Quella parte di Facebook che ha paura degli immigrati

Qualche giorno fa ho pubblicato un racconto: una semplice storia del viaggio dei migranti dell’Africa nera. Il post, pubblicizzato su Facebook a mie spese, per vedere un po’ come veniva percepito dalla gente ha avuto diversi apprezzamenti ma, soprattutto fra i commenti, si è scatenato l’odio più profondo – questo il post su Facebook  -. L’accusa principale mossa al post può suonare più o meno così: “pensiamo prima ai nostri poveri, gli altri per quanto mi riguarda sono solo dei parassiti, vengono a rubarci il lavoro, non hanno voglia di fare niente” e tante altre amenità del genere. Chi sono gli altri in questione? Gente che non ha una vita nelle terre dove vive (tipo il Sudan o l’Egitto, l’Eritra, la Nigeria, il Senegal e via discorrendo); chi ha paura di questi profughi? I nostri connazionali, viene quasi da pensare che questa paura, attinga le proprie radici ad una bassa autostima dei difensori della patria, oltre che alla paura reale di non farcela – anche quando i profughi che vengono da noi sono spesso costretti a vivere nell’ombra o sono retaggio di bande criminali -. Spesso si legge che i profughi sarebbero qui a spese nostre, che vivano in non so quali resort e che siamo noi a pagargli tutto. Inutile dire che, come nei casi precedenti, documentare notizie fondate che smentiscano queste illazioni è un gioco da ragazzi, eppure queste storie si espandono a macchia d’olio. Ad espanderle sono spesso siti web la cui violenza è spesso stata bannata anche da Facebook o di dubbia appartenenza. Internet e Facebook, poi, sono una cassa di risonanza molto forte che fa da valvola di sfogo per queste persone, ed è così che un semplice post venga preso d’assalto; un post che è poi solo un racconto di letteratura impegnata: grande detonatore da sempre la letteratura. I racconti scavano negli archetipi della gente.

Q: scrittura di una lettura

«Ieri ho domandato a un pargolo di cinque anni chi fosse Gesù. Sapete cosa ha risposto? Una statua»
(Bernhard Rothmann)

Q è arrivato tardi nella mia libreria. Era il 2013 – o il 2014 – gli eventi di quel periodo cominciavano a confondermi non poco. La storia con la mia compagna era durata sei anni, di cui due di convivenza, ma il nostro rapporto vacillava tremando sulle piccole cose. La storia era macchiata, di lì a poco l’avrei persa, lo stesso stava accadendo per il lavoro e, in un certo senso, anche il rapporto con il mio paese di nascita stava subendo una frattura. In questi momenti ci si può abbandonare alla disperazione o provare a reagire; cominciai ad inviare CV per un nuovo lavoro, mi misi alla ricerca di una sistemazione e mi riproposi però anche di ridare vita alle mie passioni, una su tutte: la scrittura.

Q mi sembrava un mattone, lo ammetto, ma cominciava a riecheggiare nelle mie orecchie, perché una sera di tanti anni prima, durante un corso di teatro in un paesino di provincia, un attore che recitava con me ne aveva letto un pezzo. Quel brano mi impressionò subito ma passò molto tempo prima che mi decidessi ad acquistarlo. L’inizio fu ostico, “l’occhio di Carafa”, chi? E poi quel nome strambo dell’antagonista: Q; cosa!? E poi il protagonista come diavolo si chiamava? In quelle prime battute, sembrava che l’intrigo del libro collimasse con quella mia situazione poco chiara. Nel romanzo però c’era anche una forza, mano a mano che leggevo dei protagonisti, il modo di narrare degli autori che intrecciava le storie raccontate con la storia del mondo, quel modo di parlare in prima persona, con empatia, senza quell’aria da intellettuali cinici e distaccati che un po’ ironizzano, un po’ polemizzano – con il piglio di chi sta sempre lì a sposarsi una posa -, ecco… quelle cose lì, cominciavano a coinvolgermi. Il processo di lettura di quel romanzo avvenne allo stesso modo di un’altra narrazione definitiva che avevo letto anni prima, il Pendolo di Focault, dove con Wikipedia a portata di mano approfondivo ora la figura di Jacque de Molay, ora quella della Cabala; allo stesso modo facevo con Melantone, Ottilie e, soprattutto, magister Thomas. Non so se fra il Pendolo di Eco e Q vi siano veramente delle analogie, mi piace però pensare che quel modo di leggere, quei collegamenti ipertestuali, in fondo, collimavano in entrambi i romanzi. Luther Blisset è un progetto che deve molto alla globalità e al web e allo stesso modo il libro di Eco sembrava un ipertesto che mi riportava a Mallarmé, con quel modo di tracciare collegamenti tra il tempo e lo spazio, dalle cattedrali alle spine del mondo, dalle vicende che si spostavano dal mondo dei templari, all’era post-bellica agli albori della civiltà digitale. Tornando a Q e a quei giorni disastrati, l’epica del romanzo – quella che più tardi Wu Ming 1, nella sua definizione del NIE, tracciava come New Italian Epic -, la facevo sempre più mia. Un tipo di lettura del genere rischierebbe di essere ridotta alla stregua di un self-help se la si fa troppo personale, per fortuna però, oltre ad un ritorno adolescenziale che mi faceva balenare l’idea di tatuarmi il grido “omnia sunt communia” o la promessa che avrei trovato un nuovo lavoro e che quella non poteva essere la mia Frankenhausen, non ho mai abbandonato la letterarietà di quel romanzo. Quando arrivò la fine della rivolta dei contadini, quando Q mise appunto il suo primo piano di sabotaggio, io un lavoro nuovo l’avevo trovato e anche il romanzo si faceva più chiaro: aveva un nuovo protagonista, un nuovo periodo storico, nuove vicende da narrare. Chi ha frequentato internet prima di Facebook, potrà ricordarsi che a un certo punto, su molti forum, cominciava a comparire un nickname nuovo, era una sorta di subcomandante Marcos del popolo virtuale era Gert dal Pozzo. Chi ha letto Q non può non aver amato Gert: un personaggio letterario rivoluzionario arrivato in un’epoca in cui la rivoluzione non sembrava più possibile. A dire il vero, quell’istanza idealista poteva sembrare assurda solo ad un occhio distratto. Q esce nel 1999 e, a Seattle, proprio nel dicembre di quell’anno nasce il movimento No-Global. Devo essere sincero, quando ho sentito parlare per la prima volta del popolo di Seattle ero uno studente universitario molto idealista e poco speranzoso verso la mia generazione, quando venni a conoscenza delle istanze che giovani come me stavano attuando dall’altra parte del mondo mi brillarono gli occhi. La rivoluzione giungeva dall’altro mondo e, Gert dal Pozzo, arrivava a Munster per combattere con i suoi abitanti ad un sogno di libertà, mi si conceda il termine “comunismo” e speranza. Il sogno diventerà un incubo, Munster verrà tradita, Q avrà creato il suo secondo sabotaggio, i cattolici e i luterani si riprenderanno la città. Tutto è finito anche perché  i liberatori si sono trasformati in tiranni e Gert è costretto a lasciare Munster. Gert finirà come un animale braccato nei boschi e nei confini di Munster, si arruolerà con Jan di Batenburg – un uomo che sembra l’incarnazione della violenza e del sangue che sgorga putrefatto dalla ferita di un incubosogno -. Scapperà dalla crudeltà il capitano Gert dal Pozzo e cambierà nome, identità, ma non smetterà mai né di battersi per un sogno. Durante il racconto diventerà Tiziano, Ludovico, Ismaele e tutti i suoi piani saranno sabotati da Q, la spia, con quel suo nome che ricorda il Qoelet biblico. Alla fine ci sarà la resa dei conti, girovagando per mezza europa, la battaglia epica – sia mia che dal protagonista avranno il suo finale, altre pagine ci saranno se sarà lieto o meno -. Il resto della storia, ovviamente, continua e si sdipana lungo i moti del tempo.