Q: scrittura di una lettura

«Ieri ho domandato a un pargolo di cinque anni chi fosse Gesù. Sapete cosa ha risposto? Una statua»
(Bernhard Rothmann)

Q è arrivato tardi nella mia libreria. Era il 2013 – o il 2014 – gli eventi di quel periodo cominciavano a confondermi non poco. La storia con la mia compagna era durata sei anni, di cui due di convivenza, ma il nostro rapporto vacillava tremando sulle piccole cose. La storia era macchiata, di lì a poco l’avrei persa, lo stesso stava accadendo per il lavoro e, in un certo senso, anche il rapporto con il mio paese di nascita stava subendo una frattura. In questi momenti ci si può abbandonare alla disperazione o provare a reagire; cominciai ad inviare CV per un nuovo lavoro, mi misi alla ricerca di una sistemazione e mi riproposi però anche di ridare vita alle mie passioni, una su tutte: la scrittura.

Q mi sembrava un mattone, lo ammetto, ma cominciava a riecheggiare nelle mie orecchie, perché una sera di tanti anni prima, durante un corso di teatro in un paesino di provincia, un attore che recitava con me ne aveva letto un pezzo. Quel brano mi impressionò subito ma passò molto tempo prima che mi decidessi ad acquistarlo. L’inizio fu ostico, “l’occhio di Carafa”, chi? E poi quel nome strambo dell’antagonista: Q; cosa!? E poi il protagonista come diavolo si chiamava? In quelle prime battute, sembrava che l’intrigo del libro collimasse con quella mia situazione poco chiara. Nel romanzo però c’era anche una forza, mano a mano che leggevo dei protagonisti, il modo di narrare degli autori che intrecciava le storie raccontate con la storia del mondo, quel modo di parlare in prima persona, con empatia, senza quell’aria da intellettuali cinici e distaccati che un po’ ironizzano, un po’ polemizzano – con il piglio di chi sta sempre lì a sposarsi una posa -, ecco… quelle cose lì, cominciavano a coinvolgermi. Il processo di lettura di quel romanzo avvenne allo stesso modo di un’altra narrazione definitiva che avevo letto anni prima, il Pendolo di Focault, dove con Wikipedia a portata di mano approfondivo ora la figura di Jacque de Molay, ora quella della Cabala; allo stesso modo facevo con Melantone, Ottilie e, soprattutto, magister Thomas. Non so se fra il Pendolo di Eco e Q vi siano veramente delle analogie, mi piace però pensare che quel modo di leggere, quei collegamenti ipertestuali, in fondo, collimavano in entrambi i romanzi. Luther Blisset è un progetto che deve molto alla globalità e al web e allo stesso modo il libro di Eco sembrava un ipertesto che mi riportava a Mallarmé, con quel modo di tracciare collegamenti tra il tempo e lo spazio, dalle cattedrali alle spine del mondo, dalle vicende che si spostavano dal mondo dei templari, all’era post-bellica agli albori della civiltà digitale. Tornando a Q e a quei giorni disastrati, l’epica del romanzo – quella che più tardi Wu Ming 1, nella sua definizione del NIE, tracciava come New Italian Epic -, la facevo sempre più mia. Un tipo di lettura del genere rischierebbe di essere ridotta alla stregua di un self-help se la si fa troppo personale, per fortuna però, oltre ad un ritorno adolescenziale che mi faceva balenare l’idea di tatuarmi il grido “omnia sunt communia” o la promessa che avrei trovato un nuovo lavoro e che quella non poteva essere la mia Frankenhausen, non ho mai abbandonato la letterarietà di quel romanzo. Quando arrivò la fine della rivolta dei contadini, quando Q mise appunto il suo primo piano di sabotaggio, io un lavoro nuovo l’avevo trovato e anche il romanzo si faceva più chiaro: aveva un nuovo protagonista, un nuovo periodo storico, nuove vicende da narrare. Chi ha frequentato internet prima di Facebook, potrà ricordarsi che a un certo punto, su molti forum, cominciava a comparire un nickname nuovo, era una sorta di subcomandante Marcos del popolo virtuale era Gert dal Pozzo. Chi ha letto Q non può non aver amato Gert: un personaggio letterario rivoluzionario arrivato in un’epoca in cui la rivoluzione non sembrava più possibile. A dire il vero, quell’istanza idealista poteva sembrare assurda solo ad un occhio distratto. Q esce nel 1999 e, a Seattle, proprio nel dicembre di quell’anno nasce il movimento No-Global. Devo essere sincero, quando ho sentito parlare per la prima volta del popolo di Seattle ero uno studente universitario molto idealista e poco speranzoso verso la mia generazione, quando venni a conoscenza delle istanze che giovani come me stavano attuando dall’altra parte del mondo mi brillarono gli occhi. La rivoluzione giungeva dall’altro mondo e, Gert dal Pozzo, arrivava a Munster per combattere con i suoi abitanti ad un sogno di libertà, mi si conceda il termine “comunismo” e speranza. Il sogno diventerà un incubo, Munster verrà tradita, Q avrà creato il suo secondo sabotaggio, i cattolici e i luterani si riprenderanno la città. Tutto è finito anche perché  i liberatori si sono trasformati in tiranni e Gert è costretto a lasciare Munster. Gert finirà come un animale braccato nei boschi e nei confini di Munster, si arruolerà con Jan di Batenburg – un uomo che sembra l’incarnazione della violenza e del sangue che sgorga putrefatto dalla ferita di un incubosogno -. Scapperà dalla crudeltà il capitano Gert dal Pozzo e cambierà nome, identità, ma non smetterà mai né di battersi per un sogno. Durante il racconto diventerà Tiziano, Ludovico, Ismaele e tutti i suoi piani saranno sabotati da Q, la spia, con quel suo nome che ricorda il Qoelet biblico. Alla fine ci sarà la resa dei conti, girovagando per mezza europa, la battaglia epica – sia mia che dal protagonista avranno il suo finale, altre pagine ci saranno se sarà lieto o meno -. Il resto della storia, ovviamente, continua e si sdipana lungo i moti del tempo.

Breve memoriale di un condannato al patibolo [Jan Van Batenburg]

Salire al patibolo e sentire il tuo odore che marcisce sottoterra. Un condannato a morte è un poeta, scalino, dopo scalino, con le tue ombre e i tuoi fantasmi che stavolta hanno vinto, ti stringono i polsi, ti segano la pelle, bruciano sotto le tue ferite. Sei stato schiacciato dai tuoi incubi, Jan, ed ora ti aspettano. La verità è che se c’è vita dopo la morte, sta nel disgregarsi del tuo corpo ricoperto dal suolo, diventerai concime – merda -, oppure le tracce di te se le porteranno nel ventre i vermi che si sono cibati della tua decomposizione. Jan di Batenburg, anabattista, hai ammazzato, stuprato, versato sangue ed ora, questo pubblico non vede l’ora di vederti penzolare e benedire la tua carcassa con un segno della croce. La verità è che non c’è croce. Ho ammazzato in nome di Dio solo per essere nato dalla parte sbagliata del mondo. Lutero, le gilde tedesche, Papa Paolo III – che è più potente del re di Inghilterra -, non hanno bisogno di sporcare le loro lame con il sangue; non hanno bisogno di portarla una spada: loro hanno il mondo e nessuno potrà giammai levarglielo di mano. Io ho sgozzato gente, tre anni fa, nel monastero di Oldeklooster, correva l’anno 1535. Di lì, in poi, per tre anni, io e i miei pezzenti vivemmo come lupi nei boschi. Sul corpo, tatuata, la spada che avrebbe ammazzato tutti coloro che si sarebbero opposti alla nostra religione. Ricordo il rumore del ferro e del fiotto di sangue, l’agonia negli occhi di tutti coloro che non volevano appartenere alla nostra Gerusalemme, al mio regno. Jan Matthys, Jan di Leida, Knipperdolling, Hans Krechting sono tutti nomi che avremmo vendicato. Tutte le urla dei ribelli: attaccati ad un palo con un collare di ferro, straziati per un ora con pinze incandescenti e uccisi con un colpo di daga al cuore dovevano essere vendicati. Tutte le gocce di sole che avrebbero bruciato il corpo esposto nelle gabbie della cattedrale di San Lamberto, sarebbero state vendicate. La gente di Münster non guarda più il cielo perché quelle gabbie con i loro corpi a marcire restano ancora appesi davanti alla cattedrale. E solo Dio sa ancora per quanto tempo. Ma non c’è più tempo per Dio, i miei attimi si sgretolano ma questa agonia sembra durare un’eternità. Ammazzeranno Jan di Batenburg, ma presto ci saranno i batenburghesi e poi ancora altri ed altri, fino forse alla fine di questo mondo, si esalteranno credendosi nuovi profeti ma ciò che vorranno è solo un regno perché la vita li ha messi nella parte sbagliata del mondo (o forse come nel mio caso di nobile ad un passo dal potere ma mai troppo potente per poter dominare). Ecco. Sputo. Una guardia mi colpisce e cado a terra, la gente urla contenta per il gesto della guardia, mi alzo, li guardo, zittiscono, qualcuno mi lega una corda al collo. Jan di Batenburg, figlio illegittimo di un nobile di Gelderland, sindaco di Overijssel, nuovo David, catturato a Villvoorde nel 1538, sta per morire, altri seguiranno il suo esempio, perché a nessuno serve il regno dei cieli ma tutti bramano una corona in terra.

Recording (racconto senza intreccio)

Ieri ho passato tutta la notte a registrare parole che mi esplodevano sulle labbra: pallottola… bolla… bobina… bacio… a questo punto mi sono fermato e ho chiuso gli occhi al caso. Avevo ormai 70 anni da quella volta in cui la mia lingua si intrecciò a quella di lei, poi mi era preso un tremito che si era trasformato in carezza, lei mi sorrise con gli occhi e restò sbigottita con le labbra. Era un’estate di un anno che non ricordo e ancora c’era qualche altra persona, oltre me, sulla faccia della terra… forse… può darsi infatti che le strade siano piene di persone ancora oggi, dovrei spegnere il registratore, scostare questa tenda e vedere se c’è la luce. Decido però di continuare a registrare come quella prima volta che cominciai, fanciullo, ancor prima della letteratura, ancor prima delle mostre di Matisse.

A vedermi potevo sembrare solo, ma c’erano già delle storie dentro di me, so che mi capite… ne avete avute diverse anche voi… quella volta mi intervistai, lo feci ancora durante il mio passato ma erano interviste inquinate, piene di zeppe di moda, cinema, letteratura e altri veleni sparsi. Il tempo passava e io mi allontanavo da me, inventavo tagli di capelli improponibili, cercavo un posto da qualche parte del mondo, perché è così che mi era stato insegnato, perché anche se a 16 anni te ne stai a cantare le canzoni dei Velvet Underground sotto la doccia, arriva la zia scema che al telefono dice: “Che sta facendo?… Sta cantando… Lo manderemo a Sanremo” e poi lì giù, risate, tante, che ti si ficcano sotto la pelle come una scarica di agopuntura al vetriolo.

Passano gli anni e la sensibilità ci accompagna, avete voglia voi a vivere come rockstar, l’oggettistica con cui vi circondate non fa niente di voi, così come tutte quelle sedute in palestra, arriva il giorno che state aspettando la metro, fuori c’è il sole ma voi non lo vedete e allora state con il vostro smartphone e l’occhio al cartellone che indica il prossimo treno. E’ un attimo. Davanti a voi c’è il treno e dietro di voi c’è quello che per tutto il tempo aveva tic strani e frasi assurde e girava e girava gli occhi, basta un attimo, una frazione, una spinta. La vidi decomporsi sotto quello sferragliare di lamiera, i miei occhi ancora bruciano.

Registrazione completata. Capitolo IV. Giornata nove.

Oggi immagino che sia una bella giornata, come quella volta a Vienna quando lo vidi per la prima volta. Era un parente lontano, un po’ dandy, guardava mio padre con occhi sconcertati – senza concerto – quando mi rimproverava e non lasciava libere di esprimere le mie passioni. Quella volta, quel tipo, prima che tornassi in stanza con i miei, mi disse: “Tieni…” e mi sorrise. Era l’Isola del Tesoro, rilegatura in brossura grecata, fogli un po’ ingialliti, gli sorrisi, capii anni e anni più tardi quel valore… Quella cosa che dalla musica un po’ puoi scappare e forse pure dal teatro, ma se vuoi raccontare una storia, devi starci tu, con tutte le scarpe e la fanghiglia che ci si è attaccata alla suola. I tuoi nervi devono stare lì, altrimenti fai quelle trame così fighe fatte di storie che si intrecciano: angeli, demoni, tre metri sopra il cielo un paio di chilometri sotto la tazza. Nelle fogne, di quelle storie, non si vede l’autore, ma in molti restano a bocca aperta sognando che sì… sognando che insomma… vogliono vivere come quei fighi lì

Ai fighi che fanno i figati inventandosi una vita che vorrebbero vivere, preferisco i bambini che guardano, oltre le stelle, i fuochi di artificio

Registrazione non so cosa, giornata quasi al termine, ogni monologo dovrebbe abbandonarsi e ripetere parole e io dovrei andare ancora più in profondità dentro quella brossura e il sole di Vienna e sotto terra fra le membra deturpate di un treno in corsa.

Ho capito questa cosa quasi a 40 anni, quando non mi andavano più i locali, gli aperitivi, i film porno. La notte in cui è esplosa Parigi. Il giorno che scoppiò la guerra. Ho cominciato a tollerare zero, le donne che cercavano una rivalsa sugli uomini criticandoli il più possibile. Le donne, quelle che pensavano solo alla loro bellezza, mi smosciavano il cazzo se non avevano niente da trasmettermi. Non valeva manco la pena pensare di trombarsele. Avevo bisogno di cose sostanziose, sentimenti veri, ricordi puri, la bulimia estetica fine a se stessa mi aveva assolutamente stufato. Potevo sentirmi incredibilmente a posto con il mio registratore e la mia stanza e i ricordi e la sostanza di qualche parola esplosa come fosse bolla… bobina… botola… bacio…

Memoriale di un’alzata di tacchi

Non ci fu un giorno dopo, capito? Bastava chiederselo il mattino prima e quei due non avrebbero voluto nient’altro che vedersi. Non ci avrebbero creduto nemmeno loro, forse. Non ci fu un giorno dopo. 
Eppure non era mancato quasi niente: la voglia di sentire che sapore avesse la loro pelle, il bisogno necessario di rubarsi baci davanti a tutti o semplicemente di nascosto. In ascensore. Le risa. La musica. Le prese in giro, il dirsi le cose che sentivano. L’aprirsi il cuore e le sensazioni. Eppure. Proprio quando nessuno, manco loro se l’aspettavano, il loro quadro è caduto.
Quella storia del quadro che cade quando meno te l’aspetti ce l’aveva raccontata proprio bene Danny. Danny Boodman. T.D. Lemon. Novecento. A loro era capitato così. Non c’era un pianista grandissimo e non c’erano le note dell’oceano. C’era il resto di una metropoli e il resto poteva anche sparire se loro si baciavano. Bastava poco per fargli sentire a tutti e due la voglia di ficcarsi nella carne, bastava una tenda immaginaria, una capotte, un sedile, poi si poteva anche stare in una delle strade più trafficate della città. Non sarebbe esistito nient’altro: solo i loro respiri.
Solo in quel momento. La crudeltà sembrava poter essere sconfitta.
E invece
Finì che fu lei ad alzare i tacchi. Lui un po’ se l’aspettava e un po’ la richiamò. Ma più la richiamava e più quel sipario si era chiuso. Non c’era tempo nemmeno per gli applausi. Gli stessi che si erano goduti all’inizio in un teatro che non ti immagini in una Roma spersa fra i vicoli. Con il teatrino che era continuato dal Giappo, lei non c’era mai stata e lui ce la portò e parlarono per tutta la serata in inglese con un cameriere e in italiano con un altro. Poi non ci fu più il tempo nemmeno per un finale di partita. Ci fu un’alzata di tacchi. La crudeltà si prese il suo spazio per narrare un’altra storia. Una nebbia che non ti aspetti risucchiò la primavera.