Il viaggio degli angeli caduti

Chiara e l’alba, c’era da fare la colazione per i figli: un pentolino di latte di Lidl ché c’è crisi, cornetti, marmellata d’arance e la moka. Chiara Grande sognava una colazione al bar, come quella del sabato: invece niente. Si doveva risparmiare, certo se avessero vinto al SuperEnalotto allora sì!  E invece no, c’era da svegliarsi alle 5 e fare presto:  “A questo punto tanto vale prendere il Galaxy mentre la moka è sul fuoco”, si disse, “e vedere chi c’è su Facebook, postare il link di zia, che lo aveva condiviso a sua volta da Lamberto Paoli, che lo aveva preso direttamente da quel politico che, incazzatissimo, postava: vi piacerebbe una vacanza in un resort con pista da sci, piscina, solarium? Basta essere PRESUNTI PROFUGHI…

“Che schifo!”, pensò Chiara: “Dove siamo finiti!”, si disse, e condivise quel post; come darle torto, ci si fa il culo e queste scimmie con i burkini ci inquinano! AM-MAZ-ZA-NO! E noi? Con le nostre tasse gli dovremmo pagare la vacanza? Ma che ne sanno loro dei sacrifici che facciamo per mandare i figli all’università, in palestra, in Erasmus! Finì di preparare la colazione, si vestì, prese la macchina e guidò verso l’aeroporto di Caselle, dopo circa 10 km, lungo una strada a strapiombo sulla costiera ligure (perpendicolarmente in linea gravitazionale), su un incavo roccioso,  Chiara Grande sfrecciò via, inconsapevole, sopra  la grotta dove si nascondeva Abedì Pelé.

Abedì Pelé: 20 anni e un gelido agosto dentro. Si chiamava così perché quella notte, fra le onde del Mediterraneo, l’Etiope gli aveva chiesto: “Che nome avrai in Italia?”
“Il mio, J…”, gli aveva risposto; poi diverse risate: “Nessuno fa questo viaggio e conserva il nome”, disse l’Etiope, “visto che su questo gommone ci sono almeno 100 Mohammed Alì”… “101!”, urlò qualcuno sorridendo in un angolo su quella vecchia carretta inzuppata di gente. “Ecco… Vedi? Ti chiamerai Abedì Pelé!”
Quando ripensava a quel momento Abedì si sentiva nell’unico posto sicuro: era la sua buona notte. Ora il sole  lo gelava, due agenti di polizia gli stavano di fronte, lui, in quella grotta si sentiva un leone senza ruggito: “What’s your name?”, gli chiese uno dei due agenti; il ragazzo gli disse il nome e l’altro allora sorrise, ribattendo: “solo oggi, fra Ventimiglia e dintorni, abbiamo trovato Weah, Angloma ed Abedì Pelé, se ce li teniamo vinciamo l’Europa League; procedi con la solita solfa, chiedigli i documenti”. Provateci voi ad averceli i documenti quando sul vostro passaporto dovrebbe esserci scritto Eritrea. Se nascete in quel posto sarete in guerra a tempo indeterminato, l’unica salvezza che vi rimane è scappare, correre nel deserto più veloce del sole, perché quelli sono raggi che potrebbero carbonizzarvi, come è accaduto a Kidane, 18 anni, cugino di Abedì, preso e spedito a marcire in prigione, dormendo per terra in una cella talmente affollata che la carretta del mare degli scafisti è un transatlantico. Se tutto questo non bastasse sappiate che Kidane, a turno con gli altri detenuti, viene legato mani e piedi e bruciato al sole: ore, giorni. La notte, se sei uomo le guardie carcerarie ti picchiano sulla schiena con spranghe di ferro; se sei donna ti picchiano anche solo se non accetti il loro cazzo. L’unica salvezza è il viaggio, pensava sempre Abedì, l’unico incubo è il viaggio.

Il confine delle persone come Abedì è una linea che taglia in due l’inferno: da una parte l’Eritrea, poi il Sudan, al suo fianco un muro di 230 km costruito da Israele per lasciare le anime fuori dalla Promessa. Arrivò a Kassala, in Sudan, mangiando sabbia. Lo presero i poliziotti mentre dormiva in una grotta nel deserto. Lo spedirono in un campo profughi, un altro poliziotto lo vendette ad un mercante di anime e partirono con lo stomaco corroso dalla fame: destinazione Sinai, davanti al sogno più bello di tutti: il Mediterraneo.

La cosa più bella del mare, per quei ragazzi, era l’orizzonte. In un punto così lontano dove il sole danza non può mancare la  luce. Tra quel miraggio e la realtà invece vi erano le urla di Sarah, una perla d’ebano violentata tutte le notti, lasciando il telefono acceso così che i parenti potessero sentire il suo dolore e pagarle il viaggio. O la sofferenza di Alì, le cui ossa si frantumavano sotto le scudisciate dei mercanti di anime, sempre con il telefono acceso, sempre per quella cosa del riscatto. Se i parenti non avessero pagato quelle cifre potevi attraversare il mare vendendo i tuoi organi al mercato nero. “Una soluzione si trova”, dicevano gli assassini

Il resto è una grotta della costiera ligure abbandonata da poco. Una nuvola impenetrabile che avvolge il confine fra Italia e Francia. È il 24 di agosto del 2016, prima della notte che avrebbe spaccato il centro dell’Italia. Alcuni dicono che i tanti Weah, Angloma, Abedì insieme alle centinaia di Mohammed Alì, siano stati presi e condotti su un aereo, a Malpensa, anzi no a Caselle, nello stesso posto dove lavora Chiara Grande; destinazione Kathmandu, Sudan, rimpatriati all’inferno; altri invece dicono che non è vero, che noi a quella gente gli paghiamo la vacanza. Il sole continuerà a sorgere dal mare, Kidane è una bandiera di ossa consunte dai suoi raggi.

 

Cum Nimis Absurdum – parte prima –

Lu rusciu de lu mare (o del vuoto generazionale)

La notte, in questo lembo fra la campagna e il mare, c’è un angolo in cui svaniscono – anche solo per un istante -, i falò incendiari del ferragosto, la porno-pizzica bagnata all’angolo dei vecchi borghi, il suono rutilante dei tamburelli o dell’odore dei pezzetti di cavallo o delle viscere. La notte, in un preciso particolare momento di ispirazione, puoi trovare qui il tuo angolo dove giocare anarchicamente con le sensazioni: dipingendo con un colore il profumo, ritrovando l’odore nel tatto o l’udito nella vista della schiuma delle onde del mare. Sono momenti che non ti danno nemmeno le canne, forse il sesso, l’amore, quello stato di abbandono e di trance con le tue emozioni del tuo corpo nell’universo empatico delle emozioni del corpo dell’altro… Forse può qualcosa l’arte, come fa il poeta nei lunghi periodi, annodati, parole su parole quasi alla ricerca di un momento di estraniazione, che però se non sei bravo si inceppa, finisce per suonare male, si aggroviglia come un’espressione algebrica persa fra parentesi e parentesi, tante, troppe, da rimanerci intrappolati, ghettizzati e allora devi essere bravo per deframmentare, scomporre, cercando di dare nuove forme, nuovi volti, come faceva quell’artista spagnolo che solo dopo aver scoperto le minuziose linee della pittura classica poteva rompere con le tradizione; come faceva quello che portava il mio stesso nome, ovvero io avevo un soprannome uguale: Picasso. Chiamatemi Picasso.

Arriviamo in Salento e prendiamo in affitto una casa zona Torre Pali. Staremo quindici giorni. Giorgia dice che abbiamo tutto quello che ci serve: “pesce fresco a nastro, pizzica, pizzica, pizzica, una tele per Rio 2016 e tutte le prese che vogliamo per gli smartphone”. Giorgia dice anche che tanto Picasso non sarà contento, ma mica me lo dice a me; no! Lo posta su facebook: la mia felicità è una glossa a margine di un selfie estivo con un libro di storia moderna in mano.
La prima mattina siamo andati in spiaggia con la decapottabile del figlio del Doc: un regalo del papà per la laurea in Scienze politiche. Allunghiamo verso San Foca per una colazione a frutti di mare, in quei pochi secondi concessi alla radio era partita la canzone di Rovazzi, il figlio dell’Avvo ha detto di togliere quella monnezza, ci siamo fatti il viaggio a suono di punk rock, reggae e trip hop, ma ho avuto l’impressione che l’andare a comandare ci fosse rimasto appiccicato addosso, aveva perso la spontaneità di quella cantata da un ragazzino rapper e si era trasformato in qualcosa per quarantenni che sorseggiavano Negramaro, sfoggiavano Fred Perry, sfruculiavano molluschi e frutti di mare.
Eravamo i figli dei ricchi, senza nessun lavoro però – se non quello ereditato dal mestiere dei genitori -, senza nessuna casa però… Eravamo quasi tutti comunisti però…
La cosa cominciava a prudermi. A un primo sguardo superficiale potevo sembrare uno snob del cazzo. La verità è che non sto bene. Ho quarant’anni, non venti e questo divertirsi a forza mi deprime, più sorrido perché c’è da farlo e più mi vengono manie suicide: più faccio fatica di restare negli eventi che contano, ascoltando la musica che conta, a rimorchiarmi più tipe possibile e più mi viene il vomito. Mi chiamano Picasso per i miei lineamenti sgangherati, la faccia a incudine ma io vorrei trovarmi a un altro soprannome. Mi piace molto Underdog, suona bene tipo Loser ma non è inflazionato, devo allontanarmi dai miei amici, questa mania di essere smart mi fa sembrare un deficiente e tali mi sembrano pure loro, i miei amici, quando lo fanno. Oggi il figlio dell’Avvo per far ridere le ragazze ha preso in giro un ragazzo sensibile, facendo così si sente una star, a me mi sembrava Bonolis che scherzava con persone senza un minimo di sensibilità.
Basta. Ho individuato a pochi passi dall’appartamento un piccolo bar vicino al mare. Ha una luce sempre accesa e un tavolino, andrò lì con il mio libro di storia e una stuoia. Sembra la notte buona per il silenzio….

… continua …

Breve memoriale di un condannato al patibolo [Jan Van Batenburg]

Salire al patibolo e sentire il tuo odore che marcisce sottoterra. Un condannato a morte è un poeta, scalino, dopo scalino, con le tue ombre e i tuoi fantasmi che stavolta hanno vinto, ti stringono i polsi, ti segano la pelle, bruciano sotto le tue ferite. Sei stato schiacciato dai tuoi incubi, Jan, ed ora ti aspettano. La verità è che se c’è vita dopo la morte, sta nel disgregarsi del tuo corpo ricoperto dal suolo, diventerai concime – merda -, oppure le tracce di te se le porteranno nel ventre i vermi che si sono cibati della tua decomposizione. Jan di Batenburg, anabattista, hai ammazzato, stuprato, versato sangue ed ora, questo pubblico non vede l’ora di vederti penzolare e benedire la tua carcassa con un segno della croce. La verità è che non c’è croce. Ho ammazzato in nome di Dio solo per essere nato dalla parte sbagliata del mondo. Lutero, le gilde tedesche, Papa Paolo III – che è più potente del re di Inghilterra -, non hanno bisogno di sporcare le loro lame con il sangue; non hanno bisogno di portarla una spada: loro hanno il mondo e nessuno potrà giammai levarglielo di mano. Io ho sgozzato gente, tre anni fa, nel monastero di Oldeklooster, correva l’anno 1535. Di lì, in poi, per tre anni, io e i miei pezzenti vivemmo come lupi nei boschi. Sul corpo, tatuata, la spada che avrebbe ammazzato tutti coloro che si sarebbero opposti alla nostra religione. Ricordo il rumore del ferro e del fiotto di sangue, l’agonia negli occhi di tutti coloro che non volevano appartenere alla nostra Gerusalemme, al mio regno. Jan Matthys, Jan di Leida, Knipperdolling, Hans Krechting sono tutti nomi che avremmo vendicato. Tutte le urla dei ribelli: attaccati ad un palo con un collare di ferro, straziati per un ora con pinze incandescenti e uccisi con un colpo di daga al cuore dovevano essere vendicati. Tutte le gocce di sole che avrebbero bruciato il corpo esposto nelle gabbie della cattedrale di San Lamberto, sarebbero state vendicate. La gente di Münster non guarda più il cielo perché quelle gabbie con i loro corpi a marcire restano ancora appesi davanti alla cattedrale. E solo Dio sa ancora per quanto tempo. Ma non c’è più tempo per Dio, i miei attimi si sgretolano ma questa agonia sembra durare un’eternità. Ammazzeranno Jan di Batenburg, ma presto ci saranno i batenburghesi e poi ancora altri ed altri, fino forse alla fine di questo mondo, si esalteranno credendosi nuovi profeti ma ciò che vorranno è solo un regno perché la vita li ha messi nella parte sbagliata del mondo (o forse come nel mio caso di nobile ad un passo dal potere ma mai troppo potente per poter dominare). Ecco. Sputo. Una guardia mi colpisce e cado a terra, la gente urla contenta per il gesto della guardia, mi alzo, li guardo, zittiscono, qualcuno mi lega una corda al collo. Jan di Batenburg, figlio illegittimo di un nobile di Gelderland, sindaco di Overijssel, nuovo David, catturato a Villvoorde nel 1538, sta per morire, altri seguiranno il suo esempio, perché a nessuno serve il regno dei cieli ma tutti bramano una corona in terra.