Sangue, lacrime e fantasmi, nella Roma del rione Regola

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L’appartamento dove visse Beatrice Cenci, nell’omonima via al civico 7/A

Il caso ha voluto che questo weekend io lo abbia passato in un angolo di Roma a ridosso del Ghetto. Un luogo al centro del rione Regola dalla toponomastica abbastanza poco confondibile:  via dell’Arco de’ Cenci, Lungotevere de’ Cenci, Monte de’ Cenci (dove si erge la chiesetta di San Tommaso ai Cenci) e poi, in uno spiazzale dove un parcheggiatore abusivo decide per una manciata di piccole monete in metallo chi (e come) può lasciare l’automobile, il mio piccolo appartamento, in via Beatrice Cenci, al civico 7. Poco più in là, dalla mia dimora, nello stesso palazzo, che sembra racchiudersi intorno al quartiere come un’antica fortezza, si scorge un’entrata con un grande arco, sorretto da un balcone e, più su, una piccola finestra decorata con festoni rinascimentali. In quella stanza, così teneramente femminile, abitava Beatrice, mostrando al mondo quel poco che poteva di una brevissima femminilità tormentata.

 

I turisti che spendono il loro tempo, nella grandissima bellezza romana, difficilmente riusciranno ad assaporare questo piccolo anfratto di Roma che, come tutte le immagini private, restano nascoste e un po’ furtive, agli occhi dello smartphone o della lente, ormai old style, della camera fotografica. In fondo, quello non è che un sobborgo di Roma abbastanza vuoto, un piccolo budello che scorre, appartato, dal marciapiede trafficato di via Arenula, dove l’immaginario vuole che signore imbellettate, passeggino velocemente per recarsi all’Argentina. In questa piccola piazza, poco o niente: un ristorante dalla parete tappezzata di adesivi di TripAdvisor, il Gambero Rosso o altri certificati di eccellenza o un negozio che appare un inganno sin dall’insegna: l’Astrologo, articoli religiosi e, in fine, una chiesa, un Arco ed una strada che si perde in un piccolo monticello privato.

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L’Arco de’ Cenci, ovvero il luogo in cui qualcuno vide la Madonna piangere

Restiamo alla Chiesa e all’Arco e cerchiamo di proiettarci fuori dal tempo; togliamo gli scooter, le luci al neon ed ogni sorta di modernità da quella strada. Siamo nel 1546, Beatrice non è ancora nata e due giovani stanno giocando sotto quell’arco (anche se un decreto del Monsigor governatore lo ha proibito). Uno dei due avrà raggiunto quel luogo, molto probabilmente, dall’antica via delle Zoccolette: una strada che, prima della costruzione di quella che è oggi via Arenula, era molto più estesa. Le zoccolette erano le orfanelle del conservatorio dei Ss. Clemente e Crescentino “istituito per le povere orfane, denominate – comunemente – zoccolette”. Le zoccolette, però, erano anche le prostitute perché quelle orfane, una volta dismesse dal conservatorio, non avevano altro destino se non quello di finire sul marciapiede. Percorrendo quella strada, dunque, i due giovani, dopo aver attraversato un sottile percorso simbolico che li lega sia alla spiritualità che ai bassifondi dell’anima si ritrovarono sotto l’arco de’ Cenci a giocare come sappiamo… ben presto il gioco degenerò, i due cominciarono ad insultarsi (dalle parole ai fatti, a volte, il percorso è miseramente breve): entrambi cominciarono ad azzuffarsi, uno dei due, fa finire il compagno a terra e, in preda all’ira, brandisce un coltello e sta per finire il rivale; quest’ultimo, vistosi oramai più morto che vivo, chiede all’altro di risparmiarlo, in nome della Vergine Maria, raffigurata in una piccola icona, proprio sotto l’arco. L’uomo allora ha pietà dell’altro, in nome della Vergine e, mentre lo sta aiutando a rialzarsi. questi raccoglie il pugnale “et in premio d’avergli donata la vita, empiamente l’uccise”.
Tanto crudele e vile fu il gesto del balordo che, si narrò che l’icona della Vergine sotto l’arco cominciasse a piangere “abbondandissime lagrime”; per via di quel fatto oscuro e per il miracolo delle lacrime i fedeli vollero erigere una Chiesa, fu così che nacque Santa Maria del Pianto.

 

I cenci di Beatrice

In nome del popolo Italiano, la corte di Assise di Roma, all’udienza dell’11 settembre 2015, nel processo instaurato nei confronti di Dei Cenci Beatrice, mediante la lettura del dispositivo ha emesso la seguente sentenza: visti gli articoli 575 e 577 del codice di procedura penale, dichiara l’imputata colpevole di parricidio nei confronti di Dei Cenci Francesco, senatore della Repubblica Italiana e la condanna alla pena dell’ergastolo con isolamento diurno di anni 1. L’udienza è sciolta.

Nemmeno in quel momento il volto di Beatrice si piegò al dolore. Algida e a modo suo determinata, attese le guardie che la portarono via dall’aula: una donna aveva sfidato la Repubblica e i suoi uomini.
Uscii dal palazzaccio di giustizia e andai al bar di fronte. Presi un caffè e un cornetto alla crema di nocciola, mi piaceva quel posto perché non aveva le solite paste di cartone pressato e i camerieri erano gentili e sorridenti. Diedi un’occhiata al quotidiano che suonava alquanto beffardo: “Il governo approva la proposta dell’ala progressista: più zone rosa per facilitare le manovre di parcheggio alle donne”.

Il caso di Beatrice lo seguii tutti i giorni. Andavo al palazzaccio dopo il lavoro, da quando mi ero lasciato con la mia ex avevo dato più spazio al mio hobby preferito: scrivere racconti. Non voglio essere uno scrittore, preferisco scrivere quando e come mi piace. Lavoro come consulente software, mi occupo di altri linguaggi: ASP.NET, C#, HTML e diverse sigle strane. Scrivo perché sento l’esigenza di immaginare costruendo degli arabeschi di suono intorno al mio scoreggiante mondo interiore.
I giorni dunque li passavo cercando storie e quella volta, entrato nell’aula, il racconto di questa donna bellissima, dai lineamenti dolci e dall’elegante posa rinascimentale, mi si impresse, così alla mente, che potrei riscriverlo a memoria. Io non credo che fu il tran-tran mediatico che un omicidio di un senatore della Repubblica aveva giustamente scatenato nell’opinione a farmi avvicinare al caso. Ero interessato più come una cosa umana. Cominciai a rivivermi Beatrice e le sue parole:

“Mi chiamo Dei Cenci Beatrice, vostro onore, e sono nata a Petrella Salto (La Petrèlla, come la chiamavamo da bambini), il 6 febbraio del 1977. Ho vissuto in questo paesino, in provincia di Rieti, fino a 10 anni, quando con la famiglia mi sono trasferita a Roma, in un palazzo con un’architettura del primo Novecento progettato dal Setti in stile eclettico, qui vicino, in via Crescenzio. Papà non c’era mai, aveva i suoi obblighi di politica e quando c’era, stava sempre con quelle persone che contano: i calabresi, di cui non mi diceva niente. Ho passato più tempo a guardarlo in TV mio padre che non a casa. L’unico momento di consolazione ce l’avevo sui marciapiedi di Roma, quando attraversavo ponte Sant’Angelo, con le sue statue che immaginavo mi dicessero, “Buona passeggiata, Bice” mentre camminavo per poi prendere Lungotevere Tor di Nona, passando davanti alle vecchie carceri, per andarmene a leggere e a studiare nella piccola biblioteca privata su via Tomacelli, al civico 15″.
“Potrebbe smetterla di raccontarci tutta la sua vita, signorina”, la interruppe l’avvocato dell’accusa
“Signor avvocato, lasci parlare l’imputata”, lo bloccò il giudice. E Beatrice continuò così, dopo aver ringraziato a vostro onore.
“Chiedo scusa all’avvocato, passerò alla narrazione di fatti più concreti, ma con il mio nome, con il mio cognome, ho spesso pensato che 500 anni fa, in quelle carceri, siano stati rinchiusi i miei fratelli… tornando a cose più concrete… abbandonai Roma nel 1990. Papà mi iscrisse in un college all’estero, a Sherborne, una cittadina inglese non troppo distante da Oxford. Prima però accadde che giunsero i carabinieri a casa. Venni mandata in fretta e furia nella mia camera da mia madre. L’indomani avevo un biglietto per l’aeroporto di Gatwick e l’iscrizione per uno dei più esclusivi istituiti europei”.

Dopo questa confessione proseguirono altre testimonianze, tesi e fu deciso che Beatrice doveva ripresentarsi una settimana dopo. Passando per via Crescenzio, con il mio motorino per tornarmene a casa, vidi diverse troupe televisive assediate sotto il palazzo che ormai, per i media, era la dimora eclettica della Strega di Prati.
Tornato a casa ripresi i documenti che avevo lasciato al lavoro circa l’architettura di un software da progettare. L’applicativo doveva essere costruito su una piattaforma Microsoft e allora cominciai a pensare la base dati su SQL Server 2012, in dubbio se demandare la realizzazione a una progettazione SOA con l’utilizzo di WCF o meno. Passò poco tempo e chiamai A., per chiederle se avesse voluto mangiare una cosa con me, mi propose l’Osteria del Cavaliere a via Alba, mi ci fiondai al volo. Stavo bene con A., non mi capitava dai tempi della mia ex., ci potevo parlare di tutto e mi metteva a mio agio. Mangiai una pasta e fagioli formidabile e bevvi bicchieri e bicchieri di Genziana. Al ristorante ci immaginavamo le vite di quelli che ci stavano seduti a fianco (abbiamo dato per spacciata una coppia di vegani seduti in fondo alla sala e ci siamo inventati che quelli di fronte erano una famiglia del Molise che erano andati a trovare il figlio studente, fuori corso, pochi esami, in architettura). Dopo cena tornai di nuovo nella mia stanza e pensai a quella storia che avevo sentito al palazzaccio. Beatrice, così bella, veniva accusata di omicidio, lei che era stata spedita d’improvviso all’estero, quella notte che i Carabinieri entrarono a casa. Buttai il pacchetto di Chesterfield blu sulla piccola scrivania, andai in cucina, piano, piano, per non svegliare i coinquilini, lasciai perdere le architetture SOA, presi una Tennet’s dal frigo e mi misi a scrivere.

Beatrice. Quella storia dei carabinieri. la ragazza che abbandona il paese, la madre. Doveva avere pure qualcosa la madre e allora mi venne una data in mente: 9 settembre 1990, pensai che non andava bene, non mi piaceva che quella storia cominciasse sotto il segno della Vergine, allora cambiai, 9 luglio 90! Feci una piccola ricerca su Google per vedere se c’erano partite di calcio, non andava bene nemmeno quel giorno era infatti subito dopo la finalissima dell’Olimpico fra Argentina e Germania durante le notti magiche. Meglio prima,  meglio l’8 luglio, quando qualsiasi maschio del mondo guarda comunque la finale dei mondiali, fosse anche il più importante politico della nazione, il rutto libero,  in quel frangente, è quanto meno imprescindibile.

Allora immaginai poche frasi scritte sul diario di Lucrezia Petroni, madre di Beatrice, datate, per l’appunto, 8 luglio 1990

Il futuro ministro guarda la partita, Bea andrà via domani. Non sopporto, ma sopporto

E poi ancora altre frasi…

Dopo l’eliminazione dell’Italia contro l’Argentina, mio marito rientrò tardissimo, era mascherato e visibilmente sconvolto. Credo abbia fatto uso di cocaina tutta la notte. Entrò e disse a voce alta: “Entrate e godetene tutti, questa è la pellaccia vecchia di mia moglie offerta in sacrificio per voi”, lo seguirono cinque uomini, africani e uno che aveva l’accento calabrese. Mi legarono al letto, mi entrarono ovunque e poi vennero, uno alla volta, sul mio volto, corsi in bagno per lavarmi la faccia. Mio marito mi prese allora per i capelli e mi costrinse a guardarmi allo specchio. Ero completamente ricoperta di sperma, poi lasciò la presa, il mio volto cadde sul lavabo, lo sperma mi chiuse gli occhi. Non emisi nessun grido durante quella violenza, sopportai piangendo, perché se mi fossi messa ad urlare avrei creato scandalo. Mi sentivo come se fossi andata in sposa a Barbablù, ero ingenua quando dissi quel sì di bianco vestita, mi attirò il suo fascino, il suo potere, la foga animalesca che aveva quando facevamo l’amore.

Seguirono diverse udienze per il caso Dei Cenci e tanti testimoni si avvicendarono. Oltre a ciò che andava in atto al Palazzaccio, cominciai ad avvicinarmi alle vicende di quella nobildonna romana del Cinquecento, che si chiamava per l’appunto Beatrice Cenci e la cui anima si narra che proprio l’11 settembre, ogni notte, cammini con la testa in mano sul ponte Sant’Angelo. Lessi tutto quanto c’era da leggere: dai link su Wikipedia, alle narrazioni di Dumas, Stendhal, a quella palla di racconto storico e monumentale che ne fece il Guerrazzi. Fui stregato dal dramma crudele che ne rappresentò Antonin Artaud con il suo Les Cenci. Una notte sognai che mi tagliarono la testa, fui contento che era solo un incubo, mi lavai la faccia e andai al lavoro, alle 18 c’era un’altra udienza con Beatrice, ce l’avrei fatta ad assistere.
Entrai e Beatrice aveva da poco preso la parola “… fu lì che cominciai a vedere documenti strani che circolavano circa la costruzione di nuovi quartieri nella periferia romana, vostro onore. La cosa colpì subito il mio interesse e chiesi a mia madre.
“Non so niente figlia mia, non lo so se quelle ditte calabresi di cui dici furono davvero le stesse con cui collaborava tuo padre”, rispose mia madre.
E allora Beatrice continuò così:
La mia posizione rilevante all’interno della commissione europea, conquistata anche grazie ai soldi di mio padre, mi poneva di fronte ad atti di espropriazione e giri loschi. Mi sentivo come la sposa ingenua a cui Barbablù dà ogni ricchezza, purché non usi mai quella chiave per aprire la porticina, quella che avrebbe svelato un lago di sangue con tutti i cadaveri delle mogli a marcire.
C’era in me, una voce che diceva, Bicetta devi indagare e un’altra, quella della bimba nata sotto la protezione del senatore, che cominciava a piangere angosciata.
Il mio rientro in Italia, vostro Onore, lo conoscete bene. Mio padre aveva sentito che cominciavo ad indagare circa quelle situazioni strane di appalti e tangenti. Si mostrò comunque benevolo e mi disse di riposarmi un po’ e di scendere a Roma, saremmo stati un po’ insieme e avremmo mangiato in quel ristorante al Governo vecchio che mi piaceva tanto quando ero ragazzina e che ancora era lì a sfornare piatti e piatti della tradizione  con quella sua gustosissima pasta con cozze e pecorino.
Mi dissi che in fondo potevo tornare in Italia, che li avrei rivisti e mi piaceva l’idea di rincontrare le statue giocose di ponte Sant’Angelo, la vecchia biblioteca di casa dove avrei rovistato fra i miei libri per ricercare le lettere che mi scriveva il mio spasimante: Olimpo Calvetti. Quel ragazzo lo conobbi durante una rappresentazione scolastica che fecero alla Camilluccia, non mi piaceva fisicamente, ma il suo sguardo mi diceva che mi avrebbe seguito anche nelle più remote carceri.
Arrivai a Fiumicino, presi il trolley e mi avvicinai verso un tizio che aveva un cartello con su scritti il mio nome e il mio cognome, pensai subito che fosse un autista che mi aveva mandato mio padre. Le nostre presentazioni mi rassicurarono:
“salve, signora Beatrice, suo padre non è potuto venire a prenderla perché impegnato con il lavoro”
“Sì, immagino sia molto occupato”, risposi
“Non si preoccupi, si libererà per cena, la porteremo noi a casa, siamo i suoi autisti privati, ci segua pure”
Erano in due, sembravano una scorta, vestiti di nero, muscolosi, facevano una fatica assurda sia a darmi del lei che a parlare in italiano corretto, ma non erano stranieri e la cosa mi faceva ridere. A un certo punto però non ricordo più niente. Non so per quanto avevo dormito e non so dove potevo essere, mi alzai con una puzza di sangue che mi diede subito alla nausea. Vostro onore avete creduto di apprendere tutto dalla TV, da Internet e dalla radio circa quel rapimento in Calabria, ma ci sono cose che ancora non ho la forza di ricordare”, disse Beatrice il cui volto era ormai imploso orribilmente in una maschera di angoscia
“Va bene così”, disse il giudice impietosito.
“Essendo però questo evento, anche se traumatico, molto importante ci riserviamo per ora di sospenderlo, lo riprenderemo in un secondo momento”
“grazie, vostro onore”, disse Beatrice con un filo di voce che si faceva spazio fra i suoi singhiozzi
A quel punto immaginai che venne chiamata a deporre la madre di Beatrice, Lucrezia Petroni, la quale esordì dicendo:
“vostro onore, anche per me è difficile ricordare quanto ascoltai da Beatrice durante il suo esilio nella Locride, voglio leggervi però le torture che mia figlia dovette subire da questi esaltati sequestratori, che ce la tornarono in vita, ma profondamente ferita nell’animo, perché come diceva mia figlia, fino a quando il senatore non avrebbe pagato la ricompensa, loro le avrebbero fatto vivere le torture sacre, quelle papali, perché un prigioniero di alto rango doveva avere un trattamento adatto. E su queste parole, vado a leggervi, se mi consentite quanto mi raccontò mia figlia e quanto io, tracciai sul mio diario privato:

La tortura dei fischietti

Ho aspettato diverso tempo prima di chiedere a Beatrice maggiori spiegazioni circa le strane foto che ci inviavano i rapitori. La prima mostrava le sue dita martoriate, piene di grumi di sangue rappreso. Lei mi disse che quella foto rappresentava solo l’inizio delle tremende torture che subì. Quel giorno arrivarono, mi raccontò,  delle persone incappucciate, bruciarono un santino e iniziarono a recitare un salmo dedicato ai tre cavalieri sacri alle cosche mafiose: Osso, Malosso e Carcagnosso. Uno di loro prese a intagliare un giunco da cui ricavò delle piccole striscioline simili a fischietti, gliele conficcarono fra le unghie e la pelle e lasciarono la mia piccola bambina con quelle cose che le dilaniavano le carni non si sa per quanto tempo…

La tortura del fuoco

In un’altra foto vidi la pelle di mia figlia con fortissime escoriazioni di bruciature, quello che mi raccontò Beatrice ha del raccapricciante, il cui solo pensiero di scriverlo, mi attanaglia lo stomaco come una lama che sventra le mie carni. Dopo il rituale del santino e del salmo votivo, uno dei tre uomini accese un piccolo braciere, avvicinarono i piedi di mia figlia alla distanza giusta per farle sentire dapprima un forte calore che si faceva sempre più infuocato fino a bruciarne la pelle. Beatrice ricorda che mentre facevano questa pratica, in quella macelleria dismessa, vicino a tutte quelle bestie appese qualcuno la scherniva dicendo che quella sera l’avrebbero mangiata servita con patate novelle. Non contenti di ciò, prima la semi denudarono, poi le spensero dei mozziconi di sigarette accesi sul seno e sulle mani.

La tortura della veglia

In un’altra foto Beatrice ci si mostrò con gli occhi scavati e un’espressione del volto che sembrava scoprire dei nervi tesi come se avessero steso al sole le sue vene. Pensai subito che non riusciva più nemmeno a vivere e quello che mi raccontò si rivelò ancora più atroce di ogni mia possibile immaginazione. Questa tortura a differenza delle altre non cominciò con il solito rituale ma Beatrice, da come mi disse, si ritrovò immersa durante il sonno in un secchio di acqua gelata. Continuò così per svariate ore, ogni volta che provava a chiudere gli occhi perché stremata e bisognosa di sonno, proprio quando stava per dormire però era costretta a risvegliarsi perché la sua testa veniva immersa in un secchio di acqua gelata.

La tortura della corda

Fra tutte le torture, nell’antica Roma papalina, questa della corda era la più temuta. Dolorosa fino all’inverosimile, gli sventurati che si sottoponevano a questa tortura, anche se innocenti confessavano la propria colpevolezza perché la morte al confronto poteva apparirgli come una pagana benedizione. La foto che ci arrivò è quella che mai nessun giornale, mai nessun sito web, mai nessuno insomma, ha avuto la forza di pubblicare. Una donna, mia figlia, se ne rimaneva incatenata, semi nuda, con i lividi ovunque, in una pozza di vomito, sangue e rassegnazione. Anche la più femminile delle qualità dell’essere umano, l’anima, era stata stuprata. Beatrice mi disse soltanto: “mamma, sono rimasta appesa a un gancio, con la bocca coperta da un nastro isolante, vicino alla carcassa di animali squartati ed ormai, quasi, in putrefazione”

Dopo il racconto della madre tornai a casa e decisi di finirla questa storia, se fossimo stati ad Hollywood un produttore mi avrebbe imposto un happy ending, credo che lo stesso avrebbe fatto un editore se io fossi stato uno scrittore professionista. Ho comunque la fortuna e il portafogli vuoto (oltre che lo stile) di un dilettante e posso dunque concedermi anche il diletto di infrangere le regole del gioco, limitando a dirvi che ci fu un dettaglio importantissimo grazie al quale Beatrice scoprì la connessione fra il padre ed il suo rapimento in Calabria. La ragazza e i suoi nervi non ressero a questa rivelazione e, con l’aiuto della madre, mentre il padre dormiva rescisse di netto, con un colpo di mannaia la testa dell’uomo. Ho disseminato questo dettaglio lungo il racconto, forse, oppure vi chiedo di inventarvelo voi, lettori, perché se un lettore è tale, mentre legge con la fantasia scrive anche una sua versione della storia. Beatrice fu condannata all’ergastolo, la madre a trent’anni di carcere. Ancora oggi l’omicidio è giustamente un reato penale, ancora oggi, duemila e passa anni dopo la nascita di Cristo i potenti sono legittimati a fare i potenti e le donne, purtroppo, alla sopportazione eterna.