Body rental. Storie in affitto.

Un piovoso giorno d’estate un uomo che viveva a Roma, abbronzato e con una barba incolta, sfruttando un po’ di magone che si portava per la fine del contratto che lo aveva occupato come sistemista per sei mesi, decise che quella sera si sarebbe rilassato con venti sigarette, qualche drink e un po’ di musica. Aveva quasi quarant’anni, era single e le serate con qualche amico al pub lo facevano evadere da quella generazione che avrebbe ignorato la noia del posto fisso. Aveva scelto questo rituale di ritorno momentaneo all’adolescenza, quasi come se fosse una fiaba in cui, evitando di crescere sul serio, non avrebbe rischiato di pensare alla sua condizione di equilibrista sopra un’esistenza in disfacimento come la pelle dei serpenti.

L’uomo si chiamava Giovanni detto Brando, s’era messo a studiare appena sveglio dei manuali in inglese per una certificazione tecnica, aveva cucinato un galletto con degli spinaci, inviato diversi curricula su internet, fatto pesi, whatsappato e, giunta la sera, sarebbe andato al Nowhere Pub. Era annoiato già prima di uscire di casa, triste e un po’ sbruffone come quei bei ragazzoni che non hanno certezze ma conservano un senso etico-estetico e qualche residuo di giovinezza. Arrivò al Nowhere poco prima delle dieci, ebbe la fortuna di trovare il parcheggio lì vicino, passò davanti a una vecchia locandina appesa anch’essa in bilico sul muro ed entrò nel locale. Davanti a lui, leggermente avvampata da una luce al neon si spalancava una sala gremita di gente; avrebbero suonato i Disorder, una band del quartiere devota ai Joy Division, nel frattempo si conversava e si beveva; il DJ passava da Voglio andare ad Alghero, ai brani di Mannarino, ai Pearl Jam; Giovanni detto Brando ordinò un Moscow mule. Sorseggiava il cocktail e anagrammava le parole che lo colpivano; in quel gioco era abbastanza bravo e quelle lettere spostate, decostruite e ricomposte gli davano l’idea di proiettarsi in una realtà diversa, ancora una volta, più sopportabile; Levi’s allora divenne lise e partì l’associazione con le sue camicie che aveva indossato ai primi colloqui; poi gli venne in mente quella rima gozzaniana con Nietzsche, i tempi dell’università, Bice Laurenti e infine si scoprì in un piccolo sorriso quando tornò al suo anagramma iniziale: Levi’s – Elvis: il CD che aveva regalato proprio a quella compagna di studi e che iniziava con Love me tender.

Il Cobrador raggiunse Brando dopo una mezz’oretta, i due si salutarono e si sedettero uno accanto all’altro; davano le spalle al bancone, lo sguardo si incuneava in profondità al centro della pista, i piedi penzolanti dagli alti sgabelli; quando la band salì sul palco, quando le luci si accesero, quando gli amici dei Disorder li accolsero con i soliti piccoli gemiti, al primo accenno di un accordo metallico; il Cobrador fece calare leggermente la t-shirt per scolarsi l’ultima goccia di birra e Brando notò una cicatrice che gli lambiva il collo.

“Quando verrò a trovarti a Parigi mi aspetterai al Montparnasse o ti riserveranno un posto d’onore al Père-Lachais?”,

“Preferisco che la mia pellaccia riposi vicino a quella di Gainsbourg, i pellegrini che visitano la tomba di Jim mi innervosirebbero”, rispose il Cobrador e continuò a guardare fisso davanti a lui; Brando, in fondo, non aveva bisogno di  un racconto dettagliato, sapeva che il suo amico era partito dal sud Italia da almeno cinque anni e del lavoro pericolosissimo che svolgeva in Francia: era una sorta di strozzino al contrario; le aziende o i privati che dovevano ancora incassare diversi soldi, lo chiamavano, lui rispondeva  e partiva alla ricerca dei debitori. Il Cobrador sapeva come farsi pagare, era maestro di arti marziali, non portava con sé nessun tipo di arma; c’erano solo lui e i suoi metodi di convincimento.

La vita del Cobrador a Brando però un po’ lo metteva in ansia; gli voleva bene al suo amico e alla vista di quella cicatrice si allontanò dal locale e si andò a fumare una sigaretta; quell’atteggiamento di scappare, fuggire, estraniarsi ce l’aveva con tutte le sofferenze che si attaccavano alla vita delle persone a cui voleva bene; aveva cominciato con la malattia della madre (non voleva nemmeno sentirne parlare).

Fumata la sigaretta tornò nel locale e trovò il Cobrador al solito posto, intorno a lui c’erano tre ragazze, sembravano sorridere a vicenda, oscillando il corpo a tempo di musica. Il Cobrador presentò le ragazze a Brando, se ne stettero un po’ a parlare della band, del locale e fecero qualche commento scherzoso sul cantante che si atteggiava a fare il Morrison di periferia. Brando era un bel uomo, dimostrava meno anni di quelli che aveva, ma era molto timido con le donne, quasi impacciato, le ragazze erano giovani e carine, meno una. Si azzardò a chiedere: “Venite spesso qui?”.
“Più o meno una volta al mese”
“Volete una birra?”, chiese il Cobrador
“Io no”, rispose Brando, “mangerei però volentieri un cornetto”
“Qui vicino c’è una cornetteria notturna che ne fa di buonissimi e vende anche birre artigianali”, rispose una delle ragazze che si chiamava Luna. Le altre due si chiamavano Sabrina e Chiara. Avevano tutte e tre un bellissimo odore ed erano elegantemente semplici. Brando allora propose di andarsi a prendere un  cornetto, il Cobrador accettò volentieri, le ragazze anche ma lo fecero con l’aria di chi si aggregava solo perché quella serata rock and roll cominciava ad annoiarle.

Brando parlò parecchio con le ragazze che lo ascoltavano tirando fuori, di tanto in tanto, lo smartphone. Il Cobrador prese la sua birra ma alla fine mangiò anche un cornetto; anche le ragazze ne mangiarono e Brando notò, che lo facevano con gesti piccoli ed eleganti mentre il suo amico quasi tracannava la birra e si ingozzava con i dolci. Le ragazze avevano un posto manageriale all’interno della stessa azienda; Brando questa cosa l’aveva capita semplicemente osservandole; Luna e Sabrina erano amiche fin dai tempi del liceo mentre Francesca era la più vecchia delle tre. Sabrina non era proprio una “cozza” ma a Brando piaceva Luna, era così sorridente che la sua gioia di vivere sembrava quasi uscirle fuori.

Dopo la birra, i cornetti, le chiacchiere, tornarono a piedi al Nowhere. I ragazzi si scambiarono l’amicizia su Facebook e i numeri di telefono; Luna allora disse di voler offrire a tutti un’ultima bevuta in onore della serata piacevole che avevano passato; Brando e il Cobrador presero un Southern Comfort, i Disorder avevano smesso di suonare ed era ripartito il DJ Set mentre la gente cominciava a sfollare dal locale. Dopo quella bevuta si salutarono; Brando tornò a casa e dormì. Prese sonno tardi, a dire il vero, perché nonostante fosse già mattina, un tamarro che abitava nel suo stesso isolato cominciò a farsi i giri in macchina con l’autoradio “a palla” da cui usciva musica dance. Alla fine però vinse il sonno.

Brando fu svegliato dalla telefonata del Cobrador:
“Devo partire Brando, ieri mi ha fatto piacere rivederti”
“Anche a me” ripose,  poi si ricordò della ferita sul collo e gli disse di stare attento.
“Non preoccuparti: ho la pellaccia dura”
“Lo so, ma vedi di non finirmi scuoiato”
“Ci vediamo presto”

Brando riattaccò, mandò un Whatsapp con il buongiorno a Luna e si infilò in doccia. L’acqua fresca lo rinvigoriva, mise i REM su Spotify, fumò una sigaretta e ricevette uno smile da Luna; dopo un po’ di chat si misero d’accordo per mangiarsi una carbonara; la scelta del posto fu un po’ difficile, dapprima pensarono al Ghetto, ma poi declinarono perché quello era posto da carciofi e locali per turisti; alla fine scelsero una piccola trattoria a Prati che conosceva Luna e che non era molto distante da dove viveva. Brando decise di raggiungerla in autobus, uscì di casa e si diresse verso la fermata del 628. Durante il viaggio, pensò che a lui Luna piaceva davvero tanto, avrebbe dovuto studiare o inviare altri curricula e invece i suoi pensieri sembravano muoversi solo in direzione della ragazza, aveva voglia di passare più tempo possibile con lei e già pensava al dopo pranzo, cercando di sbirciare dai finestrini dell’autobus, all’altezza di Torre Argentina, se ci fosse uno spettacolo che potevano vedere insieme; pensò a lei, al suo sorriso, al suo profumo, durante tutto il viaggio.

Arrivato a Piazza Mazzini scese dall’autobus, aveva circa 500 metri dal luogo dell’appuntamento, era maledettamente in anticipo, si disse che andava bene così, l’ansia lo portò a fumarsi tre, quattro sigarette nel giro di una decina di minuti, camminava avanti e indietro e quando capitava una vetrina riflettente ci si specchiava, sistemandosi la camicia o spicciandosi i capelli alla bene e meglio. Luna giunse quasi puntuale all’appuntamento; Brando la riconobbe dal sorriso. Arrivarono al ristorante e ordinarono lui una carbonara, lei una cacio e pepe, dell’acqua minerale e mezzo litro di bianco della casa. Lo inteneriva la semplicità della ragazza; lei invece sembrava più femmina di quanto desse a mostrare, si appassionava e chiacchierava coinvolta ma a tratti sembrava sparire, certe volte anzi dava l’idea di aver accettato l’invito solo perché non avesse nient’altro da fare; quando Brando gli propose di andare a vedere uno spettacolo all’Argentina, Luna le disse che purtroppo si era già organizzata il pomeriggio con Sabrina e altri amici. Brando e Luna si vedettero diverse volte nei giorni a seguire, molto spesso lui l’andava a prendere in macchina e la portava al ristorante, al cinema, al teatro; alcune sere restavano a casa da lui insieme agli amici di lei e lui aveva piacere nel cucinare e fare gli onori di casa; arrivò anche la festa di San Pietro e Paolo e tutta la comitiva andò a mangiarsi le noccioline e a guardare i fuochi di artificio. Brando era timido e non aveva detto niente del suo interesse per Luna ma la ragazza lo aveva capito, si avvicinava e si allontanava da Brando quasi a farlo apposta.

L’8 di Agosto Luna gli disse che sarebbe andata a Potenza a trovare i genitori; dicendogli queste cose gli sfiorò le mani e gli baciò le labbra. Luna sarebbe partita l’indomani al mattino ma sul volto di Brando, per qualche secondo, splendeva il sorriso della ragazza; la sera si chiuse e Brando restò da solo, senza ancora un lavoro, in una città che giorno, dopo giorno si svuotava. Passava il tempo, il sole bruciava e Brando studiava e inviava curricula. Luna gli mancava al petto e alle mani e, per giunta, nessuna azienda si faceva sentire. Un mattino si decise e si mise in viaggio per Potenza, in fondo ci volevano solo quasi quattro ore di viaggio e Roma era vuota e lui aveva messo da parte ancora qualche centinaia di euro con cui poteva sostenersi durante il viaggio. L’avrebbe sorpresa, nella sua stessa città, sapeva che abitava in centro e che la sera intorno alle 21 e 30 amava farsi una passeggiata da sola. Viaggiò tutto il tempo immaginando quale colore potesse avere la pelle nascosta di Luna, come sarebbero stati i suoi occhi quando faceva l’amore; aveva l’umore a mille e si sarebbe nascosto per ore in un paese sconosciuto, fino al calare del sole, come i vampiri romantici e le storie di tanto tempo fa.

Quando arrivarono le 21 e 30 Brando uscì come si era proposto, quel piccolo paese di provincia gli sembrava il palco di una grande storia d’amore, occhi sconosciuti facevano avanti e indietro per il corso; oramai quasi vicino alla piazza principale lanciò lo sguardo in lontananza e riconobbe il piccolissimo vestito giallo senape di Luna, in un secondo il cuore gli partì a mille, ma quasi per esplodergli dal petto, Luna teneva mano nella mano un ragazzo nerovestito, di tanto in tanto si fermava e gli baciava il collo; Brando allora furtivamente svoltò in un vicolo quasi a scomparire, avrebbe voluto lanciarsi di corsa da un dirupo; a un certo punto però il suo smartphone cominciò a suonare:

“E’ il signor Giovanni Brandolotti?… Salve e mi scusi se chiamo a quest’ora, rappresento l’azienda X Informatica. Abbiamo ricevuto il suo curricula su Monster e saremmo interessati a un colloquio. Può presentarsi Lunedì mattina in via Ojetti, la commessa è per un importantissimo cliente, offriamo contratto a Partita IVA e la visibilità del lavoro dovrebbe durare 45 giorni all’inizio con ottime possibilità di rinnovo”

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