Boule de neige

Disse che finalmente potevano uscire. Aveva smesso di nevicare da giorni e si recò a svegliare i piccoli Gustav e Serena. I bambini aprirono gli occhi e videro il suo volto dai lineamenti così femminili, reso brillante da un sorriso. “Bambini” disse, e gli occhi dei piccoli brillarono come l’impercettibile suono di un uccello in volo… “Bambini, presto! E’ da un po’ che non nevica, finalmente possiamo andar via, vostro padre ci aspetta. E’ bellissimo, si è messo l’abito buono, sembra un principe, un mago”.

“Assaggerò la neve!”, urlò Gustav. “Sposerò papà!”, disse Serena e poi raccontò che gli fece la linguaccia alla madre, la quale le rimandò, complice, un divertente sbigottimento per poi dirle che lo avrebbe dovuto prendere tutto intero, quel principe, comprese le mutande da lavare.

Intanto sulla scala a chiocciola, cominciarono a salire, lenti e pesanti i passi del padre, la madre e i tre bambini, giocavano, guardavano fuori; Gustav saltellava tutto contento sopra il letto e rideva, intanto i passi del padre salivano per la scala, sempre più pesanti e profondi. Fino a che si sentì un click. Lei raccontò di come restò immobile, di come i bambini le andarono vicino e si fecero abbracciare dalla madre. Provarono ad uscire dalla stanza ma la porta era chiusa. Sentirono il padre singhiozzare dietro la porta. Finché, ad un tratto, si udì un gran baccano, un forte tremore, la terra sembrava spaccarsi, caddero le sedie, l’armadio, la neve cominciò a riprendere in maniera copiosa. Disse che fu proprio in quel momento che sentirono la piccola Clara, la bambina che viveva con loro strillare, quasi cantilenando, contro i genitori: “Non voglio i broccoli, non voglio i broccoli, non voglio i broccoli”. Finito quel trambusto, il padre riaprì la stanza, era tutto sottosopra, la neve infuriava fuori la finestra. A quel punto lei disse che stettero tutti e quattro abbracciati, il padre guardò fuori e accarezzò i piccoli e disse: “Non siamo fatti per il mondo reale, viviamo in una palla con la neve dentro che gli umani incuranti scuotono, un po’ per capriccio, un po’ per gioco, un po’ perché non lo so, ma si divertono, quando vogliono, a rovesciare i nostri destini”.

Ascoltavo il racconto di Carla, come facevo ogni settimana da quando era stata in cura presso il nostro ospedale. Anche quella volta mi guardò con gli occhi lucidi e mi disse con un filo di voce: “Dottore…”, ebbi profonda compassione per lei, i cui sensi di colpa per non essere stata a casa durante quel giorno, in cui il terremoto seppellì la sua intera famiglia, le fecero ingaggiare una lotta mostruosamente fantasiosa per liberarsi dalla realtà.