[Racconto di Natale] La ninna nanna per farli svegliare

“Qualche anno fa, girellando nei dintorni di Granada, udii cantare una popolana che addormentava il suo bambino. Avevo sempre notato la tristezza delle nostre canzoni di culla; mai come allora, però, avevo colto questa verità in tutta la sua concretezza”[1]
Federico Garcia Lorca

Dormi figlioletto. Ti guardo imbalsamato nel tuo letto: io sono la mucca, l’asinello, l’angioletto; la tua rinascita nella notte, pargoletto. Non mi sentivo sola, canticchiavo per i piccoli morti osservando dalla finestra sporadici fiocchi di neve sepolti nel vento. La filastrocca era un tintinnio verso una notte antica. La ninna nanna, in fondo,  un incantesimo ancestrale di melodie, strofe, visioni che annusiamo prima di nascere.  La casa era vuota quella mattina, la stufa a legna con il pentolone sul fuoco rosicchiavano l’inverno. Dannazione! stai zitta, dimentica, sei sbilenca nella memoria! hai ragione. Il mio corpo non è fatto per sognare ma quando non riesco a morire[2] mi abbandono ai ricordi. Non se ne è andato quel giorno dalla testa. Ricordo la lama del coltello da cucina, il pentolone, il sugo, la pozione magica, i pastorelli incrociati in paese e la maledizione di quella zingara: ti mariterai, disse, avrai figliolanza ma tutti i tuoi figli moriranno, aggiunse.
Confusione! Ho una voce inascoltabile, stonata. Un procedere senza ritmo nei ricordi. Ma ricordo davvero? Forse fu un sogno, ecco sì, quello è vero: ricordo di aver sognato la mia casa avvolta da un odore nauseabondo di cui non capivo la provenienza. L’odore si faceva sempre più pungente e mentre vagavo in casa cercando di capire da dove provenisse passai davanti la porta della cantina. Fui colpita da alcune parole che uscivano da lì, riconobbi la voce di mia madre, la ninna nanna che mi cantava molti anni fa, prendila con te dolce Madonna cantava, mia madre non mi ha mai desiderata. Dopo quella voce continuai a vagare per casa finendo di fronte a uno specchio, in quel momento capii che l’odore nauseabondo proveniva dal mio corpo, dalle pieghe della pelle avanzavano macchie di muffa, il terrore mi devastò il volto, corsi in bagno per lavarmi, inciampai, sentii la voce della piccola Norma: Mamma, disse.
Caddi volto a terra, sul pavimento insaponato e insanguinato, davanti ai miei occhi si aprì il vuoto e le parole della zingara rimbombavano nella testa come un ritornello ossessivo. Non riuscivo ad alzarmi. La neve scendeva copiosa. In lontananza, dalla finestra, vidi la piccola Norma correre. Quando mi addormento vedo tutti i bambini che ho perso: diciassette gravidanze in tutto, tre aborti spontanei e altre dieci anime morte nella culla[3].
Io e Norma: faccia a faccia, entrambi cadaveri scheletrici che si sorridono in un sogno. Non sono capace di sognare ma sto per toccarle le manine. I suoi occhi; lei che mi indica dove sono gli altri bambini. Vado a giocare con loro dice. Mi sento tranquilla mentre gioca. Proteggi Peppuccio dice. Siamo due corpi e un’anima rispondo[4]. Sta per sorridere ancora una volta quando vedo una donna che mi somiglia, sento un rumore fortissimo che quasi mi fracassa il cranio, riapro gli occhi e sto ancora sognando. Vedo un corteo di piccole bare bianche sprofondare sottoterra.
La voce della cantina è un inno funebre.


[1] Trovo singolarmente interessanti, al fine di studiare il nostro caso, il ciclo di conferenze tenuto da Federico Garcia Lorca fra il 1927 e il 1933 e poi riportate nel volume Las nanas infantiles.  In questo volume il poeta spagnolo definisce le ninne nanne come “madri reverende di tutte le canzoni, il prodotto di voci anonime e lontane nel tempo, giunte a noi attraverso i canali imprevedibili e sotterranei dell’immaginazione”. Lorca inoltre mette in rilievo come la ninna nanna sia il viatico che apre il bambino al sogno, al canto, alla poesia e spesso lo fa richiamando figure inquietanti e spaventose (nelle nenie spagnole spesso compaiono storie di gitane malvagie, tori furiosi e mostri dalle sembianze indefinite). Federico Garica Lorca, Sulle Ninne nanne (Salani Editore)

[2] Dalle testimonianze di una ex guardia carceraria di Reggio Emilia, la signora Olga Riverberi, apprendiamo che la nostra protagonista tentò più volte il suicidio. Così si esprime la Riverberi: “Ricordo i tentativi di suicidio nella primavera del 1941: in questura seppi che aveva ingoiato vetri e spilli”. Fabio Sanvitale e Vincenzo Mastronardi, 2010: Nuove indagini sul mostro (Armando Editore)

[3] Soltanto 4 figli sopravvissero alle travagliate gravidanze della Cianciulli. Nella donna cominciarono a farsi strada pensieri ossessivi: avrebbe fatto sacrifici umani per preservare la vita ai pochi figli che le restavano

[4] Il legame morboso e profondo che legherà questa donna a Peppuccio (il suo figlio prediletto), se da un lato resta comprensibile per la difficile vita di madre, dall’altro supera qualsiasi comprensione umana. Leggendo il Memoriale che ci ha lasciato la donna me ne sono fatto soltanto un’idea vaga che approfondirò con voi nei prossimi racconti.

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