La mula di Parenzo

“Miech! Micheze! Fémo tardi! Fémo tardi!”
“Oh Jacheze, questo tempo non smette mai!” e con la solita scenetta, il solito giro di boa, Miech e Jakec (o Micheze e Jacheze come si chiamano fra di loro), se ne uscivano dalla torre campanaria del Municipio, facevano la loro passeggiatina da statuette di bronzo e giù! via! Doi colpi di martel alla campana e Trieste e l’Adriatico, il porto, il mare e dall’altra parte della città, su un autobus che si affacciava sul Golfo dove stavo seduto io, fra puzze di grappin evaporanti e puzzette varie, tutta quella terra si ricordava che esisteva. Il problema a Trieste non era il tempo però ma lo spazio. Da sempre ci abitavano i Visicic slavi, i Wursltemberg tedeschi, gli Schiavoni, i Veneziani, le belle mule, gli istriani che prima erano italia e ora non xè più, i matti e Nonno Fischio che saliva sull’autobus vestito ancora da marinaio, si sedeva davanti al mona di turno e gli raccontava sempre e sempre la solita storia che più o meno fa così.
“No xè più come un tempo, no!”. L’inizio era quello, tipo il C’era una volta che ti aspetti nelle fiabe, insomma, una cosa che si deve rispettare, perché quella storia lì, raccontava di una canzone popolare di cui poi attaccava più o meno, in prima persona, in questo modo:
“La mula de Parenzoooo gà messo su botegaaaa….”
“La cognossi questa, John”, gli disse Nonno Fischio (che nel frattempo era immerso nei ricordi) rivolgendosi a quello che lui considerava uno scaricatore di porto che arrivava dall’Inghilterra per scaricare nessuno sapeva cosa e nessuno sapeva dove
“Whats?” rispondeva quello e il nonno sempre allo stesso modo ma con l’aspetto da figon, bagnato dal sole del mare gli diceva che si chiamava “Walt! Walt! non Uòzz!”. Poi Rudy e quel gran mona di Sbrodolòn, prima si mettevano a ridere e poi gli chiedevano al nonno: “Che la vendeva? Che la vendeva?”
“Chi? la mula? Tutto! Tutto! Tutto la vendeva: prezzi bòni!”, e infine tutti quanti con Giòn che non capiva niente, si mettevamo a cantare quella storia della mula di Parenzo che tutto la vendeva e che tutto la vendeva e che il Nonno aveva sentito fischiettare dagli Schiavoni mariani de Venèsia che eran venuti a portar non so che e non so ben dove.
A un certo punto però, mentre il coro del Nonno e degli scaricatori, si era interrotto per fare un sorso di grappa al mirtillo che avvampa le vene sul naso, si sentì la voce di Paolin il pesciarolo che li aveva sentiti cantare e che cominciò ad urlare “non aveva il bacalà! Non aveva il bacalà! Dannato mare, perché non m’ami più?”. Nonno fischio allora pensò che in fondo ci poteva stare che la ragazza di Parenzo che vendeva tutto a prezzi boni non g’avesse il bacalà e visto che l’era bona per essere bona, pensò che il bacalà gliel’avesse potuto portare lui e allora tutti cantarono di nuovo: “La mula de Parenzo / gà messo su botega / de tutto la vendeva / fòra che il bacalà / perché non m’ami più?”. Per un po’ di tempo quella storia finì così e allora Nonno fischio scese dall’autobus, ma quel giorno, voltandosi vide un piccoletto che in bicicletta e con un giornale dietro la bici, pedalava come un indemoniato verso piazza Garibaldi. “Ah! Che ricordi”, pensò, e pensando e ripensando, gli venne in mente il giovane Karl-Gustav-Bicichlettansen che gli amichetti chiamavano KGB per risparmiare tempo e che era stato campione di ciclismo per ben 88 volte nella corsa ciclistica Trieste-Muggia. KGB era un portento, lineamenti asburgici, furbizia slava, rigore sovietico, cazzimma napoletana. I maligni pensavano che quelle gare KGB le vinceva perché la organizzava suo padre che si chiamava V (ma che i suoi amici per assaporare di più quel nome bellissimo chiamavano Vattelapeschen Gustav Karl Biclettonen). V, secondo alcuni, faceva gareggiare il figlio contro tutti gli storpi e quelli che si credevano Napoleone al manicomio di Domio, ma in verità Nonno Fischio lo sapeva: KGB vinceva perché prima di ogni gara faceva scorpacciate di fagioli con le luganiche e allora con i piedi dava gas e con il culo pure e con la voce cantava pure una marcetta tipo Radetzky di quelle che si sentivano a Piazza Garibaldi. Pronti, partenza, via e già alla prima curva sul lungo mare di Sistiana erano già tutti carbonizzati da quella nube tossica che si era alzata per via dei fagioli con luganica serviti dall’osteria della signora Marietta.

Nonno Fischio si commosse: una roba leggendaria tanto che a quella canzone della Mula di Parenzo ci andò a finire sana, sana la canzone tipo marcetta austriaca che cantava KGB: “Me piasi i bisi con le luganiche, Marietta damene per carità!”.

Da lì in poi, Nonno Fischio, quella storia di quella canzone non la racconta più: sale le scalette della piccola osmilza in centro (per chi non la conoscesse quella è un’osteria veramente di basso borgo) e si ordina le sue grappe, i vinelli e si guarda i quadri con il mare e si tiene stretta una cartolina che gli hanno spedito da Parenzo.

Ogni storia popolare, però, è una storia di tutti e allora si narra che a un certo punto agli americani quella cosa di KGB non gli piaceva proprio e allora via, raus! Censura, niente bisi, molto meglio i veneziani bigoli con la salsiccia luganega e quella storia cambiò, ma non fu l’unico cambiamento, di lì a poco divenne na Cambogia. C’era a chi piaceva la mula bionda e allora ci mise una tinta, chi voleva la polenta, chi invece la preferiva bruna e aveva per moglie una serva. Addirittura quella canzone che partiva dalla Trieste degli austriaci fino agli anni 20 del 1900 ancora la cantavano e la modificavano, perché le canzoni popolari sono come le leggende e tutto resta uguale anche se tutto cambia. Ogni autobus, un Nonno Fischio che sale e conta lu cunto della storia di Parenzo e di KGB, ogni autobus un mona, poi un’osmilza, Wurlstemberg che non capisce niente e allora prende quella storia e la modifica, tutti, gli americani ogni quarto d’ora, Micheze e Jacheze… Femo tardi! Femo tardi! Le statue di bronzo e i rintocchi da Piazza Unità.

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