C’è uno squalo nel tetto

Precipitevole discesa dall’etere. L’oceano, le montagne, puntini millesimali, ingigantiscono ravvicinandoli; morrò infranto, oh mio Dio! Caduta libera, devo cambiare direzione, aziono le dorsali, rallento con la pinna caudale; ho i secondi contati, ma forse no, ecco una pozza d’acqua, sembra una piscina, che bello! Farò uno di quei tuffi che nemmeno alle olimpiadi, ma che diavolo. Dannazione! Una corrente d’aria, andrò a sbattere contro quella casa, oh Santa protettrice degli squali cadenti prega per me, ecco che mi c’infilzo: che botta, sono rimasto incastrato nel tetto. Devo trovare il modo di liberarmi: Cartoonia ha bisogno di me. Uscirò di qui, basta spostarmi un po’ a destra, poi a sinistra: ecco, sì, ci sono quasi ma, oh madonnina che spavento! Chi sono quelli sotto il tavolino e perché urlano? Urlo anche io, loro urlano più forte: sono spaventato. Una vecchia signora entra nella stanza: è piccola, ricurva, quasi atavica, incede tremando, deve essere molto pericolosa con quel bastone.
“Nonna Jenny attenta: si è infilato uno squalo nel tetto”, dice una voce da sotto le gambe del tavolo
“Cosa c’entra adesso il quadro di Ernesto?”, risponde la vecchina
“Il tetto!”, le urlano da sotto il tavolo
La vecchina leva lo sguardo, mi vede, le sue pupille si dilatano, i suoi occhi mi raggiungono, sono enormi, stanno per inghiottirmi, ha i capelli ritti. Serro lo sguardo, chiudo la bocca, batto i denti, potrei morire. S’ode d’un tonfo ad un tratto. La vecchina è stesa al suolo. Una mano si sfila da sotto il tavolo, la afferra per una caviglia e la porta al riparo.

Piango. Cartoonia finirà trascinata dalla pazzia dei cartoni. Le lacrime scendono gonfie dagli occhi, sbattono al suolo, si rompono, schizzano per tutta la stanza. Piango e singhiozzo finché non vedo comparire un omuncolo da sotto il tavolo, ha un ombrellino piccolo con sé, mi guarda e dice:
“Signor Squalo, insomma ma che maniera è questa?”
“Sì! Mio marito ha ragione”, dice una donna che, nel frattempo, ha abbandonato anche lei il suo nascondiglio: “Rispettiamo i ruoli”, prosegue: “siamo noi ad aver paura di lei!”. Di punto in bianco vedo un’altra sagoma venire allo scoperto: avanza gattoni, se ne sta qualche attimo inginocchiata e sposta il musetto all’insù. Ha occhioni profondamente neri e lo sguardo dolcissimo. Mi sembra di conoscere quella piccola ragazza. Anche lei sa di avermi già visto, infatti, dopo una breve occhiata, lancia un urlo colmo di gioia: “Bruto!” Certo! Come avevo fatto a dimenticarla? L’avevo notata subito quel giorno del 2003, quando abbiamo recitato all’Odeon di Oxford su George street: aveva gli stessi occhi profondi con la medesima lucentezza. Io, Dory e Nemo eravamo delle star e invece guardatemi ora; sono rimasto incastrato in un mondo che non mi appartiene: infilzato come uno stecchino nella groviera, non riconosco più i miei amici cartoni perché il primo a non riconoscermi sono proprio io, non so di chi ho paura e chi far tremare. Eppure negli occhi di quella ragazza sembra esserci la soluzione, non c’è niente di folle in tutto questo, più lo penso e più la pinna caudale vortica e più vortica e più mi stacco da quel buco nel tetto e ascendo al cielo e la città meravigliata resta a bocca aperta come quando ero una star del cinema finto, torno al mondo delle idee. Torno a essere chi sono. Precipitevole ascesa verso l’etere. Qualcuno si è domandato se fossi un UFO, una locomotiva o un asteroide, insomma, come succedeva con Superman.


Racconto ispirato all’esercizio di scrittura di Scrivere Creativo

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