C’è uno squalo nel tetto

Precipitevole discesa dall’etere. L’oceano, le montagne, puntini millesimali, ingigantiscono ravvicinandoli; morrò infranto, oh mio Dio! Caduta libera, devo cambiare direzione, aziono le dorsali, rallento con la pinna caudale; ho i secondi contati, ma forse no, ecco una pozza d’acqua, sembra una piscina, che bello! Farò uno di quei tuffi che nemmeno alle olimpiadi, ma che diavolo. Dannazione! Una corrente d’aria, andrò a sbattere contro quella casa, oh Santa protettrice degli squali cadenti prega per me, ecco che mi c’infilzo: che botta, sono rimasto incastrato nel tetto. Devo trovare il modo di liberarmi: Cartoonia ha bisogno di me. Uscirò di qui, basta spostarmi un po’ a destra, poi a sinistra: ecco, sì, ci sono quasi ma, oh madonnina che spavento! Chi sono quelli sotto il tavolino e perché urlano? Urlo anche io, loro urlano più forte: sono spaventato. Una vecchia signora entra nella stanza: è piccola, ricurva, quasi atavica, incede tremando, deve essere molto pericolosa con quel bastone.
“Nonna Jenny attenta: si è infilato uno squalo nel tetto”, dice una voce da sotto le gambe del tavolo
“Cosa c’entra adesso il quadro di Ernesto?”, risponde la vecchina
“Il tetto!”, le urlano da sotto il tavolo
La vecchina leva lo sguardo, mi vede, le sue pupille si dilatano, i suoi occhi mi raggiungono, sono enormi, stanno per inghiottirmi, ha i capelli ritti. Serro lo sguardo, chiudo la bocca, batto i denti, potrei morire. S’ode d’un tonfo ad un tratto. La vecchina è stesa al suolo. Una mano si sfila da sotto il tavolo, la afferra per una caviglia e la porta al riparo.
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Body rental. Storie in affitto.

Un piovoso giorno d’estate un uomo che viveva a Roma, abbronzato e con una barba incolta, sfruttando un po’ di magone che si portava per la fine del contratto che lo aveva occupato come sistemista per sei mesi, decise che quella sera si sarebbe rilassato con venti sigarette, qualche drink e un po’ di musica. Aveva quasi quarant’anni, era single e le serate con qualche amico al pub lo facevano evadere da quella generazione che avrebbe ignorato la noia del posto fisso. Aveva scelto questo rituale di ritorno momentaneo all’adolescenza, quasi come se fosse una fiaba in cui, evitando di crescere sul serio, non avrebbe rischiato di pensare alla sua condizione di equilibrista sopra un’esistenza in disfacimento come la pelle dei serpenti.

L’uomo si chiamava Giovanni detto Brando, s’era messo a studiare appena sveglio dei manuali in inglese per una certificazione tecnica, aveva cucinato un galletto con degli spinaci, inviato diversi curricula su internet, fatto pesi, whatsappato e, giunta la sera, sarebbe andato al Nowhere Pub. Era annoiato già prima di uscire di casa, triste e un po’ sbruffone come quei bei ragazzoni che non hanno certezze ma conservano un senso etico-estetico e qualche residuo di giovinezza. Arrivò al Nowhere poco prima delle dieci, ebbe la fortuna di trovare il parcheggio lì vicino, passò davanti a una vecchia locandina appesa anch’essa in bilico sul muro ed entrò nel locale. Davanti a lui, leggermente avvampata da una luce al neon si spalancava una sala gremita di gente; avrebbero suonato i Disorder, una band del quartiere devota ai Joy Division, nel frattempo si conversava e si beveva; il DJ passava da Voglio andare ad Alghero, ai brani di Mannarino, ai Pearl Jam; Giovanni detto Brando ordinò un Moscow mule. Sorseggiava il cocktail e anagrammava le parole che lo colpivano; in quel gioco era abbastanza bravo e quelle lettere spostate, decostruite e ricomposte gli davano l’idea di proiettarsi in una realtà diversa, ancora una volta, più sopportabile; Levi’s allora divenne lise e partì l’associazione con le sue camicie che aveva indossato ai primi colloqui; poi gli venne in mente quella rima gozzaniana con Nietzsche, i tempi dell’università, Bice Laurenti e infine si scoprì in un piccolo sorriso quando tornò al suo anagramma iniziale: Levi’s – Elvis: il CD che aveva regalato proprio a quella compagna di studi e che iniziava con Love me tender.

Il Cobrador raggiunse Brando dopo una mezz’oretta, i due si salutarono e si sedettero uno accanto all’altro; davano le spalle al bancone, lo sguardo si incuneava in profondità al centro della pista, i piedi penzolanti dagli alti sgabelli; quando la band salì sul palco, quando le luci si accesero, quando gli amici dei Disorder li accolsero con i soliti piccoli gemiti, al primo accenno di un accordo metallico; il Cobrador fece calare leggermente la t-shirt per scolarsi l’ultima goccia di birra e Brando notò una cicatrice che gli lambiva il collo.

“Quando verrò a trovarti a Parigi mi aspetterai al Montparnasse o ti riserveranno un posto d’onore al Père-Lachais?”,

“Preferisco che la mia pellaccia riposi vicino a quella di Gainsbourg, i pellegrini che visitano la tomba di Jim mi innervosirebbero”, rispose il Cobrador e continuò a guardare fisso davanti a lui; Brando, in fondo, non aveva bisogno di  un racconto dettagliato, sapeva che il suo amico era partito dal sud Italia da almeno cinque anni e del lavoro pericolosissimo che svolgeva in Francia: era una sorta di strozzino al contrario; le aziende o i privati che dovevano ancora incassare diversi soldi, lo chiamavano, lui rispondeva  e partiva alla ricerca dei debitori. Il Cobrador sapeva come farsi pagare, era maestro di arti marziali, non portava con sé nessun tipo di arma; c’erano solo lui e i suoi metodi di convincimento.

La vita del Cobrador a Brando però un po’ lo metteva in ansia; gli voleva bene al suo amico e alla vista di quella cicatrice si allontanò dal locale e si andò a fumare una sigaretta; quell’atteggiamento di scappare, fuggire, estraniarsi ce l’aveva con tutte le sofferenze che si attaccavano alla vita delle persone a cui voleva bene; aveva cominciato con la malattia della madre (non voleva nemmeno sentirne parlare).

Fumata la sigaretta tornò nel locale e trovò il Cobrador al solito posto, intorno a lui c’erano tre ragazze, sembravano sorridere a vicenda, oscillando il corpo a tempo di musica. Il Cobrador presentò le ragazze a Brando, se ne stettero un po’ a parlare della band, del locale e fecero qualche commento scherzoso sul cantante che si atteggiava a fare il Morrison di periferia. Brando era un bel uomo, dimostrava meno anni di quelli che aveva, ma era molto timido con le donne, quasi impacciato, le ragazze erano giovani e carine, meno una. Si azzardò a chiedere: “Venite spesso qui?”.
“Più o meno una volta al mese”
“Volete una birra?”, chiese il Cobrador
“Io no”, rispose Brando, “mangerei però volentieri un cornetto”
“Qui vicino c’è una cornetteria notturna che ne fa di buonissimi e vende anche birre artigianali”, rispose una delle ragazze che si chiamava Luna. Le altre due si chiamavano Sabrina e Chiara. Avevano tutte e tre un bellissimo odore ed erano elegantemente semplici. Brando allora propose di andarsi a prendere un  cornetto, il Cobrador accettò volentieri, le ragazze anche ma lo fecero con l’aria di chi si aggregava solo perché quella serata rock and roll cominciava ad annoiarle.

Brando parlò parecchio con le ragazze che lo ascoltavano tirando fuori, di tanto in tanto, lo smartphone. Il Cobrador prese la sua birra ma alla fine mangiò anche un cornetto; anche le ragazze ne mangiarono e Brando notò, che lo facevano con gesti piccoli ed eleganti mentre il suo amico quasi tracannava la birra e si ingozzava con i dolci. Le ragazze avevano un posto manageriale all’interno della stessa azienda; Brando questa cosa l’aveva capita semplicemente osservandole; Luna e Sabrina erano amiche fin dai tempi del liceo mentre Francesca era la più vecchia delle tre. Sabrina non era proprio una “cozza” ma a Brando piaceva Luna, era così sorridente che la sua gioia di vivere sembrava quasi uscirle fuori.

Dopo la birra, i cornetti, le chiacchiere, tornarono a piedi al Nowhere. I ragazzi si scambiarono l’amicizia su Facebook e i numeri di telefono; Luna allora disse di voler offrire a tutti un’ultima bevuta in onore della serata piacevole che avevano passato; Brando e il Cobrador presero un Southern Comfort, i Disorder avevano smesso di suonare ed era ripartito il DJ Set mentre la gente cominciava a sfollare dal locale. Dopo quella bevuta si salutarono; Brando tornò a casa e dormì. Prese sonno tardi, a dire il vero, perché nonostante fosse già mattina, un tamarro che abitava nel suo stesso isolato cominciò a farsi i giri in macchina con l’autoradio “a palla” da cui usciva musica dance. Alla fine però vinse il sonno.

Brando fu svegliato dalla telefonata del Cobrador:
“Devo partire Brando, ieri mi ha fatto piacere rivederti”
“Anche a me” ripose,  poi si ricordò della ferita sul collo e gli disse di stare attento.
“Non preoccuparti: ho la pellaccia dura”
“Lo so, ma vedi di non finirmi scuoiato”
“Ci vediamo presto”

Brando riattaccò, mandò un Whatsapp con il buongiorno a Luna e si infilò in doccia. L’acqua fresca lo rinvigoriva, mise i REM su Spotify, fumò una sigaretta e ricevette uno smile da Luna; dopo un po’ di chat si misero d’accordo per mangiarsi una carbonara; la scelta del posto fu un po’ difficile, dapprima pensarono al Ghetto, ma poi declinarono perché quello era posto da carciofi e locali per turisti; alla fine scelsero una piccola trattoria a Prati che conosceva Luna e che non era molto distante da dove viveva. Brando decise di raggiungerla in autobus, uscì di casa e si diresse verso la fermata del 628. Durante il viaggio, pensò che a lui Luna piaceva davvero tanto, avrebbe dovuto studiare o inviare altri curricula e invece i suoi pensieri sembravano muoversi solo in direzione della ragazza, aveva voglia di passare più tempo possibile con lei e già pensava al dopo pranzo, cercando di sbirciare dai finestrini dell’autobus, all’altezza di Torre Argentina, se ci fosse uno spettacolo che potevano vedere insieme; pensò a lei, al suo sorriso, al suo profumo, durante tutto il viaggio.

Arrivato a Piazza Mazzini scese dall’autobus, aveva circa 500 metri dal luogo dell’appuntamento, era maledettamente in anticipo, si disse che andava bene così, l’ansia lo portò a fumarsi tre, quattro sigarette nel giro di una decina di minuti, camminava avanti e indietro e quando capitava una vetrina riflettente ci si specchiava, sistemandosi la camicia o spicciandosi i capelli alla bene e meglio. Luna giunse quasi puntuale all’appuntamento; Brando la riconobbe dal sorriso. Arrivarono al ristorante e ordinarono lui una carbonara, lei una cacio e pepe, dell’acqua minerale e mezzo litro di bianco della casa. Lo inteneriva la semplicità della ragazza; lei invece sembrava più femmina di quanto desse a mostrare, si appassionava e chiacchierava coinvolta ma a tratti sembrava sparire, certe volte anzi dava l’idea di aver accettato l’invito solo perché non avesse nient’altro da fare; quando Brando gli propose di andare a vedere uno spettacolo all’Argentina, Luna le disse che purtroppo si era già organizzata il pomeriggio con Sabrina e altri amici. Brando e Luna si vedettero diverse volte nei giorni a seguire, molto spesso lui l’andava a prendere in macchina e la portava al ristorante, al cinema, al teatro; alcune sere restavano a casa da lui insieme agli amici di lei e lui aveva piacere nel cucinare e fare gli onori di casa; arrivò anche la festa di San Pietro e Paolo e tutta la comitiva andò a mangiarsi le noccioline e a guardare i fuochi di artificio. Brando era timido e non aveva detto niente del suo interesse per Luna ma la ragazza lo aveva capito, si avvicinava e si allontanava da Brando quasi a farlo apposta.

L’8 di Agosto Luna gli disse che sarebbe andata a Potenza a trovare i genitori; dicendogli queste cose gli sfiorò le mani e gli baciò le labbra. Luna sarebbe partita l’indomani al mattino ma sul volto di Brando, per qualche secondo, splendeva il sorriso della ragazza; la sera si chiuse e Brando restò da solo, senza ancora un lavoro, in una città che giorno, dopo giorno si svuotava. Passava il tempo, il sole bruciava e Brando studiava e inviava curricula. Luna gli mancava al petto e alle mani e, per giunta, nessuna azienda si faceva sentire. Un mattino si decise e si mise in viaggio per Potenza, in fondo ci volevano solo quasi quattro ore di viaggio e Roma era vuota e lui aveva messo da parte ancora qualche centinaia di euro con cui poteva sostenersi durante il viaggio. L’avrebbe sorpresa, nella sua stessa città, sapeva che abitava in centro e che la sera intorno alle 21 e 30 amava farsi una passeggiata da sola. Viaggiò tutto il tempo immaginando quale colore potesse avere la pelle nascosta di Luna, come sarebbero stati i suoi occhi quando faceva l’amore; aveva l’umore a mille e si sarebbe nascosto per ore in un paese sconosciuto, fino al calare del sole, come i vampiri romantici e le storie di tanto tempo fa.

Quando arrivarono le 21 e 30 Brando uscì come si era proposto, quel piccolo paese di provincia gli sembrava il palco di una grande storia d’amore, occhi sconosciuti facevano avanti e indietro per il corso; oramai quasi vicino alla piazza principale lanciò lo sguardo in lontananza e riconobbe il piccolissimo vestito giallo senape di Luna, in un secondo il cuore gli partì a mille, ma quasi per esplodergli dal petto, Luna teneva mano nella mano un ragazzo nerovestito, di tanto in tanto si fermava e gli baciava il collo; Brando allora furtivamente svoltò in un vicolo quasi a scomparire, avrebbe voluto lanciarsi di corsa da un dirupo; a un certo punto però il suo smartphone cominciò a suonare:

“E’ il signor Giovanni Brandolotti?… Salve e mi scusi se chiamo a quest’ora, rappresento l’azienda X Informatica. Abbiamo ricevuto il suo curricula su Monster e saremmo interessati a un colloquio. Può presentarsi Lunedì mattina in via Ojetti, la commessa è per un importantissimo cliente, offriamo contratto a Partita IVA e la visibilità del lavoro dovrebbe durare 45 giorni all’inizio con ottime possibilità di rinnovo”

Dulcis in fundo

La candela irradiava il suo volto di calda bellezza. Io e Sabina ci conoscevamo ormai da vent’anni ed eravamo una cosa sola. Fu proprio allora, mentre mi sentivo avvolto alle sue sensazioni, che fra un pasto e l’altro, gli chiesi:

“Ti va una torta?”
“Salata?”, rispose lei
“Non credo… non mi sembra il posto”, dissi, un po’ confuso
“Hai ragione, cioè, sono una stupida, dico… la serata, la luna, gli antipasti a forma di cuore sì, insomma… sei stato davvero dolce”
“Ehm.. No”, dissi quasi in imbarazzo
“Cioè?”
“Intendevo…”
“Intendevi?”, incalzò lei
“Che… visti i prezzi sul menù… non credo sia salata”
Lei se ne stette in silenzio e si guardò intorno, una bambina bionda con un vestitino bianco corse dalla madre per farsi abbracciare, la bimba sorrideva e accarezzava un principe giocattolo, di pezza, io abbozzai un sorriso, Sabina si mise le mani sul volto, sorrise anche lei e disse: “Sei sempre il solito…”
“Mi ami anche per questo, direi…”
“Che ore saranno?”, mi chiese
“L’ora di un bacio”, risposi
La bimba bionda cominciò a sorridere, lanciando il suo principe in cielo e riprendendolo con le sue manine, due tre, quattro volte, sempre più in alto… A un certo punto, un lancio troppo forte, il principe toccò il soffitto ed ebbe un rimbalzo strano, per un attimo la bambina non sorrise più, il principe volò via dalla terrazza, si accasciò sull’asfalto e, nemmeno il tempo di urlare che una macchina lo investì, spiaccicandolo al suolo.
Fu in quel momento che Sabina scese le scale del ristorante e si precipitò nella via, avrebbe preso quel principe, lo avrebbe ricucito come sapeva fare lei e sarebbe tornata, perché quella era l’ora del bacio e della dimostrazione dell’amore che mi voleva. La bimba piangendo lasciò il ristorante, una coppia di giovani anziani se ne andò parlottando con il figlio, degli esami che avrebbe dovuto dare ed altro, a notte fonda, sentii un rumore di passi che salivano le scale, mi girai con il sorriso dell’amore scemo, era il cameriere, diceva che avrebbero dovuto chiudere e che la mia compagna aveva pensato a saldare il conto. Feci per lasciargli la mancia, disse che non c’era bisogno.

Recording (racconto senza intreccio)

Ieri ho passato tutta la notte a registrare parole che mi esplodevano sulle labbra: pallottola… bolla… bobina… bacio… a questo punto mi sono fermato e ho chiuso gli occhi al caso. Avevo ormai 70 anni da quella volta in cui la mia lingua si intrecciò a quella di lei, poi mi era preso un tremito che si era trasformato in carezza, lei mi sorrise con gli occhi e restò sbigottita con le labbra. Era un’estate di un anno che non ricordo e ancora c’era qualche altra persona, oltre me, sulla faccia della terra… forse… può darsi infatti che le strade siano piene di persone ancora oggi, dovrei spegnere il registratore, scostare questa tenda e vedere se c’è la luce. Decido però di continuare a registrare come quella prima volta che cominciai, fanciullo, ancor prima della letteratura, ancor prima delle mostre di Matisse.

A vedermi potevo sembrare solo, ma c’erano già delle storie dentro di me, so che mi capite… ne avete avute diverse anche voi… quella volta mi intervistai, lo feci ancora durante il mio passato ma erano interviste inquinate, piene di zeppe di moda, cinema, letteratura e altri veleni sparsi. Il tempo passava e io mi allontanavo da me, inventavo tagli di capelli improponibili, cercavo un posto da qualche parte del mondo, perché è così che mi era stato insegnato, perché anche se a 16 anni te ne stai a cantare le canzoni dei Velvet Underground sotto la doccia, arriva la zia scema che al telefono dice: “Che sta facendo?… Sta cantando… Lo manderemo a Sanremo” e poi lì giù, risate, tante, che ti si ficcano sotto la pelle come una scarica di agopuntura al vetriolo.

Passano gli anni e la sensibilità ci accompagna, avete voglia voi a vivere come rockstar, l’oggettistica con cui vi circondate non fa niente di voi, così come tutte quelle sedute in palestra, arriva il giorno che state aspettando la metro, fuori c’è il sole ma voi non lo vedete e allora state con il vostro smartphone e l’occhio al cartellone che indica il prossimo treno. E’ un attimo. Davanti a voi c’è il treno e dietro di voi c’è quello che per tutto il tempo aveva tic strani e frasi assurde e girava e girava gli occhi, basta un attimo, una frazione, una spinta. La vidi decomporsi sotto quello sferragliare di lamiera, i miei occhi ancora bruciano.

Registrazione completata. Capitolo IV. Giornata nove.

Oggi immagino che sia una bella giornata, come quella volta a Vienna quando lo vidi per la prima volta. Era un parente lontano, un po’ dandy, guardava mio padre con occhi sconcertati – senza concerto – quando mi rimproverava e non lasciava libere di esprimere le mie passioni. Quella volta, quel tipo, prima che tornassi in stanza con i miei, mi disse: “Tieni…” e mi sorrise. Era l’Isola del Tesoro, rilegatura in brossura grecata, fogli un po’ ingialliti, gli sorrisi, capii anni e anni più tardi quel valore… Quella cosa che dalla musica un po’ puoi scappare e forse pure dal teatro, ma se vuoi raccontare una storia, devi starci tu, con tutte le scarpe e la fanghiglia che ci si è attaccata alla suola. I tuoi nervi devono stare lì, altrimenti fai quelle trame così fighe fatte di storie che si intrecciano: angeli, demoni, tre metri sopra il cielo un paio di chilometri sotto la tazza. Nelle fogne, di quelle storie, non si vede l’autore, ma in molti restano a bocca aperta sognando che sì… sognando che insomma… vogliono vivere come quei fighi lì

Ai fighi che fanno i figati inventandosi una vita che vorrebbero vivere, preferisco i bambini che guardano, oltre le stelle, i fuochi di artificio

Registrazione non so cosa, giornata quasi al termine, ogni monologo dovrebbe abbandonarsi e ripetere parole e io dovrei andare ancora più in profondità dentro quella brossura e il sole di Vienna e sotto terra fra le membra deturpate di un treno in corsa.

Ho capito questa cosa quasi a 40 anni, quando non mi andavano più i locali, gli aperitivi, i film porno. La notte in cui è esplosa Parigi. Il giorno che scoppiò la guerra. Ho cominciato a tollerare zero, le donne che cercavano una rivalsa sugli uomini criticandoli il più possibile. Le donne, quelle che pensavano solo alla loro bellezza, mi smosciavano il cazzo se non avevano niente da trasmettermi. Non valeva manco la pena pensare di trombarsele. Avevo bisogno di cose sostanziose, sentimenti veri, ricordi puri, la bulimia estetica fine a se stessa mi aveva assolutamente stufato. Potevo sentirmi incredibilmente a posto con il mio registratore e la mia stanza e i ricordi e la sostanza di qualche parola esplosa come fosse bolla… bobina… botola… bacio…

La mula di Parenzo

“Miech! Micheze! Fémo tardi! Fémo tardi!”
“Oh Jacheze, questo tempo non smette mai!” e con la solita scenetta, il solito giro di boa, Miech e Jakec (o Micheze e Jacheze come si chiamano fra di loro), se ne uscivano dalla torre campanaria del Municipio, facevano la loro passeggiatina da statuette di bronzo e giù! via! Doi colpi di martel alla campana e Trieste e l’Adriatico, il porto, il mare e dall’altra parte della città, su un autobus che si affacciava sul Golfo dove stavo seduto io, fra puzze di grappin evaporanti e puzzette varie, tutta quella terra si ricordava che esisteva. Il problema a Trieste non era il tempo però ma lo spazio. Da sempre ci abitavano i Visicic slavi, i Wursltemberg tedeschi, gli Schiavoni, i Veneziani, le belle mule, gli istriani che prima erano italia e ora non xè più, i matti e Nonno Fischio che saliva sull’autobus vestito ancora da marinaio, si sedeva davanti al mona di turno e gli raccontava sempre e sempre la solita storia che più o meno fa così.
“No xè più come un tempo, no!”. L’inizio era quello, tipo il C’era una volta che ti aspetti nelle fiabe, insomma, una cosa che si deve rispettare, perché quella storia lì, raccontava di una canzone popolare di cui poi attaccava più o meno, in prima persona, in questo modo:
“La mula de Parenzoooo gà messo su botegaaaa….”
“La cognossi questa, John”, gli disse Nonno Fischio (che nel frattempo era immerso nei ricordi) rivolgendosi a quello che lui considerava uno scaricatore di porto che arrivava dall’Inghilterra per scaricare nessuno sapeva cosa e nessuno sapeva dove
“Whats?” rispondeva quello e il nonno sempre allo stesso modo ma con l’aspetto da figon, bagnato dal sole del mare gli diceva che si chiamava “Walt! Walt! non Uòzz!”. Poi Rudy e quel gran mona di Sbrodolòn, prima si mettevano a ridere e poi gli chiedevano al nonno: “Che la vendeva? Che la vendeva?”
“Chi? la mula? Tutto! Tutto! Tutto la vendeva: prezzi bòni!”, e infine tutti quanti con Giòn che non capiva niente, si mettevamo a cantare quella storia della mula di Parenzo che tutto la vendeva e che tutto la vendeva e che il Nonno aveva sentito fischiettare dagli Schiavoni mariani de Venèsia che eran venuti a portar non so che e non so ben dove.
A un certo punto però, mentre il coro del Nonno e degli scaricatori, si era interrotto per fare un sorso di grappa al mirtillo che avvampa le vene sul naso, si sentì la voce di Paolin il pesciarolo che li aveva sentiti cantare e che cominciò ad urlare “non aveva il bacalà! Non aveva il bacalà! Dannato mare, perché non m’ami più?”. Nonno fischio allora pensò che in fondo ci poteva stare che la ragazza di Parenzo che vendeva tutto a prezzi boni non g’avesse il bacalà e visto che l’era bona per essere bona, pensò che il bacalà gliel’avesse potuto portare lui e allora tutti cantarono di nuovo: “La mula de Parenzo / gà messo su botega / de tutto la vendeva / fòra che il bacalà / perché non m’ami più?”. Per un po’ di tempo quella storia finì così e allora Nonno fischio scese dall’autobus, ma quel giorno, voltandosi vide un piccoletto che in bicicletta e con un giornale dietro la bici, pedalava come un indemoniato verso piazza Garibaldi. “Ah! Che ricordi”, pensò, e pensando e ripensando, gli venne in mente il giovane Karl-Gustav-Bicichlettansen che gli amichetti chiamavano KGB per risparmiare tempo e che era stato campione di ciclismo per ben 88 volte nella corsa ciclistica Trieste-Muggia. KGB era un portento, lineamenti asburgici, furbizia slava, rigore sovietico, cazzimma napoletana. I maligni pensavano che quelle gare KGB le vinceva perché la organizzava suo padre che si chiamava V (ma che i suoi amici per assaporare di più quel nome bellissimo chiamavano Vattelapeschen Gustav Karl Biclettonen). V, secondo alcuni, faceva gareggiare il figlio contro tutti gli storpi e quelli che si credevano Napoleone al manicomio di Domio, ma in verità Nonno Fischio lo sapeva: KGB vinceva perché prima di ogni gara faceva scorpacciate di fagioli con le luganiche e allora con i piedi dava gas e con il culo pure e con la voce cantava pure una marcetta tipo Radetzky di quelle che si sentivano a Piazza Garibaldi. Pronti, partenza, via e già alla prima curva sul lungo mare di Sistiana erano già tutti carbonizzati da quella nube tossica che si era alzata per via dei fagioli con luganica serviti dall’osteria della signora Marietta.

Nonno Fischio si commosse: una roba leggendaria tanto che a quella canzone della Mula di Parenzo ci andò a finire sana, sana la canzone tipo marcetta austriaca che cantava KGB: “Me piasi i bisi con le luganiche, Marietta damene per carità!”.

Da lì in poi, Nonno Fischio, quella storia di quella canzone non la racconta più: sale le scalette della piccola osmilza in centro (per chi non la conoscesse quella è un’osteria veramente di basso borgo) e si ordina le sue grappe, i vinelli e si guarda i quadri con il mare e si tiene stretta una cartolina che gli hanno spedito da Parenzo.

Ogni storia popolare, però, è una storia di tutti e allora si narra che a un certo punto agli americani quella cosa di KGB non gli piaceva proprio e allora via, raus! Censura, niente bisi, molto meglio i veneziani bigoli con la salsiccia luganega e quella storia cambiò, ma non fu l’unico cambiamento, di lì a poco divenne na Cambogia. C’era a chi piaceva la mula bionda e allora ci mise una tinta, chi voleva la polenta, chi invece la preferiva bruna e aveva per moglie una serva. Addirittura quella canzone che partiva dalla Trieste degli austriaci fino agli anni 20 del 1900 ancora la cantavano e la modificavano, perché le canzoni popolari sono come le leggende e tutto resta uguale anche se tutto cambia. Ogni autobus, un Nonno Fischio che sale e conta lu cunto della storia di Parenzo e di KGB, ogni autobus un mona, poi un’osmilza, Wurlstemberg che non capisce niente e allora prende quella storia e la modifica, tutti, gli americani ogni quarto d’ora, Micheze e Jacheze… Femo tardi! Femo tardi! Le statue di bronzo e i rintocchi da Piazza Unità.

La sagra delle sagre

Ciacicchie e broccoletti
Porchetta abbruciacchiata
Orchestra di ‘mbriagoni
E danza strasudata.

Alla sagra delle sagre
La notte s’arrigìra
Si gira, rigira e schiatta l’orologio
Alla sagra delle sagre
La notte s’arrigìra
Si gira, rischiatta arrigìra all’orologio.

L’organetto scaca
poi prende fiato
Na tarantella di marziani
sotto ai fari allampadati

La gonna vola via
Si vede il mondo intero
Quasi vola la voliera
All’uomo in canottiera.

“Mi conceda questo ballo
(ma che cul! ma che cul!)”
“Ma son qui col maresciallo”
(e che cul! e che cul!)
“Signorina lei ha begli occhi”
(ma anche il cul anche il cul!)
“Sì, però lei non mi tocchi!”
(porco du! porco du!)

E danza la sottana
danza la canottiera
Lei sa di muschio e timo
Lui di ciacicchie e cabernet.

“Signorina in questi anni
ma addò cazzo era ita
una donna come a lei
è una donna per la vita,
Signorina in questi anni
non l’ho proprio vista mai
e che cazzo dico io
proprio a me tutti i guai?”

“Mi conceda questo ballo
(ma che cul! ma che cul!)”
“Ma son qui col maresciallo”
(e che cul! e che cul!)
“Signorina lei ha begli occhi”
(ma anche il cul anche il cul!)
“Sì, però lei non mi tocchi!”
(porco du! porco du!)

E gli occhi fanno
sparadan-dandan-dan-pin-pin-pong
Come a un macello a un casino che non si sa
Lei che è donna d’altri tempi balla con un cafoncello
Una pezza sudata che gli sembra un violoncello

“Son contenta di ballare
(ma che è gruoss, ma che è gruoss)”
“Anche a me mi fa piacere
(e vaffanculo al maresciallo)”
“Non mi voglio più fermare!”
“Dillo a me! Dillo a me!”
“E la voglio anche baciare”
“Ecco a me! Ecco a me!”

(libera traduzione da La Balera di Van De Sfroos, il merito è ovviamente il suo io mi sono divertito)

Yanez (traduzione ciociara della canzone di Van de Sfroos)

Azzecca i cala l’acqua aglie sciume e riporta la sua mennezza
Na seggia, na ciavatta e na confezione de Dixan
Sandokàn ca sta in lista e ci ha il mojito
Sandokàn porta glie maglione e le infradito.
I la gent ch’è ita a messa tant pe’ dì ca c’è stata
ch la man arret aglie jeans glie Torelle se ratta glie cul
puzza de patatine fritte i de kebbabbe
Kammammuri t’è sessant’anne
i fa annanze i arrèt pe glie cors.

Yanez de Gomera s’arrecorda come se steua?
i adess lambrette i vuvuzela i te glie Suv pur Tremal Naik

Yanez de Gomera s’arrecorda de James Brook?
Chiglie pazzieua a pallone alla Siberia
I diceune ca steua sempr brutt.

Stuzzichini, aperitivi i n cocktail de quattr culur
palestrati, tatuati so i cafun calat da Bauc
la Pantera, gonna nera, cannottiera, cameriera
t’è glie cul che canta come a nu juke box
ma sta qua sul pe pertarte ne bicchiere.

Sandokàn assettàte in piazza con le metanne della Billabong
t’è l’artrite i t’è glie riport
i ua’ pe’ San Bastiàn coll’apetta
e glie Dayki ch la Gazzetta
nen tienne mica glie tiemp pe tagliatt la ciocca
st’anna affà a Ruzzle e a Candy Crush, tra n’amare i na meza birra.

Yanez de Gomera, la sie uista l’ata sera?
Chiù che la Perla di Labuan,
Marianna mo me pare na preta.
Yanez de Gomera a racconta a quant’era bona
So uist ca s’è refatta le sizze ma mica se poteua refà glie cor.

La sirena s’è ncazza ca nen po´ gioca’ a pallon
Pulenta i spuntatùr pe le soccole in procession
ncumenza glie happy hour, i la tigr della Malesia
finiscia all’osteria col riso in bianc i la magnesia.
Mbriachi, i pirati fann i marmitton
Barracuda co glie ray ban pare ne pappon,
Sandokàn ca strilla dentr alla pizzera,
strilla i canta Lauretta mia.

Yanez de Gomera s’arrecorda come se steua?
i adess lambrette i vuvuzela i te glie Suv pur Tremal Naik
Yanez de Gomera t’arrecuord degl colonnel Fitzgerald?
Glie so uist ncima alla postala ca ieua a Terracina colla lasagna.

Il treno per Nowhere (this must be the place)

“Chi sa dov’è che vanno i sogni degli altri?”, mi chiesi pensando a voce flebile, mentre guardavo le persone che riposavano su quei sedili impolverati e pieni di riflessi di paesaggi, tratteggiati, che affioravano dal finestrino. “Nessuno lo sa”, mi risposi, forse nemmeno io ne so dei miei, così come loro non sanno niente dei loro.

Il treno per Nowhere non aveva portato ritardo, c’eravamo in centinaia lì sopra. Se uno si fa fottere dal nome della destinazione pensa che eravamo tutti artisti, o filosofi o poeti e, invece ogni giorno per Nowhere, partivano centinaia e centinaia di persone, quasi tutte comprese più o meno, fra i 30 e i 40 anni, dei mestieri più diversi (se mai ce l’avevano un lavoro), tutti fottuti (democraticamente) da quella civiltà che aveva smesso di elargire sicurezze: sentimentali, lavorative, anche olfattive se vogliamo (basta pensare al cibo del Mc Donald’s, dove nessuna pietanza ha l’odore di quello che dovrebbe rappresentare).

Chi non parte per Nowhere, certe volte, è anche più disperato di chi lo fa. Perché almeno un viaggio noi ce l’abbiamo. Un futuro, forse, e volendo essere ottimisti anche una certezza, la certezza che questo deve essere il posto, come cantano i Talking Heads, che comunque – vuoi o non vuoi – ci stiamo lavorando su.

Ero partito per Nowhere dopo aver seguito i consigli del vecchio Syd. Un tizio che aveva fatto un video su YouTube di come salvarsi dai rapporti che ormai si erano fermati al giro di boa. Quelli che non vanno né avanti, né indietro, né su, né giù, se siete stati giovani negli anni 90 e se avete visto almeno una volta Ovo sodo, e se di quel film non ricordato soltanto la bestemmia che strilla un militare.

Syd dice se avete della rabbia, tritatela finemente, scolatevi quante più bottiglie di birra potete bere e ficcateci dentro il tritato. Prendete poi un fazzoletto, imbevetelo con qualsiasi cosa che avete di combustibile. Accendete Spotify, piazzatevi la vostra Playlist preferita negli auricolari. Alzate a tutto volume. Lo smartphone vi dirà che potrete diventare sordi, fanculo lo smartphone, quando partirà il fragore del botto, lo sentirete e come se non lo sentirete. Alla fine immaginatevi che ci siete voi, il vecchio rapporto e che quel vecchio rapporto sia una nave. Mettetevi su una collina. Se una collina non c’è immaginatevela. Accendete ogni bottiglia di birra-rabbia e lanciatela all’interno della nave, disfatevi della vostra rabbia. Fate esplodere la nave, salterà per aria e, se davvero sarà stata importante per voi e per la vostra vita, i pezzi decomposti si ricomporranno in un qualcosa di nuovo.

Godetevi lo spettacolo. Recatevi alla stazione. Fate il biglietto per Nowhere.

Fu così che mi trovai su quel treno. Carrozza 37, fila F, posto 2. Insomma i miei anni, ora, e poi quelle due F, una il mio nome, l’altra… Stemperata la rabbia cominciai a prendere sonno anche io. Il treno vagava e i miei sogni mi fecero tornare ad oltre 20 anni fa.

Rose Bowl, Pasadena, Los Angeles, Luglio 1994. Un caldo torrido. Sugli spalti prevalentemente brasiliani “macchie gialle che ricordano alla memoria la ginestra della nostra Italia”. Sugli spalti, comunque, anche tante bandiere tricolore. Sembrava non dovessimo arrivarci fin lì, poi però con la Nigeria cambiò tutto, due colpi da biliardo e io, divenni Roberrrrrrto, con me giocavano le speranze di un paese intero, perché ognuno di noi era Roberto, sin dall’inizio di quelle partite americane. Il resto ci sembrò tutto un trionfo, la Spagna, la Bulgaria, una magia dopo l’altra, poi la finale, io che non stavo nemmeno benissimo, quel dischetto, la rincorsa il tiro (A questo punto nel mio sogno sono negli anni 90 e allora si sovrappone un immagine, io che prendo una musicassetta di quelle registrate e che ci ha il nastro che se ne va abbondantemente per cazzi propri, infilo una bic in uno dei due buchi e comincio a girare. Il nastro torno apposto. Metto la cassetta nel walkman). Bruno Pizzul mi dice che lui è pronto, prima che io tirassi il rigore era andato un attimo al bar per un grappino, io il rigore lo avevo tirato alto, il Brasile era diventato campione del mondo, ma ora avevo la possibilità di ritirarlo quel rigore. Sarebbe andato lui in porta. E allora si ripartì da capo, il pallone, il dischetto, la rincorsa, il tiro, Pizzul non si mosse (non capii mai se lo fece perché si aspettasse un tiro centrale o se voleva agevolarmi). La palla finì all’incrocio dei pali. Pizzul visibilmente ubriaco, si gettò per terra ed esultò.

Il mio percorso da numero 10 poteva riprendere, destinazione sconosciuta, ma con tanti sorrisi e la felicità di poter sbagliare.