Il treno per Nowhere (this must be the place)

“Chi sa dov’è che vanno i sogni degli altri?”, mi chiesi pensando a voce flebile, mentre guardavo le persone che riposavano su quei sedili impolverati e pieni di riflessi di paesaggi, tratteggiati, che affioravano dal finestrino. “Nessuno lo sa”, mi risposi, forse nemmeno io ne so dei miei, così come loro non sanno niente dei loro.

Il treno per Nowhere non aveva portato ritardo, c’eravamo in centinaia lì sopra. Se uno si fa fottere dal nome della destinazione pensa che eravamo tutti artisti, o filosofi o poeti e, invece ogni giorno per Nowhere, partivano centinaia e centinaia di persone, quasi tutte comprese più o meno, fra i 30 e i 40 anni, dei mestieri più diversi (se mai ce l’avevano un lavoro), tutti fottuti (democraticamente) da quella civiltà che aveva smesso di elargire sicurezze: sentimentali, lavorative, anche olfattive se vogliamo (basta pensare al cibo del Mc Donald’s, dove nessuna pietanza ha l’odore di quello che dovrebbe rappresentare).

Chi non parte per Nowhere, certe volte, è anche più disperato di chi lo fa. Perché almeno un viaggio noi ce l’abbiamo. Un futuro, forse, e volendo essere ottimisti anche una certezza, la certezza che questo deve essere il posto, come cantano i Talking Heads, che comunque – vuoi o non vuoi – ci stiamo lavorando su.

Ero partito per Nowhere dopo aver seguito i consigli del vecchio Syd. Un tizio che aveva fatto un video su YouTube di come salvarsi dai rapporti che ormai si erano fermati al giro di boa. Quelli che non vanno né avanti, né indietro, né su, né giù, se siete stati giovani negli anni 90 e se avete visto almeno una volta Ovo sodo, e se di quel film non ricordato soltanto la bestemmia che strilla un militare.

Syd dice se avete della rabbia, tritatela finemente, scolatevi quante più bottiglie di birra potete bere e ficcateci dentro il tritato. Prendete poi un fazzoletto, imbevetelo con qualsiasi cosa che avete di combustibile. Accendete Spotify, piazzatevi la vostra Playlist preferita negli auricolari. Alzate a tutto volume. Lo smartphone vi dirà che potrete diventare sordi, fanculo lo smartphone, quando partirà il fragore del botto, lo sentirete e come se non lo sentirete. Alla fine immaginatevi che ci siete voi, il vecchio rapporto e che quel vecchio rapporto sia una nave. Mettetevi su una collina. Se una collina non c’è immaginatevela. Accendete ogni bottiglia di birra-rabbia e lanciatela all’interno della nave, disfatevi della vostra rabbia. Fate esplodere la nave, salterà per aria e, se davvero sarà stata importante per voi e per la vostra vita, i pezzi decomposti si ricomporranno in un qualcosa di nuovo.

Godetevi lo spettacolo. Recatevi alla stazione. Fate il biglietto per Nowhere.

Fu così che mi trovai su quel treno. Carrozza 37, fila F, posto 2. Insomma i miei anni, ora, e poi quelle due F, una il mio nome, l’altra… Stemperata la rabbia cominciai a prendere sonno anche io. Il treno vagava e i miei sogni mi fecero tornare ad oltre 20 anni fa.

Rose Bowl, Pasadena, Los Angeles, Luglio 1994. Un caldo torrido. Sugli spalti prevalentemente brasiliani “macchie gialle che ricordano alla memoria la ginestra della nostra Italia”. Sugli spalti, comunque, anche tante bandiere tricolore. Sembrava non dovessimo arrivarci fin lì, poi però con la Nigeria cambiò tutto, due colpi da biliardo e io, divenni Roberrrrrrto, con me giocavano le speranze di un paese intero, perché ognuno di noi era Roberto, sin dall’inizio di quelle partite americane. Il resto ci sembrò tutto un trionfo, la Spagna, la Bulgaria, una magia dopo l’altra, poi la finale, io che non stavo nemmeno benissimo, quel dischetto, la rincorsa il tiro (A questo punto nel mio sogno sono negli anni 90 e allora si sovrappone un immagine, io che prendo una musicassetta di quelle registrate e che ci ha il nastro che se ne va abbondantemente per cazzi propri, infilo una bic in uno dei due buchi e comincio a girare. Il nastro torno apposto. Metto la cassetta nel walkman). Bruno Pizzul mi dice che lui è pronto, prima che io tirassi il rigore era andato un attimo al bar per un grappino, io il rigore lo avevo tirato alto, il Brasile era diventato campione del mondo, ma ora avevo la possibilità di ritirarlo quel rigore. Sarebbe andato lui in porta. E allora si ripartì da capo, il pallone, il dischetto, la rincorsa, il tiro, Pizzul non si mosse (non capii mai se lo fece perché si aspettasse un tiro centrale o se voleva agevolarmi). La palla finì all’incrocio dei pali. Pizzul visibilmente ubriaco, si gettò per terra ed esultò.

Il mio percorso da numero 10 poteva riprendere, destinazione sconosciuta, ma con tanti sorrisi e la felicità di poter sbagliare.

Memoriale di un’alzata di tacchi

Non ci fu un giorno dopo, capito? Bastava chiederselo il mattino prima e quei due non avrebbero voluto nient’altro che vedersi. Non ci avrebbero creduto nemmeno loro, forse. Non ci fu un giorno dopo. 
Eppure non era mancato quasi niente: la voglia di sentire che sapore avesse la loro pelle, il bisogno necessario di rubarsi baci davanti a tutti o semplicemente di nascosto. In ascensore. Le risa. La musica. Le prese in giro, il dirsi le cose che sentivano. L’aprirsi il cuore e le sensazioni. Eppure. Proprio quando nessuno, manco loro se l’aspettavano, il loro quadro è caduto.
Quella storia del quadro che cade quando meno te l’aspetti ce l’aveva raccontata proprio bene Danny. Danny Boodman. T.D. Lemon. Novecento. A loro era capitato così. Non c’era un pianista grandissimo e non c’erano le note dell’oceano. C’era il resto di una metropoli e il resto poteva anche sparire se loro si baciavano. Bastava poco per fargli sentire a tutti e due la voglia di ficcarsi nella carne, bastava una tenda immaginaria, una capotte, un sedile, poi si poteva anche stare in una delle strade più trafficate della città. Non sarebbe esistito nient’altro: solo i loro respiri.
Solo in quel momento. La crudeltà sembrava poter essere sconfitta.
E invece
Finì che fu lei ad alzare i tacchi. Lui un po’ se l’aspettava e un po’ la richiamò. Ma più la richiamava e più quel sipario si era chiuso. Non c’era tempo nemmeno per gli applausi. Gli stessi che si erano goduti all’inizio in un teatro che non ti immagini in una Roma spersa fra i vicoli. Con il teatrino che era continuato dal Giappo, lei non c’era mai stata e lui ce la portò e parlarono per tutta la serata in inglese con un cameriere e in italiano con un altro. Poi non ci fu più il tempo nemmeno per un finale di partita. Ci fu un’alzata di tacchi. La crudeltà si prese il suo spazio per narrare un’altra storia. Una nebbia che non ti aspetti risucchiò la primavera.

La favola dell’amore alla fine dell’amore

Un bottone, poi un altro, poi un altro ancora. Era l’unica cosa che poteva fare e si sfilò via la camicia. Poi si sedette su un masso, slacciò la cintura, tiro giù la zip, prese i jeans con tutte e due le mani e se li tolse. Da quella posizione mise un piede dietro l’altro e tirò via una scarpa, per l’altra dovette aiutarsi con le mani. Lo stesso per i calzini, le mutande. Si alzò. I vestiti restavano appallottolati vicino a lui, nel campo. Lì per lì gli venne voglia di pisciare e gli pisciò su. Poi prese un accendino, una bottiglia di birra. Beveva, rideva. Beveva. E poi ancora fumava e beveva e cantava e danzava. Prese un flacone d’alcool e lo scolò sui vestiti appallottolati. Poi ci lanciò un cerino su, era l’unica cosa che poteva fare in quel momento.

La fece. Si sedette, guardò le fiamme e ripensò a quella giornata che era cominciata con un’alba limpida. Pulita. Uno di quei giorni silenziosi dove senti solo il silenzio della provincia e ogni tanto qualche scia che scivola sull’asfalto. Ad un certo punto però una scia venne interrotta e si sentì come un botto fortissimo.

– Oh Madonna!
– Che cazzo sarà successo, Pa?
– E che cazzo ne so io, Carl, scendi e vai a vedere
– Dici che dovrei?
– …
– …
– Puoi attendere e leggere domani la notizia sul giornale.

Era facile da capire, un auto si era schiantata lì, in quel posto maledetto da Dio, dove non c’era niente, tranne la sua casa per chilometri e chilometri e chilometri. Ci vivevano Carl e Pa, due uomini, il primo giovane, caruccio, un po’ strano; l’altro vecchio, orrendo, sulla sedie a rotelle. Dimenticatevi tutte quelle cose moderne che conoscete tipo connessioni a Internet ecc, non c’era niente. Cioè tranne questa strada, questa fattoria, questi alberi lungo la strada, non c’era proprio un cazzo di niente. Carl percorse lentamente la strada, ci trovò una macchina semidistrutta. Si affacciò, c’era una donna, le gambe bianche schizzate di sangue, il volto tumefatto, le lacrime. – Aiuto -, disse debolmente. – Aiuto -.

Carl pensò bene di fare una cosa romantica in quel momento. Tornò a casa, prese il trattore e trainò quella macchina alla fattoria. La donna piangeva, voleva un medico. Carl era invece contento, sembrava un bambino che ha ricevuto un dono dal cielo. Aveva pregato tutte le notti, tutte le mattine per un amore, mentre Pa, sulla sua sedia a rotelle lo scudisciava, lui pregava. Sapeva tutte le preghiere a memoria, anche in latino qualcuna. Lasciarono la macchina lì, l’uomo si sarebbe preso cura della donna. Pa li avrebbe osservati dalla finestra. Di tanto in tanto Carl le avrebbe portato da mangiare e qualche bacio. Avrebbero detto le preghiere insieme alla sera. In nome dell’amore notturno.