nascita.

Body rental. Storie in affitto.

Un piovoso giorno d’estate un uomo che viveva a Roma, abbronzato e con una barba incolta, sfruttando un po’ di magone che si portava per la fine del contratto che lo aveva occupato come sistemista per sei mesi, decise che quella sera si sarebbe rilassato con venti sigarette, qualche drink e un po’ di musica. Aveva quasi quarant’anni, era single e le serate con qualche amico al pub lo facevano evadere da quella generazione che avrebbe ignorato la noia del posto fisso. Aveva scelto questo rituale di ritorno momentaneo all’adolescenza, quasi come se fosse una fiaba in cui, evitando di crescere sul serio, non avrebbe rischiato di pensare alla sua condizione di equilibrista sopra un’esistenza in disfacimento come la pelle dei serpenti.

L’uomo si chiamava Giovanni detto Brando, s’era messo a studiare appena sveglio dei manuali in inglese per una certificazione tecnica, aveva cucinato un galletto con degli spinaci, inviato diversi curricula su internet, fatto pesi, whatsappato e, giunta la sera, sarebbe andato al Nowhere Pub. Era annoiato già prima di uscire di casa, triste e un po’ sbruffone come quei bei ragazzoni che non hanno certezze ma conservano un senso etico-estetico e qualche residuo di giovinezza. Arrivò al Nowhere poco prima delle dieci, ebbe la fortuna di trovare il parcheggio lì vicino, passò davanti a una vecchia locandina appesa anch’essa in bilico sul muro ed entrò nel locale. Davanti a lui, leggermente avvampata da una luce al neon si spalancava una sala gremita di gente; avrebbero suonato i Disorder, una band del quartiere devota ai Joy Division, nel frattempo si conversava e si beveva; il DJ passava da Voglio andare ad Alghero, ai brani di Mannarino, ai Pearl Jam; Giovanni detto Brando ordinò un Moscow mule. Sorseggiava il cocktail e anagrammava le parole che lo colpivano; in quel gioco era abbastanza bravo e quelle lettere spostate, decostruite e ricomposte gli davano l’idea di proiettarsi in una realtà diversa, ancora una volta, più sopportabile; Levi’s allora divenne lise e partì l’associazione con le sue camicie che aveva indossato ai primi colloqui; poi gli venne in mente quella rima gozzaniana con Nietzsche, i tempi dell’università, Bice Laurenti e infine si scoprì in un piccolo sorriso quando tornò al suo anagramma iniziale: Levi’s – Elvis: il CD che aveva regalato proprio a quella compagna di studi e che iniziava con Love me tender.

Il Cobrador raggiunse Brando dopo una mezz’oretta, i due si salutarono e si sedettero uno accanto all’altro; davano le spalle al bancone, lo sguardo si incuneava in profondità al centro della pista, i piedi penzolanti dagli alti sgabelli; quando la band salì sul palco, quando le luci si accesero, quando gli amici dei Disorder li accolsero con i soliti piccoli gemiti, al primo accenno di un accordo metallico; il Cobrador fece calare leggermente la t-shirt per scolarsi l’ultima goccia di birra e Brando notò una cicatrice che gli lambiva il collo.

“Quando verrò a trovarti a Parigi mi aspetterai al Montparnasse o ti riserveranno un posto d’onore al Père-Lachais?”,

“Preferisco che la mia pellaccia riposi vicino a quella di Gainsbourg, i pellegrini che visitano la tomba di Jim mi innervosirebbero”, rispose il Cobrador e continuò a guardare fisso davanti a lui; Brando, in fondo, non aveva bisogno di  un racconto dettagliato, sapeva che il suo amico era partito dal sud Italia da almeno cinque anni e del lavoro pericolosissimo che svolgeva in Francia: era una sorta di strozzino al contrario; le aziende o i privati che dovevano ancora incassare diversi soldi, lo chiamavano, lui rispondeva  e partiva alla ricerca dei debitori. Il Cobrador sapeva come farsi pagare, era maestro di arti marziali, non portava con sé nessun tipo di arma; c’erano solo lui e i suoi metodi di convincimento.

La vita del Cobrador a Brando però un po’ lo metteva in ansia; gli voleva bene al suo amico e alla vista di quella cicatrice si allontanò dal locale e si andò a fumare una sigaretta; quell’atteggiamento di scappare, fuggire, estraniarsi ce l’aveva con tutte le sofferenze che si attaccavano alla vita delle persone a cui voleva bene; aveva cominciato con la malattia della madre (non voleva nemmeno sentirne parlare).

Fumata la sigaretta tornò nel locale e trovò il Cobrador al solito posto, intorno a lui c’erano tre ragazze, sembravano sorridere a vicenda, oscillando il corpo a tempo di musica. Il Cobrador presentò le ragazze a Brando, se ne stettero un po’ a parlare della band, del locale e fecero qualche commento scherzoso sul cantante che si atteggiava a fare il Morrison di periferia. Brando era un bel uomo, dimostrava meno anni di quelli che aveva, ma era molto timido con le donne, quasi impacciato, le ragazze erano giovani e carine, meno una. Si azzardò a chiedere: “Venite spesso qui?”.
“Più o meno una volta al mese”
“Volete una birra?”, chiese il Cobrador
“Io no”, rispose Brando, “mangerei però volentieri un cornetto”
“Qui vicino c’è una cornetteria notturna che ne fa di buonissimi e vende anche birre artigianali”, rispose una delle ragazze che si chiamava Luna. Le altre due si chiamavano Sabrina e Chiara. Avevano tutte e tre un bellissimo odore ed erano elegantemente semplici. Brando allora propose di andarsi a prendere un  cornetto, il Cobrador accettò volentieri, le ragazze anche ma lo fecero con l’aria di chi si aggregava solo perché quella serata rock and roll cominciava ad annoiarle.

Brando parlò parecchio con le ragazze che lo ascoltavano tirando fuori, di tanto in tanto, lo smartphone. Il Cobrador prese la sua birra ma alla fine mangiò anche un cornetto; anche le ragazze ne mangiarono e Brando notò, che lo facevano con gesti piccoli ed eleganti mentre il suo amico quasi tracannava la birra e si ingozzava con i dolci. Le ragazze avevano un posto manageriale all’interno della stessa azienda; Brando questa cosa l’aveva capita semplicemente osservandole; Luna e Sabrina erano amiche fin dai tempi del liceo mentre Francesca era la più vecchia delle tre. Sabrina non era proprio una “cozza” ma a Brando piaceva Luna, era così sorridente che la sua gioia di vivere sembrava quasi uscirle fuori.

Dopo la birra, i cornetti, le chiacchiere, tornarono a piedi al Nowhere. I ragazzi si scambiarono l’amicizia su Facebook e i numeri di telefono; Luna allora disse di voler offrire a tutti un’ultima bevuta in onore della serata piacevole che avevano passato; Brando e il Cobrador presero un Southern Comfort, i Disorder avevano smesso di suonare ed era ripartito il DJ Set mentre la gente cominciava a sfollare dal locale. Dopo quella bevuta si salutarono; Brando tornò a casa e dormì. Prese sonno tardi, a dire il vero, perché nonostante fosse già mattina, un tamarro che abitava nel suo stesso isolato cominciò a farsi i giri in macchina con l’autoradio “a palla” da cui usciva musica dance. Alla fine però vinse il sonno.

Brando fu svegliato dalla telefonata del Cobrador:
“Devo partire Brando, ieri mi ha fatto piacere rivederti”
“Anche a me” ripose,  poi si ricordò della ferita sul collo e gli disse di stare attento.
“Non preoccuparti: ho la pellaccia dura”
“Lo so, ma vedi di non finirmi scuoiato”
“Ci vediamo presto”

Brando riattaccò, mandò un Whatsapp con il buongiorno a Luna e si infilò in doccia. L’acqua fresca lo rinvigoriva, mise i REM su Spotify, fumò una sigaretta e ricevette uno smile da Luna; dopo un po’ di chat si misero d’accordo per mangiarsi una carbonara; la scelta del posto fu un po’ difficile, dapprima pensarono al Ghetto, ma poi declinarono perché quello era posto da carciofi e locali per turisti; alla fine scelsero una piccola trattoria a Prati che conosceva Luna e che non era molto distante da dove viveva. Brando decise di raggiungerla in autobus, uscì di casa e si diresse verso la fermata del 628. Durante il viaggio, pensò che a lui Luna piaceva davvero tanto, avrebbe dovuto studiare o inviare altri curricula e invece i suoi pensieri sembravano muoversi solo in direzione della ragazza, aveva voglia di passare più tempo possibile con lei e già pensava al dopo pranzo, cercando di sbirciare dai finestrini dell’autobus, all’altezza di Torre Argentina, se ci fosse uno spettacolo che potevano vedere insieme; pensò a lei, al suo sorriso, al suo profumo, durante tutto il viaggio.

Arrivato a Piazza Mazzini scese dall’autobus, aveva circa 500 metri dal luogo dell’appuntamento, era maledettamente in anticipo, si disse che andava bene così, l’ansia lo portò a fumarsi tre, quattro sigarette nel giro di una decina di minuti, camminava avanti e indietro e quando capitava una vetrina riflettente ci si specchiava, sistemandosi la camicia o spicciandosi i capelli alla bene e meglio. Luna giunse quasi puntuale all’appuntamento; Brando la riconobbe dal sorriso. Arrivarono al ristorante e ordinarono lui una carbonara, lei una cacio e pepe, dell’acqua minerale e mezzo litro di bianco della casa. Lo inteneriva la semplicità della ragazza; lei invece sembrava più femmina di quanto desse a mostrare, si appassionava e chiacchierava coinvolta ma a tratti sembrava sparire, certe volte anzi dava l’idea di aver accettato l’invito solo perché non avesse nient’altro da fare; quando Brando gli propose di andare a vedere uno spettacolo all’Argentina, Luna le disse che purtroppo si era già organizzata il pomeriggio con Sabrina e altri amici. Brando e Luna si vedettero diverse volte nei giorni a seguire, molto spesso lui l’andava a prendere in macchina e la portava al ristorante, al cinema, al teatro; alcune sere restavano a casa da lui insieme agli amici di lei e lui aveva piacere nel cucinare e fare gli onori di casa; arrivò anche la festa di San Pietro e Paolo e tutta la comitiva andò a mangiarsi le noccioline e a guardare i fuochi di artificio. Brando era timido e non aveva detto niente del suo interesse per Luna ma la ragazza lo aveva capito, si avvicinava e si allontanava da Brando quasi a farlo apposta.

L’8 di Agosto Luna gli disse che sarebbe andata a Potenza a trovare i genitori; dicendogli queste cose gli sfiorò le mani e gli baciò le labbra. Luna sarebbe partita l’indomani al mattino ma sul volto di Brando, per qualche secondo, splendeva il sorriso della ragazza; la sera si chiuse e Brando restò da solo, senza ancora un lavoro, in una città che giorno, dopo giorno si svuotava. Passava il tempo, il sole bruciava e Brando studiava e inviava curricula. Luna gli mancava al petto e alle mani e, per giunta, nessuna azienda si faceva sentire. Un mattino si decise e si mise in viaggio per Potenza, in fondo ci volevano solo quasi quattro ore di viaggio e Roma era vuota e lui aveva messo da parte ancora qualche centinaia di euro con cui poteva sostenersi durante il viaggio. L’avrebbe sorpresa, nella sua stessa città, sapeva che abitava in centro e che la sera intorno alle 21 e 30 amava farsi una passeggiata da sola. Viaggiò tutto il tempo immaginando quale colore potesse avere la pelle nascosta di Luna, come sarebbero stati i suoi occhi quando faceva l’amore; aveva l’umore a mille e si sarebbe nascosto per ore in un paese sconosciuto, fino al calare del sole, come i vampiri romantici e le storie di tanto tempo fa.

Quando arrivarono le 21 e 30 Brando uscì come si era proposto, quel piccolo paese di provincia gli sembrava il palco di una grande storia d’amore, occhi sconosciuti facevano avanti e indietro per il corso; oramai quasi vicino alla piazza principale lanciò lo sguardo in lontananza e riconobbe il piccolissimo vestito giallo senape di Luna, in un secondo il cuore gli partì a mille, ma quasi per esplodergli dal petto, Luna teneva mano nella mano un ragazzo nerovestito, di tanto in tanto si fermava e gli baciava il collo; Brando allora furtivamente svoltò in un vicolo quasi a scomparire, avrebbe voluto lanciarsi di corsa da un dirupo; a un certo punto però il suo smartphone cominciò a suonare:

“E’ il signor Giovanni Brandolotti?… Salve e mi scusi se chiamo a quest’ora, rappresento l’azienda X Informatica. Abbiamo ricevuto il suo curricula su Monster e saremmo interessati a un colloquio. Può presentarsi Lunedì mattina in via Ojetti, la commessa è per un importantissimo cliente, offriamo contratto a Partita IVA e la visibilità del lavoro dovrebbe durare 45 giorni all’inizio con ottime possibilità di rinnovo”

Il viaggio degli angeli caduti

Chiara e l’alba, c’era da fare la colazione per i figli: un pentolino di latte di Lidl ché c’è crisi, cornetti, marmellata d’arance e la moka. Chiara Grande sognava una colazione al bar, come quella del sabato: invece niente. Si doveva risparmiare, certo se avessero vinto al SuperEnalotto allora sì!  E invece no, c’era da svegliarsi alle 5 e fare presto:  “A questo punto tanto vale prendere il Galaxy mentre la moka è sul fuoco”, si disse, “e vedere chi c’è su Facebook, postare il link di zia, che lo aveva condiviso a sua volta da Lamberto Paoli, che lo aveva preso direttamente da quel politico che, incazzatissimo, postava: vi piacerebbe una vacanza in un resort con pista da sci, piscina, solarium? Basta essere PRESUNTI PROFUGHI…

“Che schifo!”, pensò Chiara: “Dove siamo finiti!”, si disse, e condivise quel post; come darle torto, ci si fa il culo e queste scimmie con i burkini ci inquinano! AM-MAZ-ZA-NO! E noi? Con le nostre tasse gli dovremmo pagare la vacanza? Ma che ne sanno loro dei sacrifici che facciamo per mandare i figli all’università, in palestra, in Erasmus! Finì di preparare la colazione, si vestì, prese la macchina e guidò verso l’aeroporto di Caselle, dopo circa 10 km, lungo una strada a strapiombo sulla costiera ligure (perpendicolarmente in linea gravitazionale), su un incavo roccioso,  Chiara Grande sfrecciò via, inconsapevole, sopra  la grotta dove si nascondeva Abedì Pelé.

Abedì Pelé: 20 anni e un gelido agosto dentro. Si chiamava così perché quella notte, fra le onde del Mediterraneo, l’Etiope gli aveva chiesto: “Che nome avrai in Italia?”
“Il mio, J…”, gli aveva risposto; poi diverse risate: “Nessuno fa questo viaggio e conserva il nome”, disse l’Etiope, “visto che su questo gommone ci sono almeno 100 Mohammed Alì”… “101!”, urlò qualcuno sorridendo in un angolo su quella vecchia carretta inzuppata di gente. “Ecco… Vedi? Ti chiamerai Abedì Pelé!”
Quando ripensava a quel momento Abedì si sentiva nell’unico posto sicuro: era la sua buona notte. Ora il sole  lo gelava, due agenti di polizia gli stavano di fronte, lui, in quella grotta si sentiva un leone senza ruggito: “What’s your name?”, gli chiese uno dei due agenti; il ragazzo gli disse il nome e l’altro allora sorrise, ribattendo: “solo oggi, fra Ventimiglia e dintorni, abbiamo trovato Weah, Angloma ed Abedì Pelé, se ce li teniamo vinciamo l’Europa League; procedi con la solita solfa, chiedigli i documenti”. Provateci voi ad averceli i documenti quando sul vostro passaporto dovrebbe esserci scritto Eritrea. Se nascete in quel posto sarete in guerra a tempo indeterminato, l’unica salvezza che vi rimane è scappare, correre nel deserto più veloce del sole, perché quelli sono raggi che potrebbero carbonizzarvi, come è accaduto a Kidane, 18 anni, cugino di Abedì, preso e spedito a marcire in prigione, dormendo per terra in una cella talmente affollata che la carretta del mare degli scafisti è un transatlantico. Se tutto questo non bastasse sappiate che Kidane, a turno con gli altri detenuti, viene legato mani e piedi e bruciato al sole: ore, giorni. La notte, se sei uomo le guardie carcerarie ti picchiano sulla schiena con spranghe di ferro; se sei donna ti picchiano anche solo se non accetti il loro cazzo. L’unica salvezza è il viaggio, pensava sempre Abedì, l’unico incubo è il viaggio.

Il confine delle persone come Abedì è una linea che taglia in due l’inferno: da una parte l’Eritrea, poi il Sudan, al suo fianco un muro di 230 km costruito da Israele per lasciare le anime fuori dalla Promessa. Arrivò a Kassala, in Sudan, mangiando sabbia. Lo presero i poliziotti mentre dormiva in una grotta nel deserto. Lo spedirono in un campo profughi, un altro poliziotto lo vendette ad un mercante di anime e partirono con lo stomaco corroso dalla fame: destinazione Sinai, davanti al sogno più bello di tutti: il Mediterraneo.

La cosa più bella del mare, per quei ragazzi, era l’orizzonte. In un punto così lontano dove il sole danza non può mancare la  luce. Tra quel miraggio e la realtà invece vi erano le urla di Sarah, una perla d’ebano violentata tutte le notti, lasciando il telefono acceso così che i parenti potessero sentire il suo dolore e pagarle il viaggio. O la sofferenza di Alì, le cui ossa si frantumavano sotto le scudisciate dei mercanti di anime, sempre con il telefono acceso, sempre per quella cosa del riscatto. Se i parenti non avessero pagato quelle cifre potevi attraversare il mare vendendo i tuoi organi al mercato nero. “Una soluzione si trova”, dicevano gli assassini

Il resto è una grotta della costiera ligure abbandonata da poco. Una nuvola impenetrabile che avvolge il confine fra Italia e Francia. È il 24 di agosto del 2016, prima della notte che avrebbe spaccato il centro dell’Italia. Alcuni dicono che i tanti Weah, Angloma, Abedì insieme alle centinaia di Mohammed Alì, siano stati presi e condotti su un aereo, a Malpensa, anzi no a Caselle, nello stesso posto dove lavora Chiara Grande; destinazione Kathmandu, Sudan, rimpatriati all’inferno; altri invece dicono che non è vero, che noi a quella gente gli paghiamo la vacanza. Il sole continuerà a sorgere dal mare, Kidane è una bandiera di ossa consunte dai suoi raggi.

 

Dulcis in fundo

La candela irradiava il suo volto di calda bellezza. Io e Sabina ci conoscevamo ormai da vent’anni ed eravamo una cosa sola. Fu proprio allora, mentre mi sentivo avvolto alle sue sensazioni, che fra un pasto e l’altro, gli chiesi:

“Ti va una torta?”
“Salata?”, rispose lei
“Non credo… non mi sembra il posto”, dissi, un po’ confuso
“Hai ragione, cioè, sono una stupida, dico… la serata, la luna, gli antipasti a forma di cuore sì, insomma… sei stato davvero dolce”
“Ehm.. No”, dissi quasi in imbarazzo
“Cioè?”
“Intendevo…”
“Intendevi?”, incalzò lei
“Che… visti i prezzi sul menù… non credo sia salata”
Lei se ne stette in silenzio e si guardò intorno, una bambina bionda con un vestitino bianco corse dalla madre per farsi abbracciare, la bimba sorrideva e accarezzava un principe giocattolo, di pezza, io abbozzai un sorriso, Sabina si mise le mani sul volto, sorrise anche lei e disse: “Sei sempre il solito…”
“Mi ami anche per questo, direi…”
“Che ore saranno?”, mi chiese
“L’ora di un bacio”, risposi
La bimba bionda cominciò a sorridere, lanciando il suo principe in cielo e riprendendolo con le sue manine, due tre, quattro volte, sempre più in alto… A un certo punto, un lancio troppo forte, il principe toccò il soffitto ed ebbe un rimbalzo strano, per un attimo la bambina non sorrise più, il principe volò via dalla terrazza, si accasciò sull’asfalto e, nemmeno il tempo di urlare che una macchina lo investì, spiaccicandolo al suolo.
Fu in quel momento che Sabina scese le scale del ristorante e si precipitò nella via, avrebbe preso quel principe, lo avrebbe ricucito come sapeva fare lei e sarebbe tornata, perché quella era l’ora del bacio e della dimostrazione dell’amore che mi voleva. La bimba piangendo lasciò il ristorante, una coppia di giovani anziani se ne andò parlottando con il figlio, degli esami che avrebbe dovuto dare ed altro, a notte fonda, sentii un rumore di passi che salivano le scale, mi girai con il sorriso dell’amore scemo, era il cameriere, diceva che avrebbero dovuto chiudere e che la mia compagna aveva pensato a saldare il conto. Feci per lasciargli la mancia, disse che non c’era bisogno.

Memoriale di un’alzata di tacchi

Non ci fu un giorno dopo, capito? Bastava chiederselo il mattino prima e quei due non avrebbero voluto nient’altro che vedersi. Non ci avrebbero creduto nemmeno loro, forse. Non ci fu un giorno dopo. 
Eppure non era mancato quasi niente: la voglia di sentire che sapore avesse la loro pelle, il bisogno necessario di rubarsi baci davanti a tutti o semplicemente di nascosto. In ascensore. Le risa. La musica. Le prese in giro, il dirsi le cose che sentivano. L’aprirsi il cuore e le sensazioni. Eppure. Proprio quando nessuno, manco loro se l’aspettavano, il loro quadro è caduto.
Quella storia del quadro che cade quando meno te l’aspetti ce l’aveva raccontata proprio bene Danny. Danny Boodman. T.D. Lemon. Novecento. A loro era capitato così. Non c’era un pianista grandissimo e non c’erano le note dell’oceano. C’era il resto di una metropoli e il resto poteva anche sparire se loro si baciavano. Bastava poco per fargli sentire a tutti e due la voglia di ficcarsi nella carne, bastava una tenda immaginaria, una capotte, un sedile, poi si poteva anche stare in una delle strade più trafficate della città. Non sarebbe esistito nient’altro: solo i loro respiri.
Solo in quel momento. La crudeltà sembrava poter essere sconfitta.
E invece
Finì che fu lei ad alzare i tacchi. Lui un po’ se l’aspettava e un po’ la richiamò. Ma più la richiamava e più quel sipario si era chiuso. Non c’era tempo nemmeno per gli applausi. Gli stessi che si erano goduti all’inizio in un teatro che non ti immagini in una Roma spersa fra i vicoli. Con il teatrino che era continuato dal Giappo, lei non c’era mai stata e lui ce la portò e parlarono per tutta la serata in inglese con un cameriere e in italiano con un altro. Poi non ci fu più il tempo nemmeno per un finale di partita. Ci fu un’alzata di tacchi. La crudeltà si prese il suo spazio per narrare un’altra storia. Una nebbia che non ti aspetti risucchiò la primavera.

La favola dell’amore alla fine dell’amore

Un bottone, poi un altro, poi un altro ancora. Era l’unica cosa che poteva fare e si sfilò via la camicia. Poi si sedette su un masso, slacciò la cintura, tiro giù la zip, prese i jeans con tutte e due le mani e se li tolse. Da quella posizione mise un piede dietro l’altro e tirò via una scarpa, per l’altra dovette aiutarsi con le mani. Lo stesso per i calzini, le mutande. Si alzò. I vestiti restavano appallottolati vicino a lui, nel campo. Lì per lì gli venne voglia di pisciare e gli pisciò su. Poi prese un accendino, una bottiglia di birra. Beveva, rideva. Beveva. E poi ancora fumava e beveva e cantava e danzava. Prese un flacone d’alcool e lo scolò sui vestiti appallottolati. Poi ci lanciò un cerino su, era l’unica cosa che poteva fare in quel momento.

La fece. Si sedette, guardò le fiamme e ripensò a quella giornata che era cominciata con un’alba limpida. Pulita. Uno di quei giorni silenziosi dove senti solo il silenzio della provincia e ogni tanto qualche scia che scivola sull’asfalto. Ad un certo punto però una scia venne interrotta e si sentì come un botto fortissimo.

– Oh Madonna!
– Che cazzo sarà successo, Pa?
– E che cazzo ne so io, Carl, scendi e vai a vedere
– Dici che dovrei?
– …
– …
– Puoi attendere e leggere domani la notizia sul giornale.

Era facile da capire, un auto si era schiantata lì, in quel posto maledetto da Dio, dove non c’era niente, tranne la sua casa per chilometri e chilometri e chilometri. Ci vivevano Carl e Pa, due uomini, il primo giovane, caruccio, un po’ strano; l’altro vecchio, orrendo, sulla sedie a rotelle. Dimenticatevi tutte quelle cose moderne che conoscete tipo connessioni a Internet ecc, non c’era niente. Cioè tranne questa strada, questa fattoria, questi alberi lungo la strada, non c’era proprio un cazzo di niente. Carl percorse lentamente la strada, ci trovò una macchina semidistrutta. Si affacciò, c’era una donna, le gambe bianche schizzate di sangue, il volto tumefatto, le lacrime. – Aiuto -, disse debolmente. – Aiuto -.

Carl pensò bene di fare una cosa romantica in quel momento. Tornò a casa, prese il trattore e trainò quella macchina alla fattoria. La donna piangeva, voleva un medico. Carl era invece contento, sembrava un bambino che ha ricevuto un dono dal cielo. Aveva pregato tutte le notti, tutte le mattine per un amore, mentre Pa, sulla sua sedia a rotelle lo scudisciava, lui pregava. Sapeva tutte le preghiere a memoria, anche in latino qualcuna. Lasciarono la macchina lì, l’uomo si sarebbe preso cura della donna. Pa li avrebbe osservati dalla finestra. Di tanto in tanto Carl le avrebbe portato da mangiare e qualche bacio. Avrebbero detto le preghiere insieme alla sera. In nome dell’amore notturno.