I cenci di Beatrice

In nome del popolo Italiano, la corte di Assise di Roma, all’udienza dell’11 settembre 2015, nel processo instaurato nei confronti di Dei Cenci Beatrice, mediante la lettura del dispositivo ha emesso la seguente sentenza: visti gli articoli 575 e 577 del codice di procedura penale, dichiara l’imputata colpevole di parricidio nei confronti di Dei Cenci Francesco, senatore della Repubblica Italiana e la condanna alla pena dell’ergastolo con isolamento diurno di anni 1. L’udienza è sciolta.

Nemmeno in quel momento il volto di Beatrice si piegò al dolore. Algida e a modo suo determinata, attese le guardie che la portarono via dall’aula: una donna aveva sfidato la Repubblica e i suoi uomini.
Uscii dal palazzaccio di giustizia e andai al bar di fronte. Presi un caffè e un cornetto alla crema di nocciola, mi piaceva quel posto perché non aveva le solite paste di cartone pressato e i camerieri erano gentili e sorridenti. Diedi un’occhiata al quotidiano che suonava alquanto beffardo: “Il governo approva la proposta dell’ala progressista: più zone rosa per facilitare le manovre di parcheggio alle donne”.

Il caso di Beatrice lo seguii tutti i giorni. Andavo al palazzaccio dopo il lavoro, da quando mi ero lasciato con la mia ex avevo dato più spazio al mio hobby preferito: scrivere racconti. Non voglio essere uno scrittore, preferisco scrivere quando e come mi piace. Lavoro come consulente software, mi occupo di altri linguaggi: ASP.NET, C#, HTML e diverse sigle strane. Scrivo perché sento l’esigenza di immaginare costruendo degli arabeschi di suono intorno al mio scoreggiante mondo interiore.
I giorni dunque li passavo cercando storie e quella volta, entrato nell’aula, il racconto di questa donna bellissima, dai lineamenti dolci e dall’elegante posa rinascimentale, mi si impresse, così alla mente, che potrei riscriverlo a memoria. Io non credo che fu il tran-tran mediatico che un omicidio di un senatore della Repubblica aveva giustamente scatenato nell’opinione a farmi avvicinare al caso. Ero interessato più come una cosa umana. Cominciai a rivivermi Beatrice e le sue parole:

“Mi chiamo Dei Cenci Beatrice, vostro onore, e sono nata a Petrella Salto (La Petrèlla, come la chiamavamo da bambini), il 6 febbraio del 1977. Ho vissuto in questo paesino, in provincia di Rieti, fino a 10 anni, quando con la famiglia mi sono trasferita a Roma, in un palazzo con un’architettura del primo Novecento progettato dal Setti in stile eclettico, qui vicino, in via Crescenzio. Papà non c’era mai, aveva i suoi obblighi di politica e quando c’era, stava sempre con quelle persone che contano: i calabresi, di cui non mi diceva niente. Ho passato più tempo a guardarlo in TV mio padre che non a casa. L’unico momento di consolazione ce l’avevo sui marciapiedi di Roma, quando attraversavo ponte Sant’Angelo, con le sue statue che immaginavo mi dicessero, “Buona passeggiata, Bice” mentre camminavo per poi prendere Lungotevere Tor di Nona, passando davanti alle vecchie carceri, per andarmene a leggere e a studiare nella piccola biblioteca privata su via Tomacelli, al civico 15″.
“Potrebbe smetterla di raccontarci tutta la sua vita, signorina”, la interruppe l’avvocato dell’accusa
“Signor avvocato, lasci parlare l’imputata”, lo bloccò il giudice. E Beatrice continuò così, dopo aver ringraziato a vostro onore.
“Chiedo scusa all’avvocato, passerò alla narrazione di fatti più concreti, ma con il mio nome, con il mio cognome, ho spesso pensato che 500 anni fa, in quelle carceri, siano stati rinchiusi i miei fratelli… tornando a cose più concrete… abbandonai Roma nel 1990. Papà mi iscrisse in un college all’estero, a Sherborne, una cittadina inglese non troppo distante da Oxford. Prima però accadde che giunsero i carabinieri a casa. Venni mandata in fretta e furia nella mia camera da mia madre. L’indomani avevo un biglietto per l’aeroporto di Gatwick e l’iscrizione per uno dei più esclusivi istituiti europei”.

Dopo questa confessione proseguirono altre testimonianze, tesi e fu deciso che Beatrice doveva ripresentarsi una settimana dopo. Passando per via Crescenzio, con il mio motorino per tornarmene a casa, vidi diverse troupe televisive assediate sotto il palazzo che ormai, per i media, era la dimora eclettica della Strega di Prati.
Tornato a casa ripresi i documenti che avevo lasciato al lavoro circa l’architettura di un software da progettare. L’applicativo doveva essere costruito su una piattaforma Microsoft e allora cominciai a pensare la base dati su SQL Server 2012, in dubbio se demandare la realizzazione a una progettazione SOA con l’utilizzo di WCF o meno. Passò poco tempo e chiamai A., per chiederle se avesse voluto mangiare una cosa con me, mi propose l’Osteria del Cavaliere a via Alba, mi ci fiondai al volo. Stavo bene con A., non mi capitava dai tempi della mia ex., ci potevo parlare di tutto e mi metteva a mio agio. Mangiai una pasta e fagioli formidabile e bevvi bicchieri e bicchieri di Genziana. Al ristorante ci immaginavamo le vite di quelli che ci stavano seduti a fianco (abbiamo dato per spacciata una coppia di vegani seduti in fondo alla sala e ci siamo inventati che quelli di fronte erano una famiglia del Molise che erano andati a trovare il figlio studente, fuori corso, pochi esami, in architettura). Dopo cena tornai di nuovo nella mia stanza e pensai a quella storia che avevo sentito al palazzaccio. Beatrice, così bella, veniva accusata di omicidio, lei che era stata spedita d’improvviso all’estero, quella notte che i Carabinieri entrarono a casa. Buttai il pacchetto di Chesterfield blu sulla piccola scrivania, andai in cucina, piano, piano, per non svegliare i coinquilini, lasciai perdere le architetture SOA, presi una Tennet’s dal frigo e mi misi a scrivere.

Beatrice. Quella storia dei carabinieri. la ragazza che abbandona il paese, la madre. Doveva avere pure qualcosa la madre e allora mi venne una data in mente: 9 settembre 1990, pensai che non andava bene, non mi piaceva che quella storia cominciasse sotto il segno della Vergine, allora cambiai, 9 luglio 90! Feci una piccola ricerca su Google per vedere se c’erano partite di calcio, non andava bene nemmeno quel giorno era infatti subito dopo la finalissima dell’Olimpico fra Argentina e Germania durante le notti magiche. Meglio prima,  meglio l’8 luglio, quando qualsiasi maschio del mondo guarda comunque la finale dei mondiali, fosse anche il più importante politico della nazione, il rutto libero,  in quel frangente, è quanto meno imprescindibile.

Allora immaginai poche frasi scritte sul diario di Lucrezia Petroni, madre di Beatrice, datate, per l’appunto, 8 luglio 1990

Il futuro ministro guarda la partita, Bea andrà via domani. Non sopporto, ma sopporto

E poi ancora altre frasi…

Dopo l’eliminazione dell’Italia contro l’Argentina, mio marito rientrò tardissimo, era mascherato e visibilmente sconvolto. Credo abbia fatto uso di cocaina tutta la notte. Entrò e disse a voce alta: “Entrate e godetene tutti, questa è la pellaccia vecchia di mia moglie offerta in sacrificio per voi”, lo seguirono cinque uomini, africani e uno che aveva l’accento calabrese. Mi legarono al letto, mi entrarono ovunque e poi vennero, uno alla volta, sul mio volto, corsi in bagno per lavarmi la faccia. Mio marito mi prese allora per i capelli e mi costrinse a guardarmi allo specchio. Ero completamente ricoperta di sperma, poi lasciò la presa, il mio volto cadde sul lavabo, lo sperma mi chiuse gli occhi. Non emisi nessun grido durante quella violenza, sopportai piangendo, perché se mi fossi messa ad urlare avrei creato scandalo. Mi sentivo come se fossi andata in sposa a Barbablù, ero ingenua quando dissi quel sì di bianco vestita, mi attirò il suo fascino, il suo potere, la foga animalesca che aveva quando facevamo l’amore.

Seguirono diverse udienze per il caso Dei Cenci e tanti testimoni si avvicendarono. Oltre a ciò che andava in atto al Palazzaccio, cominciai ad avvicinarmi alle vicende di quella nobildonna romana del Cinquecento, che si chiamava per l’appunto Beatrice Cenci e la cui anima si narra che proprio l’11 settembre, ogni notte, cammini con la testa in mano sul ponte Sant’Angelo. Lessi tutto quanto c’era da leggere: dai link su Wikipedia, alle narrazioni di Dumas, Stendhal, a quella palla di racconto storico e monumentale che ne fece il Guerrazzi. Fui stregato dal dramma crudele che ne rappresentò Antonin Artaud con il suo Les Cenci. Una notte sognai che mi tagliarono la testa, fui contento che era solo un incubo, mi lavai la faccia e andai al lavoro, alle 18 c’era un’altra udienza con Beatrice, ce l’avrei fatta ad assistere.
Entrai e Beatrice aveva da poco preso la parola “… fu lì che cominciai a vedere documenti strani che circolavano circa la costruzione di nuovi quartieri nella periferia romana, vostro onore. La cosa colpì subito il mio interesse e chiesi a mia madre.
“Non so niente figlia mia, non lo so se quelle ditte calabresi di cui dici furono davvero le stesse con cui collaborava tuo padre”, rispose mia madre.
E allora Beatrice continuò così:
La mia posizione rilevante all’interno della commissione europea, conquistata anche grazie ai soldi di mio padre, mi poneva di fronte ad atti di espropriazione e giri loschi. Mi sentivo come la sposa ingenua a cui Barbablù dà ogni ricchezza, purché non usi mai quella chiave per aprire la porticina, quella che avrebbe svelato un lago di sangue con tutti i cadaveri delle mogli a marcire.
C’era in me, una voce che diceva, Bicetta devi indagare e un’altra, quella della bimba nata sotto la protezione del senatore, che cominciava a piangere angosciata.
Il mio rientro in Italia, vostro Onore, lo conoscete bene. Mio padre aveva sentito che cominciavo ad indagare circa quelle situazioni strane di appalti e tangenti. Si mostrò comunque benevolo e mi disse di riposarmi un po’ e di scendere a Roma, saremmo stati un po’ insieme e avremmo mangiato in quel ristorante al Governo vecchio che mi piaceva tanto quando ero ragazzina e che ancora era lì a sfornare piatti e piatti della tradizione  con quella sua gustosissima pasta con cozze e pecorino.
Mi dissi che in fondo potevo tornare in Italia, che li avrei rivisti e mi piaceva l’idea di rincontrare le statue giocose di ponte Sant’Angelo, la vecchia biblioteca di casa dove avrei rovistato fra i miei libri per ricercare le lettere che mi scriveva il mio spasimante: Olimpo Calvetti. Quel ragazzo lo conobbi durante una rappresentazione scolastica che fecero alla Camilluccia, non mi piaceva fisicamente, ma il suo sguardo mi diceva che mi avrebbe seguito anche nelle più remote carceri.
Arrivai a Fiumicino, presi il trolley e mi avvicinai verso un tizio che aveva un cartello con su scritti il mio nome e il mio cognome, pensai subito che fosse un autista che mi aveva mandato mio padre. Le nostre presentazioni mi rassicurarono:
“salve, signora Beatrice, suo padre non è potuto venire a prenderla perché impegnato con il lavoro”
“Sì, immagino sia molto occupato”, risposi
“Non si preoccupi, si libererà per cena, la porteremo noi a casa, siamo i suoi autisti privati, ci segua pure”
Erano in due, sembravano una scorta, vestiti di nero, muscolosi, facevano una fatica assurda sia a darmi del lei che a parlare in italiano corretto, ma non erano stranieri e la cosa mi faceva ridere. A un certo punto però non ricordo più niente. Non so per quanto avevo dormito e non so dove potevo essere, mi alzai con una puzza di sangue che mi diede subito alla nausea. Vostro onore avete creduto di apprendere tutto dalla TV, da Internet e dalla radio circa quel rapimento in Calabria, ma ci sono cose che ancora non ho la forza di ricordare”, disse Beatrice il cui volto era ormai imploso orribilmente in una maschera di angoscia
“Va bene così”, disse il giudice impietosito.
“Essendo però questo evento, anche se traumatico, molto importante ci riserviamo per ora di sospenderlo, lo riprenderemo in un secondo momento”
“grazie, vostro onore”, disse Beatrice con un filo di voce che si faceva spazio fra i suoi singhiozzi
A quel punto immaginai che venne chiamata a deporre la madre di Beatrice, Lucrezia Petroni, la quale esordì dicendo:
“vostro onore, anche per me è difficile ricordare quanto ascoltai da Beatrice durante il suo esilio nella Locride, voglio leggervi però le torture che mia figlia dovette subire da questi esaltati sequestratori, che ce la tornarono in vita, ma profondamente ferita nell’animo, perché come diceva mia figlia, fino a quando il senatore non avrebbe pagato la ricompensa, loro le avrebbero fatto vivere le torture sacre, quelle papali, perché un prigioniero di alto rango doveva avere un trattamento adatto. E su queste parole, vado a leggervi, se mi consentite quanto mi raccontò mia figlia e quanto io, tracciai sul mio diario privato:

La tortura dei fischietti

Ho aspettato diverso tempo prima di chiedere a Beatrice maggiori spiegazioni circa le strane foto che ci inviavano i rapitori. La prima mostrava le sue dita martoriate, piene di grumi di sangue rappreso. Lei mi disse che quella foto rappresentava solo l’inizio delle tremende torture che subì. Quel giorno arrivarono, mi raccontò,  delle persone incappucciate, bruciarono un santino e iniziarono a recitare un salmo dedicato ai tre cavalieri sacri alle cosche mafiose: Osso, Malosso e Carcagnosso. Uno di loro prese a intagliare un giunco da cui ricavò delle piccole striscioline simili a fischietti, gliele conficcarono fra le unghie e la pelle e lasciarono la mia piccola bambina con quelle cose che le dilaniavano le carni non si sa per quanto tempo…

La tortura del fuoco

In un’altra foto vidi la pelle di mia figlia con fortissime escoriazioni di bruciature, quello che mi raccontò Beatrice ha del raccapricciante, il cui solo pensiero di scriverlo, mi attanaglia lo stomaco come una lama che sventra le mie carni. Dopo il rituale del santino e del salmo votivo, uno dei tre uomini accese un piccolo braciere, avvicinarono i piedi di mia figlia alla distanza giusta per farle sentire dapprima un forte calore che si faceva sempre più infuocato fino a bruciarne la pelle. Beatrice ricorda che mentre facevano questa pratica, in quella macelleria dismessa, vicino a tutte quelle bestie appese qualcuno la scherniva dicendo che quella sera l’avrebbero mangiata servita con patate novelle. Non contenti di ciò, prima la semi denudarono, poi le spensero dei mozziconi di sigarette accesi sul seno e sulle mani.

La tortura della veglia

In un’altra foto Beatrice ci si mostrò con gli occhi scavati e un’espressione del volto che sembrava scoprire dei nervi tesi come se avessero steso al sole le sue vene. Pensai subito che non riusciva più nemmeno a vivere e quello che mi raccontò si rivelò ancora più atroce di ogni mia possibile immaginazione. Questa tortura a differenza delle altre non cominciò con il solito rituale ma Beatrice, da come mi disse, si ritrovò immersa durante il sonno in un secchio di acqua gelata. Continuò così per svariate ore, ogni volta che provava a chiudere gli occhi perché stremata e bisognosa di sonno, proprio quando stava per dormire però era costretta a risvegliarsi perché la sua testa veniva immersa in un secchio di acqua gelata.

La tortura della corda

Fra tutte le torture, nell’antica Roma papalina, questa della corda era la più temuta. Dolorosa fino all’inverosimile, gli sventurati che si sottoponevano a questa tortura, anche se innocenti confessavano la propria colpevolezza perché la morte al confronto poteva apparirgli come una pagana benedizione. La foto che ci arrivò è quella che mai nessun giornale, mai nessun sito web, mai nessuno insomma, ha avuto la forza di pubblicare. Una donna, mia figlia, se ne rimaneva incatenata, semi nuda, con i lividi ovunque, in una pozza di vomito, sangue e rassegnazione. Anche la più femminile delle qualità dell’essere umano, l’anima, era stata stuprata. Beatrice mi disse soltanto: “mamma, sono rimasta appesa a un gancio, con la bocca coperta da un nastro isolante, vicino alla carcassa di animali squartati ed ormai, quasi, in putrefazione”

Dopo il racconto della madre tornai a casa e decisi di finirla questa storia, se fossimo stati ad Hollywood un produttore mi avrebbe imposto un happy ending, credo che lo stesso avrebbe fatto un editore se io fossi stato uno scrittore professionista. Ho comunque la fortuna e il portafogli vuoto (oltre che lo stile) di un dilettante e posso dunque concedermi anche il diletto di infrangere le regole del gioco, limitando a dirvi che ci fu un dettaglio importantissimo grazie al quale Beatrice scoprì la connessione fra il padre ed il suo rapimento in Calabria. La ragazza e i suoi nervi non ressero a questa rivelazione e, con l’aiuto della madre, mentre il padre dormiva rescisse di netto, con un colpo di mannaia la testa dell’uomo. Ho disseminato questo dettaglio lungo il racconto, forse, oppure vi chiedo di inventarvelo voi, lettori, perché se un lettore è tale, mentre legge con la fantasia scrive anche una sua versione della storia. Beatrice fu condannata all’ergastolo, la madre a trent’anni di carcere. Ancora oggi l’omicidio è giustamente un reato penale, ancora oggi, duemila e passa anni dopo la nascita di Cristo i potenti sono legittimati a fare i potenti e le donne, purtroppo, alla sopportazione eterna.

Recording (racconto senza intreccio)

Ieri ho passato tutta la notte a registrare parole che mi esplodevano sulle labbra: pallottola… bolla… bobina… bacio… a questo punto mi sono fermato e ho chiuso gli occhi al caso. Avevo ormai 70 anni da quella volta in cui la mia lingua si intrecciò a quella di lei, poi mi era preso un tremito che si era trasformato in carezza, lei mi sorrise con gli occhi e restò sbigottita con le labbra. Era un’estate di un anno che non ricordo e ancora c’era qualche altra persona, oltre me, sulla faccia della terra… forse… può darsi infatti che le strade siano piene di persone ancora oggi, dovrei spegnere il registratore, scostare questa tenda e vedere se c’è la luce. Decido però di continuare a registrare come quella prima volta che cominciai, fanciullo, ancor prima della letteratura, ancor prima delle mostre di Matisse.

A vedermi potevo sembrare solo, ma c’erano già delle storie dentro di me, so che mi capite… ne avete avute diverse anche voi… quella volta mi intervistai, lo feci ancora durante il mio passato ma erano interviste inquinate, piene di zeppe di moda, cinema, letteratura e altri veleni sparsi. Il tempo passava e io mi allontanavo da me, inventavo tagli di capelli improponibili, cercavo un posto da qualche parte del mondo, perché è così che mi era stato insegnato, perché anche se a 16 anni te ne stai a cantare le canzoni dei Velvet Underground sotto la doccia, arriva la zia scema che al telefono dice: “Che sta facendo?… Sta cantando… Lo manderemo a Sanremo” e poi lì giù, risate, tante, che ti si ficcano sotto la pelle come una scarica di agopuntura al vetriolo.

Passano gli anni e la sensibilità ci accompagna, avete voglia voi a vivere come rockstar, l’oggettistica con cui vi circondate non fa niente di voi, così come tutte quelle sedute in palestra, arriva il giorno che state aspettando la metro, fuori c’è il sole ma voi non lo vedete e allora state con il vostro smartphone e l’occhio al cartellone che indica il prossimo treno. E’ un attimo. Davanti a voi c’è il treno e dietro di voi c’è quello che per tutto il tempo aveva tic strani e frasi assurde e girava e girava gli occhi, basta un attimo, una frazione, una spinta. La vidi decomporsi sotto quello sferragliare di lamiera, i miei occhi ancora bruciano.

Registrazione completata. Capitolo IV. Giornata nove.

Oggi immagino che sia una bella giornata, come quella volta a Vienna quando lo vidi per la prima volta. Era un parente lontano, un po’ dandy, guardava mio padre con occhi sconcertati – senza concerto – quando mi rimproverava e non lasciava libere di esprimere le mie passioni. Quella volta, quel tipo, prima che tornassi in stanza con i miei, mi disse: “Tieni…” e mi sorrise. Era l’Isola del Tesoro, rilegatura in brossura grecata, fogli un po’ ingialliti, gli sorrisi, capii anni e anni più tardi quel valore… Quella cosa che dalla musica un po’ puoi scappare e forse pure dal teatro, ma se vuoi raccontare una storia, devi starci tu, con tutte le scarpe e la fanghiglia che ci si è attaccata alla suola. I tuoi nervi devono stare lì, altrimenti fai quelle trame così fighe fatte di storie che si intrecciano: angeli, demoni, tre metri sopra il cielo un paio di chilometri sotto la tazza. Nelle fogne, di quelle storie, non si vede l’autore, ma in molti restano a bocca aperta sognando che sì… sognando che insomma… vogliono vivere come quei fighi lì

Ai fighi che fanno i figati inventandosi una vita che vorrebbero vivere, preferisco i bambini che guardano, oltre le stelle, i fuochi di artificio

Registrazione non so cosa, giornata quasi al termine, ogni monologo dovrebbe abbandonarsi e ripetere parole e io dovrei andare ancora più in profondità dentro quella brossura e il sole di Vienna e sotto terra fra le membra deturpate di un treno in corsa.

Ho capito questa cosa quasi a 40 anni, quando non mi andavano più i locali, gli aperitivi, i film porno. La notte in cui è esplosa Parigi. Il giorno che scoppiò la guerra. Ho cominciato a tollerare zero, le donne che cercavano una rivalsa sugli uomini criticandoli il più possibile. Le donne, quelle che pensavano solo alla loro bellezza, mi smosciavano il cazzo se non avevano niente da trasmettermi. Non valeva manco la pena pensare di trombarsele. Avevo bisogno di cose sostanziose, sentimenti veri, ricordi puri, la bulimia estetica fine a se stessa mi aveva assolutamente stufato. Potevo sentirmi incredibilmente a posto con il mio registratore e la mia stanza e i ricordi e la sostanza di qualche parola esplosa come fosse bolla… bobina… botola… bacio…

Il treno per Nowhere (this must be the place)

“Chi sa dov’è che vanno i sogni degli altri?”, mi chiesi pensando a voce flebile, mentre guardavo le persone che riposavano su quei sedili impolverati e pieni di riflessi di paesaggi, tratteggiati, che affioravano dal finestrino. “Nessuno lo sa”, mi risposi, forse nemmeno io ne so dei miei, così come loro non sanno niente dei loro.

Il treno per Nowhere non aveva portato ritardo, c’eravamo in centinaia lì sopra. Se uno si fa fottere dal nome della destinazione pensa che eravamo tutti artisti, o filosofi o poeti e, invece ogni giorno per Nowhere, partivano centinaia e centinaia di persone, quasi tutte comprese più o meno, fra i 30 e i 40 anni, dei mestieri più diversi (se mai ce l’avevano un lavoro), tutti fottuti (democraticamente) da quella civiltà che aveva smesso di elargire sicurezze: sentimentali, lavorative, anche olfattive se vogliamo (basta pensare al cibo del Mc Donald’s, dove nessuna pietanza ha l’odore di quello che dovrebbe rappresentare).

Chi non parte per Nowhere, certe volte, è anche più disperato di chi lo fa. Perché almeno un viaggio noi ce l’abbiamo. Un futuro, forse, e volendo essere ottimisti anche una certezza, la certezza che questo deve essere il posto, come cantano i Talking Heads, che comunque – vuoi o non vuoi – ci stiamo lavorando su.

Ero partito per Nowhere dopo aver seguito i consigli del vecchio Syd. Un tizio che aveva fatto un video su YouTube di come salvarsi dai rapporti che ormai si erano fermati al giro di boa. Quelli che non vanno né avanti, né indietro, né su, né giù, se siete stati giovani negli anni 90 e se avete visto almeno una volta Ovo sodo, e se di quel film non ricordato soltanto la bestemmia che strilla un militare.

Syd dice se avete della rabbia, tritatela finemente, scolatevi quante più bottiglie di birra potete bere e ficcateci dentro il tritato. Prendete poi un fazzoletto, imbevetelo con qualsiasi cosa che avete di combustibile. Accendete Spotify, piazzatevi la vostra Playlist preferita negli auricolari. Alzate a tutto volume. Lo smartphone vi dirà che potrete diventare sordi, fanculo lo smartphone, quando partirà il fragore del botto, lo sentirete e come se non lo sentirete. Alla fine immaginatevi che ci siete voi, il vecchio rapporto e che quel vecchio rapporto sia una nave. Mettetevi su una collina. Se una collina non c’è immaginatevela. Accendete ogni bottiglia di birra-rabbia e lanciatela all’interno della nave, disfatevi della vostra rabbia. Fate esplodere la nave, salterà per aria e, se davvero sarà stata importante per voi e per la vostra vita, i pezzi decomposti si ricomporranno in un qualcosa di nuovo.

Godetevi lo spettacolo. Recatevi alla stazione. Fate il biglietto per Nowhere.

Fu così che mi trovai su quel treno. Carrozza 37, fila F, posto 2. Insomma i miei anni, ora, e poi quelle due F, una il mio nome, l’altra… Stemperata la rabbia cominciai a prendere sonno anche io. Il treno vagava e i miei sogni mi fecero tornare ad oltre 20 anni fa.

Rose Bowl, Pasadena, Los Angeles, Luglio 1994. Un caldo torrido. Sugli spalti prevalentemente brasiliani “macchie gialle che ricordano alla memoria la ginestra della nostra Italia”. Sugli spalti, comunque, anche tante bandiere tricolore. Sembrava non dovessimo arrivarci fin lì, poi però con la Nigeria cambiò tutto, due colpi da biliardo e io, divenni Roberrrrrrto, con me giocavano le speranze di un paese intero, perché ognuno di noi era Roberto, sin dall’inizio di quelle partite americane. Il resto ci sembrò tutto un trionfo, la Spagna, la Bulgaria, una magia dopo l’altra, poi la finale, io che non stavo nemmeno benissimo, quel dischetto, la rincorsa il tiro (A questo punto nel mio sogno sono negli anni 90 e allora si sovrappone un immagine, io che prendo una musicassetta di quelle registrate e che ci ha il nastro che se ne va abbondantemente per cazzi propri, infilo una bic in uno dei due buchi e comincio a girare. Il nastro torno apposto. Metto la cassetta nel walkman). Bruno Pizzul mi dice che lui è pronto, prima che io tirassi il rigore era andato un attimo al bar per un grappino, io il rigore lo avevo tirato alto, il Brasile era diventato campione del mondo, ma ora avevo la possibilità di ritirarlo quel rigore. Sarebbe andato lui in porta. E allora si ripartì da capo, il pallone, il dischetto, la rincorsa, il tiro, Pizzul non si mosse (non capii mai se lo fece perché si aspettasse un tiro centrale o se voleva agevolarmi). La palla finì all’incrocio dei pali. Pizzul visibilmente ubriaco, si gettò per terra ed esultò.

Il mio percorso da numero 10 poteva riprendere, destinazione sconosciuta, ma con tanti sorrisi e la felicità di poter sbagliare.

Memoriale di un’alzata di tacchi

Non ci fu un giorno dopo, capito? Bastava chiederselo il mattino prima e quei due non avrebbero voluto nient’altro che vedersi. Non ci avrebbero creduto nemmeno loro, forse. Non ci fu un giorno dopo. 
Eppure non era mancato quasi niente: la voglia di sentire che sapore avesse la loro pelle, il bisogno necessario di rubarsi baci davanti a tutti o semplicemente di nascosto. In ascensore. Le risa. La musica. Le prese in giro, il dirsi le cose che sentivano. L’aprirsi il cuore e le sensazioni. Eppure. Proprio quando nessuno, manco loro se l’aspettavano, il loro quadro è caduto.
Quella storia del quadro che cade quando meno te l’aspetti ce l’aveva raccontata proprio bene Danny. Danny Boodman. T.D. Lemon. Novecento. A loro era capitato così. Non c’era un pianista grandissimo e non c’erano le note dell’oceano. C’era il resto di una metropoli e il resto poteva anche sparire se loro si baciavano. Bastava poco per fargli sentire a tutti e due la voglia di ficcarsi nella carne, bastava una tenda immaginaria, una capotte, un sedile, poi si poteva anche stare in una delle strade più trafficate della città. Non sarebbe esistito nient’altro: solo i loro respiri.
Solo in quel momento. La crudeltà sembrava poter essere sconfitta.
E invece
Finì che fu lei ad alzare i tacchi. Lui un po’ se l’aspettava e un po’ la richiamò. Ma più la richiamava e più quel sipario si era chiuso. Non c’era tempo nemmeno per gli applausi. Gli stessi che si erano goduti all’inizio in un teatro che non ti immagini in una Roma spersa fra i vicoli. Con il teatrino che era continuato dal Giappo, lei non c’era mai stata e lui ce la portò e parlarono per tutta la serata in inglese con un cameriere e in italiano con un altro. Poi non ci fu più il tempo nemmeno per un finale di partita. Ci fu un’alzata di tacchi. La crudeltà si prese il suo spazio per narrare un’altra storia. Una nebbia che non ti aspetti risucchiò la primavera.

La favola dell’amore alla fine dell’amore

Un bottone, poi un altro, poi un altro ancora. Era l’unica cosa che poteva fare e si sfilò via la camicia. Poi si sedette su un masso, slacciò la cintura, tiro giù la zip, prese i jeans con tutte e due le mani e se li tolse. Da quella posizione mise un piede dietro l’altro e tirò via una scarpa, per l’altra dovette aiutarsi con le mani. Lo stesso per i calzini, le mutande. Si alzò. I vestiti restavano appallottolati vicino a lui, nel campo. Lì per lì gli venne voglia di pisciare e gli pisciò su. Poi prese un accendino, una bottiglia di birra. Beveva, rideva. Beveva. E poi ancora fumava e beveva e cantava e danzava. Prese un flacone d’alcool e lo scolò sui vestiti appallottolati. Poi ci lanciò un cerino su, era l’unica cosa che poteva fare in quel momento.

La fece. Si sedette, guardò le fiamme e ripensò a quella giornata che era cominciata con un’alba limpida. Pulita. Uno di quei giorni silenziosi dove senti solo il silenzio della provincia e ogni tanto qualche scia che scivola sull’asfalto. Ad un certo punto però una scia venne interrotta e si sentì come un botto fortissimo.

– Oh Madonna!
– Che cazzo sarà successo, Pa?
– E che cazzo ne so io, Carl, scendi e vai a vedere
– Dici che dovrei?
– …
– …
– Puoi attendere e leggere domani la notizia sul giornale.

Era facile da capire, un auto si era schiantata lì, in quel posto maledetto da Dio, dove non c’era niente, tranne la sua casa per chilometri e chilometri e chilometri. Ci vivevano Carl e Pa, due uomini, il primo giovane, caruccio, un po’ strano; l’altro vecchio, orrendo, sulla sedie a rotelle. Dimenticatevi tutte quelle cose moderne che conoscete tipo connessioni a Internet ecc, non c’era niente. Cioè tranne questa strada, questa fattoria, questi alberi lungo la strada, non c’era proprio un cazzo di niente. Carl percorse lentamente la strada, ci trovò una macchina semidistrutta. Si affacciò, c’era una donna, le gambe bianche schizzate di sangue, il volto tumefatto, le lacrime. – Aiuto -, disse debolmente. – Aiuto -.

Carl pensò bene di fare una cosa romantica in quel momento. Tornò a casa, prese il trattore e trainò quella macchina alla fattoria. La donna piangeva, voleva un medico. Carl era invece contento, sembrava un bambino che ha ricevuto un dono dal cielo. Aveva pregato tutte le notti, tutte le mattine per un amore, mentre Pa, sulla sua sedia a rotelle lo scudisciava, lui pregava. Sapeva tutte le preghiere a memoria, anche in latino qualcuna. Lasciarono la macchina lì, l’uomo si sarebbe preso cura della donna. Pa li avrebbe osservati dalla finestra. Di tanto in tanto Carl le avrebbe portato da mangiare e qualche bacio. Avrebbero detto le preghiere insieme alla sera. In nome dell’amore notturno.

Budapest ending

“E al di là di tutto, e finché mi sarà permesso, cercherò sempre di conoscerti”, disse il Sognatore
“Nessuno te l’ha mai vietato”, rispose Edina mentre si allontanava sul ponte delle Catene. Lui, la lasciò andare, aspettò un attimo, si accese una sigaretta e la seguì solo con lo sguardo, restò muto con l’ultimo sorriso, cacciò di tasca lo smartphone e fece su e giù diverse volte sulla start screen, poi prese a seguirla, facendo slalom fra le scarpe di Pauer, sulla riva del Danubio, lato Pest. Ormai però c’era la nebbia e non ci si vedeva più. Un fitto muro di nebbia e il freddo di quella città che si ficcava dentro la carne e faceva vibrare le ossa. Le urla di qualcuno in una lingua sconosciuta. La musica notturna e frusciante del fiume che sa ascoltare solo chi ci abita vicino… al fiume.

Budapest era diversa da Vienna e assomigliava molto ad Edina. Aveva letto la descrizione di quella città la notte di Natale, su Wikipedia e in quelle parole aveva subito ritrovato il carattere di quella donna. Budapest: la più bella città del Danubio; una sapiente auto-messinscena, come Vienna, ma con una robusta sostanza e una vitalità sconosciute alla rivale austriaca. Lo scriveva Claudio Magris, uno forte, scrittore, critico, germanista, triestino, uno che su Wikipedia ci ha la sua pagina personale. Uno che se ti dice che Budapest dà la sensazione fisica della capitale è così, punto: ci devi credere.

Il Sognatore, quando non dormiva, percorreva distanze inimmaginabili per andare a trovare Edina nella sua città. Rinunciava a tutto.
Si armava di parole, immagini, qualche battuta per vederla sorridere e partiva. Non si sa da dove, ma lo si poteva vedere passeggiare, pescando una foto qui, alle torri sul Bastione dei Pescatori, una frase rubata altrove, una sigaretta fumata di nascosto vicino alla statua equestre di Santo Stefano, il primo re ungherese.  Per un attimo si erano anche sfiorati: labbra che accarezzano le labbra e mani che si percorrono. Aveva pensato come poteva essere il suo corpo bianco, fra le lenzuola e le candele e le persiane un po’ socchiuse. Com’era il suo respiro quando si spezzava.

Poi quel muro. La nebbia sempre più densa. Le forze piano a piano mancavano anche solo per pronunciare qualche parole. Budapest, quella notte, sembrava un locale chiuso. Alla fine si sentì da lontano qualcosa di impercettibile, delicato, sul fiume, come una melodia di carillon, la nebbia cominciò a diradarsi, Edina era totalmente scomparsa, ma il Sognatore si svegliò, fra uno scintillio di colori, donne che avanzavano verso il mercato e per il cielo, libri, non gabbiani. Parole svolazzanti sopra un nuovo foglio da descrivere.

 

Tre rose rosse e una bottiglia di Hennessy

Oggi, chiamatemi Porpora. E’ il 19 Gennaio. Ho tre rose e una bottiglia di Hennessy, un ottimo cognac, dei più pregiati. Ha detto Sam che quest’anno sarei stato io Porpora. Una telefonata sbrigativa di qualche giorno fa, giusto il tempo per avvisarmi, poche parole, più un onore che una proposta. Squillo, squillo, squillo, risposta. 
– Ciao Sam 
– Ciao. Quest’anno tocca a te. 
– Grazie mille Sam. 
Click. Telefono chiuso.  
Ogni 19 gennaio qualcuno si cancella il viso e va al cimitero. Nessuno sa chi ci è andato gli anni scorsi e nessuno sa chi ci andrà quest’anno. Per la città di Baltimora oggi sarò semplicemente The Toaster: un vestito scuro, un ombrello, un cappello a falda larga e una sciarpa bianca. Poi tre rose rosse: una per il defunto, l’altra per la madre e un’altra ancora per la moglie e l’Hennessy in una bottiglia pregiata. Appuntamento nella chiesa Presbiteriana di Westminister, prima dell’alba, al 519 di West Fayette Street. Destinazione ufficiale: la tomba di Edgar Allan Poe.  
Baltimora ha dato la vita a Poe, Baltimora brinda furtivamente a lui ogni anno, ma Baltimora lo ha anche ammazzato.  Nella maniera più atroce lo ha fatto. 
Non si sa ancora bene perché sia morto. Oddio il perché si sa di ognuno di noi, quello che manca è il percome. Si narra che fosse partito da Richmond, Virginia, su un piroscafo, destinazione New York. Si dice che fece tappa a Baltimora e che scelse questa città per morire. Forse morì per rabbia, forse per complicazioni dovute al troppo alcool. Lo trovò lo stampatore Giuseppe Walker davanti la taverna Gunner’s Hall. 
– Accorrete subito! -, scrisse lo stampatore allo zio di Poe, – C’è vostro nipote strafatto di alcool. E’ in profondo stato di angoscia. -. Gli abiti logori, si dirà che lo avevano forzato a bere e che lo avevano cambiato di identità non si sa quante volte per farlo votare. Cooping questa cosa qui si chiamava cooping. Finì al Washington College Hospital, fra le urla e le pareti strette degli alcolizzati. Fu il dottore John J. Morgan colui che lo vide negli ultimi giorni della sua vita. Scrisse di lui che era in un totale stato di angoscia e che aveva cominciato a prendere una vacua conversazione con oggetti spettrali ed immaginati sui muri.   
– Fanculo Edgar! L’inferno ti si è ripreso, falli bere bene i tuoi spettri stasera.